La crisi energetica del 2026 in prospettiva storica
La chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz e lo scoppio della guerra in Iran hanno innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) definisce la “più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale”. Il prezzo del Brent è salito dagli inziali 70 dollari a 98, per poi assestarsi sui 94 dollari a giugno. Il confronto con le crisi petrolifere del 1973 e del 1979 è inevitabile ma per delinearlo occorre considerare quanto il sistema energetico mondiale e il contesto geopolitico siano cambiati in questi cinquant’anni.
Un’economia meno dipendente dal petrolio
Una prima differenza rispetto agli anni Settanta riguarda la minore dipendenza dell’economia mondiale dal petrolio in termini di intensità petrolifera del PIL e di quota nel mix energetico complessivo. Grazie a una migliore efficienza energetica e alla sostituzione con gas naturale, nucleare e rinnovabili, il consumo di petrolio si è concentrato in alcuni settori specifici: i trasporti, responsabili di circa il 58% della domanda mondiale di greggio, contro un terzo degli anni Settanta, e il petrolchimico (in cui rientra la produzione di plastiche, fertilizzanti, solventi ecc.), passato dal 5% a quasi il 15% del consumo globale di petrolio. Al contrario, l’uso del petrolio per la generazione elettrica è diventato marginale, soppiantato da fonti alternative.
Un’offerta più diversificata e flessibile
La seconda discontinuità riguarda la geografia dell’offerta. Se negli anni Settanta il potere dell’OPEC era quasi assoluto grazie al 40% della produzione, oggi la mappa include nuovi attori, come il Nord America (leader grazie allo shale), il Mare del Nord e il Brasile. Questa diversificazione ha reso il sistema strutturalmente meno vulnerabile. A ciò si aggiunge una maggiore flessibilità, garantita da due nuovi strumenti: la capacità produttiva inutilizzata (spare capacity) e il sistema delle scorte strategiche, nato in risposta agli shock degli anni Settanta. Strumenti che tuttavia l’attuale crisi sta mettendo alla prova: con il blocco di Hormuz, parte della spare capacity del Golfo rischia di restare “intrappolata” a monte del collo di bottiglia.
Un’economia globale più interconnessa: il ruolo del commercio
Un elemento da considerare è poi l’estrema interconnessione dell’economia globale, più dipendente dal commercio internazionale rispetto agli anni Settanta. Quest’ultimo è cresciuto di 8-10 volte in termini di volume e di 40-50 volte in termini di valore dal 1973. Oggi un’interruzione dell’offerta di greggio non resta confinata al settore energetico ma si propaga subito all’intero sistema degli scambi, che per oltre l’80% avviene via mare. Lo Shanghai Containerised Freight Index è raddoppiato dall’inizio del conflitto, trasferendo l’aumento dei costi non solo sul prezzo della benzina, ma anche sul valore di ogni bene importato.
L’anello più fragile: i Paesi in via di sviluppo importatori di energia
Se a livello energetico l’economia globale risulta più attrezzata, sul piano della finanza pubblica la situazione è più fragile. Il debito complessivo (pubblico e privato) mondiale supera il 235% del PIL globale con un’asimmetria tra economie avanzate ed emergenti: le prime presentano in media un debito vicino al 113% del PIL, con alcuni casi limite (Giappone >230% e Italia 137%), mentre le seconde hanno un debito medio più contenuto (70-75% del PIL), ma scontano costi di indebitamento da 2 a 4 volte superiori.
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