Società

La gabbia dei like, perché gli adolescenti sono più soli che mai: vivono connessi 24 ore su 24, ma non hanno mai sperimentato tanta solitudine. Le parole di Alberto Pellai

I numeri sono implacabili. Dal 2011, anno in cui lo smartphone è entrato stabilmente nelle tasche dei ragazzini, i tassi di ansia e depressione tra gli adolescenti sono cresciuti in modo esponenziale. Non è un caso, sostengono gli esperti. È la conseguenza di un esperimento sociale non dichiarato: regalare a dei cervelli immaturi una macchina capace di offrire loro due vite parallele, senza istruzioni per l’uso.

Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo ultimo libro “La vita ti aspetta” (Feltrinelli, 2026) usa un’immagine che fa riflettere: i ragazzi rischiano di trasformarsi da “nativi digitali” in “natanti digitali”. Come pesci immersi in un oceano virtuale, non riescono più a distinguere la superficie dalla profondità. E affogano.

Il cervello acerbo e la doppia identità

Cosa succede quando un ragazzo di quattordici anni deve gestire contemporaneamente la sua identità reale – quella che si manifesta in classe, nello spogliatoio, a tavola con i genitori – e quella virtuale, costruita like dopo like, post dopo post, follower dopo follower?

La risposta è nella neurobiologia. Il cervello adolescente è ancora in costruzione. La corteccia prefrontale, quella zona dietro la fronte che regola le decisioni, il controllo degli impulsi e la pianificazione, non è completamente sviluppata. È come se avessimo messo un pilota alle prime armi al comando di un aereo supersonico.

E questo pilota deve gestire due cockpit contemporaneamente.

La ricerca di Jonathan Haidt, citata da Pellai, ha dimostrato che gli adolescenti che trascorrono più di tre ore al giorno sui social hanno il doppio delle probabilità di sviluppare depressione. La correlazione è così forte che governi di tutto il mondo stanno intervenendo: l’Australia ha vietato i social agli under 16, l’Italia ha reso le scuole “smartphone-free”.

L’empatia non passa attraverso uno schermo

C’è un’altra faccia della medaglia, forse ancora più preoccupante. La vita digitale sta erodendo la nostra capacità di essere empatici. Pellai ricorda il meccanismo dei neuroni specchio: quelle cellule cerebrali che si attivano quando siamo di fronte a un’altra persona, permettendoci di “sentire” le sue emozioni. Perché funzionino, serve lo sguardo, la prossimità fisica, il tono della voce.

Tutto questo si perde in una chat.

Non è un dettaglio. L’empatia è il collante delle relazioni umane. Senza, il gruppo si trasforma in branco, l’amico diventa uno sconosciuto, l’amore si riduce a una collezione di cuoricini. E quando l’empatia viene meno, crescono i fenomeni di isolamento sociale. In Giappone, gli hikikomori – giovani che rinunciano alla vita reale per rifugiarsi davanti a uno schermo – sono ormai decine di migliaia. Un fenomeno che sta dilagando anche in Occidente.

La risposta che viene dai ragazzi

Ma c’è anche chi resiste. Pellai racconta la storia del Luddite Club, nato a Brooklyn dal desiderio di alcuni ragazzi di ritrovare la propria “presenza” in un mondo iperconnesso. Si incontrano di persona, nella biblioteca pubblica. Leggono insieme. Camminano. Parlano guardandosi negli occhi. E hanno una sola regola: niente tecnologia.

Non rifiutano il progresso. Cercano un’alternativa. Forse è questa la vera sfida per la generazione Z: imparare a prendere il meglio dal mondo digitale senza farsi risucchiare. Usare lo smartphone come uno strumento, non come un prolungamento di sé. Imparare a spegnere le notifiche per accendere le relazioni. Costruire un “pensiero pensante”, come chiedeva Rosario, quel ragazzo che Pellai cita all’inizio del suo libro.

Il filosofo Jean-Jacques Rousseau scriveva che tutti vogliono essere felici, ma bisogna prima capire cosa significhi felicità. Forse, per gli adolescenti di oggi, la risposta passa proprio da qui: riscoprire che la felicità non è un like, ma uno sguardo. Non è una notifica, ma una presenza. Non è un follower, ma un amico in carne e ossa.

Il mondo li sta aspettando. Ma per abitarlo davvero, devono prima imparare a spegnere lo schermo.


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