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La riforma costituzionale del governo indebolisce il capo dello Stato”: Gianni Letta manda Forza Italia nel panico. Tajani: “Non voleva dire quello


La riforma costituzionale presentata e sostenuta dal centrodestra ridurrebbe i poteri del presidente della Repubblica. A lanciare l’allarme non sono opposizioni strumentali, giornalisti di sinistra, “professoroni” o partigiani “fermi al 1948”. Ma è Gianni Letta, lo storico ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi, figura di destra, ex direttore del Tempo – il giornale conservatore di Roma -, per anni spirito, anima e uomo-ombra del berlusconismo anche se non di Forza Italia, non avendo mai preso la tessera. Letta, parlando a un’iniziativa dell’associazione Progetto Città di Firenze, spiega che il rischio di riduzione del capo dello Stato – in caso di approvazione delle riforme volute dalla premier Giorgia Meloni – sarebbe dovuto al fatto “che la forza che ti deriva dalla investitura popolare è certamente maggiore di quella che deriva dal Parlamento: non sta scritto, ma è ovvio che poi nella dialettica chi è investito ha più forza”. Una frase che letta in un certo senso potrebbe far dire che in realtà è proprio l’obiettivo di Meloni. “Secondo me – continua l’ex sottosegretario – la figura del presidente della Repubblica così com’è disegnata, e l’interpretazione così come è stata data dai singoli presidenti nel rispetto della Costituzione, come tutti i costituzionalisti oggi riconoscono, sta bene così: non l’attenuerei, non la ridisegnerei, non toglierei nessuna delle prerogative così come attualmente sono state esercitate”. E l’esempio sta proprio nell’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella, dice Letta. “Oggi abbiamo un presidente felicemente regnante nel suo secondo mandato, che esercita il suo mandato in maniera splendida, perché ha fatto tanto bene a questo Paese”.

La voce di un padre fondatore dell’area di centrodestra è autorevole per la storia che si porta dietro. Resta da capire quanto possa pesare all’interno di Forza Italia e della coalizione in generale. Il peso specifico di un’uscita del genere è ben compreso dal leader di Forza Italia Antonio Tajani. Pochi minuti dopo che le agenzie hanno battuto le parole di Letta si affretta a precisare sui social che il partito “sostiene convintamente la riforma sul premierato“. Anzi, è pronto a dare lui un’esegesi del “vero” significato delle dichiarazioni dell’ex sottosegretario di Palazzo Chigi. “Non vanno interpretate in direzione contraria”, assicura: “Mi ha confermato che le sue parole si riferivano a valutazioni teoriche e non a giudizi sulla riforma”. Quali siano le “valutazioni teoriche” rispetto a un’opinione quasi dettagliata sulla riforma all’esame del Parlamento rimane al momento un tema non chiarito.

C’è di certo, invece, che per tutta la settimana Forza Italia – sull’onda dell’entusiasmo delle uscite del ministro Guido Crosetto, ex berlusconiano, sul presunto complotto dei magistrati contro il governo – abbia mandato a dire agli alleati che le riforme costituzionali devono correre come minimo allo stesso ritmo della riforma della Giustizia. Ma magari anche un passo più indietro. Alessandro Cattaneo, responsabile Dipartimenti del partito: “La riforma della giustizia necessaria e non più differibile, ha priorità sulle altre riforme come il premierato e l’autonomia differenziata”. Paolo Barelli, capogruppo alla Camera: “La riforma della giustizia era nel programma elettorale della coalizione e credo sia un’esigenza tale e quale, se non superiore, alle riforme istituzionali”. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera: “Noi chiediamo che la riforma della giustizia con la separazione delle carriere – un architrave del programma del centrodestra al pari dell’ex presidenzialismo, ora premierato, e dell’autonomia differenziata – abbia la stessa dignità. Di sicuro non esiste un diritto di precedenza a destra”. Il controcanto, non proprio a sorpresa, è stato quello della ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, che è forzista ma più volentieri governista a qualunque costo: “L’elezione diretta del premier è un punto intoccabile” ha tagliato corto.

Quello di Letta, d’altra parte, non è un concetto nuovo alle orecchie della ministra ex presidente del Senato. In Parlamento nelle ultime settimane sono stati auditi diversi giuristi e più d’uno ha messo l’accento sull’indebolimento dei poteri del capo dello Stato. L’ex ministra della Giustizia ed ex presidente della Consulta Marta Cartabia aveva delineato gli stessi rischi: il ruolo del presidente della Repubblica viene trasformato, ha detto alla commissione Affari Costituzionali del Senato, “introducendo degli elementi di rigidità che delimitano il perimetro di azione del presidente della Repubblica”, elemento da considerare “perché gli interventi presidenziali potrebbero rendersi necessari anche in futuro di fronte a situazioni impreviste e imprevedibili“. Un altro presidente emerito, Gaetano Silvestri, aveva spiegato che il capo dello Stato – se venisse approvata la riforma, perderebbe “necessariamente le funzioni di moderazione ed equilibrio che i nostri padri costituenti gli hanno voluto affidare ed entra in un cono d’ombra perché vincolato da una serie di automatismi”, venendo “in prospettiva in qualche modo ridotto ad una funzione notarile“.

Chissà poi qual è l’interpretazione autentica di Tajani rispetto alle parole che Letta dedica alla classe politica che sta apparecchiando questa riforma istituzionale. “Prima c’era il senso dello Stato e il rispetto delle istituzioni, se non il culto – dice Letta – Oggi si va perdendo il senso dello Stato, il rispetto che si deve alle istituzioni, e il valore che da quel rispetto può derivare al governo di una comunità, cioè la società italiana”. La politica di oggi, per l’ex sottosegretario, “si è adeguata ai tempi: come c’è un degradare in tanti settori della vita associata, così anche nella politica. Quando entravi alla Camera o al Senato 30 anni fa, avevi la sensazione anche fisica, visiva, palpabile, di entrare in un luogo pubblico che non è un ministero o un altro ufficio pubblico: avevi la sensazione di entrare nel luogo più solenne per uno Stato democratico. Tutto era organizzato e ordinato, e i comportamenti delle persone erano adeguati alla solennità del luogo. Oggi, almeno io, provo con rammarico questa sensazione, è come entrare in un normale ufficio pubblico“. Degrado che non ha sentito mai l’esigenza di lamentare nei vent’anni in cui è stato il più stretto collaboratore di un leader di partito e capo del governo diventato famoso in tutto il mondo per processi penali, gaffe e bunga bunga.


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