Salute

la sanità è in crisi

di Samanta Di Persio*

Un cittadino italiano che si reca in un pronto soccorso difficilmente vi trascorre meno di mezza giornata. Talvolta ne esce senza aver ricevuto nemmeno una diagnosi corretta, ma questo è un altro problema. Se necessita di un ricovero e ha la fortuna dalla sua, trova aree dedicate ai pazienti in attesa di essere trasferiti nei reparti oppure spazi di Osservazione Breve Intensiva; altrimenti, gli resta un lettino in corridoio, nella speranza di non essere dimenticato da Dio e dagli uomini.

C’è poi chi rinuncia alle cure, sopraffatto dallo sconforto provocato dall’attesa e da un trattamento che talvolta sfiora i limiti della dignità umana in una struttura pubblica. A meno che non abbia un “medico in paradiso” a cui raccomandarsi, circostanza che, a giudicare da chi riesce a passare avanti pur essendo appena arrivato, sembra verificarsi con una certa frequenza.

Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes mette in luce un aumento delle rinunce alla prevenzione e alle prestazioni sanitarie da parte dei cittadini e, conseguentemente, una crescita dei divari territoriali e sociali. Nel 2024 il 9,9% della popolazione (circa 5,8 milioni di persone) ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici. Le principali cause sono le liste d’attesa (6,8%) e le difficoltà economiche (5,3%).

Il Rapporto evidenzia inoltre una diffusa tendenza al contenimento della spesa sanitaria. La voce più critica riguarda i controlli medici periodici di prevenzione, ai quali rinuncia il 34,6% degli intervistati, in forte aumento rispetto al 27,2% del 2025. Seguono le cure odontoiatriche (32,1%) e, con percentuali più contenute ma comunque significative, le visite specialistiche (23,4%), le terapie e gli interventi medici (19,8%) e l’acquisto di medicinali (15,7%).

Il quadro si aggrava ulteriormente se si osservano le disuguaglianze territoriali. La rinuncia all’acquisto di medicinali varia dal 12,9% del Nord-Est al 24,1% del Sud e al 21,2% delle Isole. Le incidenze più elevate si registrano tra coloro che sono in cerca di occupazione o in cassa integrazione: tra i primi, il 58,6% rinuncia ai controlli di prevenzione e il 52,6% alle cure odontoiatriche; tra i secondi, le percentuali restano analogamente elevate (57,6% e 45,5%), con una forte incidenza anche sulla rinuncia ai medicinali (39,4%).

Anche il recente studio della Fondazione Gimbe denuncia che la spesa sanitaria in Italia è scesa al 6,2% del Pil (140,00 miliardi di euro), un valore inferiore alla media europea che colloca il nostro Paese agli ultimi posti tra quelli del G7. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro capite italiana era sostanzialmente allineata alla media europea. Da allora, tuttavia, il divario si è progressivamente ampliato a causa di tagli e definanziamenti.

Nel novembre 2011 si assiste alla caduta del quarto governo Berlusconi. Da quel momento si sono succeduti i governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, sostenuto dalla coalizione giallo-verde, Conte II, espressione della coalizione giallo-rossa, Draghi e infine Meloni, attualmente il governo più longevo della storia repubblicana. Sulla base dei dati menzionati, questo primato non sembra tuttavia aver prodotto alcun miglioramento nella spesa sanitaria; al contrario, si è assistito a un progressivo deterioramento del settore. A futura memoria, soprattutto per gli elettori.

*scrittrice


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