La minaccia di El Niño:“Danni per 7mila miliardi all’economia globale”
MILANO – Se non bastassero la guerra in Ucraina e il conflitto nel Golfo che fa volare i prezzi dell’energia, c’è un altro fantasma che si aggira per il mondo e minaccia di fare danni. È El Niño, un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale – la fascia di oceano che va da Perù ed Ecuador fino all’Indonesia – che si ripresenta in modo irregolare, ogni due-sette anni, e dura diversi mesi. Di norma gli alisei spingono l’acqua calda verso l’Asia, mentre lungo le coste del Sudamerica risale dal fondo acqua fredda e ricca di nutrienti. Quando arriva El Niño, invece, gli alisei si indeboliscono, il caldo “scivola” verso il centro e l’est del Pacifico, e piogge e correnti d’aria si spostano su scala planetaria. È un fenomeno naturale, distinto dal cambiamento climatico, ma che adesso si scatena in un mondo già più caldo, che ne amplifica gli effetti.
Il problema è proprio che El Niño della stagione 2026-2027 dovrebbe essere il più forte da quando, nel 1950, sono cominciate rilevazioni affidabili. Lo dice la Noaa, l’agenzia americana per gli oceani e l’atmosfera, che stima all’83% la probabilità di un record entro fine anno; lo conferma l’Organizzazione meteorologica mondiale, che ne dà per quasi certa la persistenza fino a febbraio, una previsione mai fatta in mezzo secolo. Per questo in Australia l’hanno già ribattezzato “Godzilla”.


Così da settimane istituti scientifici e istituzioni internazionali sfornano studi e lanciano allarmi, perlopiù inascoltati. Anche perché, al di là degli effetti immediati – alluvioni e siccità che toccano gli spostamenti, le condizioni di vita e talvolta la sopravvivenza di decine di milioni di persone – la catena che porta El Niño nell’economia globale è lunga. Il picco climatico è atteso fra dicembre e gennaio; il conto, in raccolti, prezzi e commerci, arriverà solo tra la primavera e l’estate del 2027. Ma rischia di essere salato, con un’inflazione che in molti Paesi può salire fino a un punto in più.
Non cambia la mappa del rischio: siccità su India, Indonesia, Australia, Sud-Est asiatico, Africa australe e America centrale; piogge eccessive su Africa orientale, Perù, Ecuador e Sudamerica meridionale. Ma cambia, appunto, l’intensità dei fenomeni. Qualche segnale già si vede: l’India ha avuto il monsone più debole dal 2009, con il 15% di pioggia in meno rispetto alla media, e la produzione di riso dovrebbe scendere da 154 a 147 milioni di tonnellate. Se Nuova Delhi, che vale oltre il 40% dell’export mondiale di riso, decidesse di frenare le vendite all’estero, i prezzi salirebbero e a pagare sarebbero soprattutto i Paesi importatori di Asia e Africa. In Perù, che produce un quinto della farina e dell’olio di pesce del mondo, usato come mangime per acquacoltura e allevamenti, la prima stagione dell’acciuga si è chiusa con circa 450 mila tonnellate, un quarto della quota consentita, e la seconda è stata cancellata. A Panama il canale, che per le chiuse consuma l’acqua del lago Gatún, ha dovuto ridurre i transiti: piove meno e si naviga meno su una rotta da cui passa circa il 5% del commercio marittimo mondiale.


Danni sparsi, ma sui prezzi l’effetto è globale, e il peggio deve ancora arrivare. Il sistema di monitoraggio dei mercati agricoli del G20 stima un calo della produzione mondiale di grano del 3,3%, del riso del 2,4% e del mais dell’1,3%; cresce solo la soia. L’Ocse prevede il picco dei prezzi alimentari nel secondo trimestre 2027, in media l’11% sopra i livelli di quest’estate. Secondo uno studio del Fondo monetario, rispetto a un anno senza El Niño, un episodio di intensità significativa fa salire in dodici mesi le materie prime non energetiche del 5,5% e l’inflazione fino a un punto, anche di più nei Paesi dove il cibo pesa molto nel paniere, come l’India. E c’è già chi reagisce: giovedì la banca centrale delle Filippine ha alzato i tassi di mezzo punto, al 5,5%, citando esplicitamente gli effetti attesi sui prezzi agricoli, e ha portato la previsione d’inflazione per il 2027 dal 5,4 al 6%. Nemmeno gli Usa sono immuni: per uno studio della Fed di San Francisco un Niño molto forte aggiunge circa un punto al livello dei prezzi al consumo entro la fine dell’anno successivo.


Ma quanto costerà al mondo la zampata di Godzilla? Il Peterson Institute stima circa mille miliardi di dollari di perdite dirette e almeno 7.200 miliardi in cinque anni, con un Pil mondiale a -0,8% rispetto a uno scenario senza El Niño. Per qualcuno, però, il conto può chiudersi in attivo. Studiando gli episodi passati, il Fmi ha visto che Usa, Canada, Messico e Argentina tendono a crescere negli anni del Niño, grazie a inverni più miti e raccolti migliori. Anche l’Europa spera: con gli stoccaggi di gas attorno al 75%, undici punti sotto l’anno scorso, un inizio d’inverno meno freddo ridurrebbe consumi e bollette, sebbene la seconda metà della stagione possa rivelarsi rigida. Ma il sollievo sull’energia non ripara dall’inflazione del carrello della spesa. E a pagare di più saranno gli importatori di cibo e i Paesi con debito alto o riserve scarse: Indonesia, Brasile e Colombia tra i primi, mentre Ghana, Zambia, Uganda e Tanzania hanno fondi per meno di quattro mesi di import. Finora il fondo Onu per le emergenze ha stanziato 100 milioni di dollari: una goccia nei mari sconvolti da El Niño.
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