la bandiera palestinese al Lido- Cineblog
Venice4Palestine ha lanciato oggi, venerdì 28 agosto 2026, un nuovo appello alla Biennale di Venezia, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica e ai lavoratori del settore, chiedendo al Lido azioni concrete per la Palestina durante il festival, a partire dall’esposizione della bandiera palestinese in occasione della presenza in selezione ufficiale di due film palestinesi.Venice4Palestine chiede un
28 Agosto 2026 13:33
Venice4Palestine ha lanciato oggi, venerdì 28 agosto 2026, un nuovo appello alla Biennale di Venezia, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica e ai lavoratori del settore, chiedendo al Lido azioni concrete per la Palestina durante il festival, a partire dall’esposizione della bandiera palestinese in occasione della presenza in selezione ufficiale di due film palestinesi.
Venice4Palestine chiede un segnale alla Mostra del Cinema di Venezia
Il collettivo Venice4Palestine torna a rivolgersi al mondo del cinema a un anno dal primo documento pubblico e lo fa con parole nette, indirizzate non solo ai vertici della Biennale, ma anche a produttori, distributori, artisti, tecnici e maestranze. La richiesta più visibile, quella destinata a far discutere nelle giornate del festival, è l’esposizione della bandiera palestinese durante la Mostra del Cinema di Venezia, in concomitanza con la selezione ufficiale di Al Mowaten Osama di Ahmed Hassouna e Hiwar ma’ albahr di Muayad Alayan.
Secondo i promotori, la presenza dei due film palestinesi al Lido non dovrebbe restare un fatto soltanto artistico, ma diventare anche un’occasione di assunzione di responsabilità pubblica. “Le lacrime non bastano ad assolverci”, si legge nell’appello, una frase che riassume il tono del documento: meno dichiarazioni di vicinanza, più scelte concrete. In platea, nei corridoi degli hotel del Lido, nelle sale stampa: è lì che il collettivo chiede un gesto riconoscibile.
Le richieste: trasparenza nella filiera e stop agli accordi con enti legati a Israele
Al centro dell’appello di Venice4Palestine c’è anche la richiesta di maggiore trasparenza lungo la filiera cinematografica, dai finanziamenti alle partnership istituzionali, fino ai rapporti di coproduzione e distribuzione. Il collettivo chiede alla Biennale di Venezia e agli operatori del settore di sospendere accordi con enti e istituzioni che, a suo giudizio, siano legati al governo israeliano o coinvolti in meccanismi di sostegno politico e culturale allo Stato di Israele.
Il testo insiste su un punto: il boicottaggio culturale, per i firmatari, non sarebbe rivolto all’identità israeliana in sé, ma alle strutture considerate parte di una rete di “complicità”. È una distinzione che i promotori presentano come centrale, anche per rispondere alle critiche che in casi simili accompagnano iniziative di questo tipo. In altre parole, spiegano, non si tratterebbe di colpire singoli artisti per la loro origine, ma di interrompere rapporti istituzionali ritenuti incompatibili con la difesa dei diritti del popolo palestinese.
Tra le richieste compare inoltre la creazione di strumenti di tutela per i professionisti del cinema che decidano di dissociarsi da rapporti con enti o istituzioni legate al governo israeliano. Una protezione, nelle intenzioni del collettivo, contro possibili pressioni lavorative, contrattuali o reputazionali. Tema delicato, questo, perché tocca direttamente il funzionamento dell’industria audiovisiva, fatta di festival, fondi, mercati, coproduzioni e relazioni spesso costruite nell’arco di anni.
Da Annie Ernaux a Roger Waters e Matteo Garrone: i firmatari dell’appello
A dare peso internazionale all’iniziativa sono anche alcuni nomi presenti tra i firmatari. Nell’elenco compaiono la scrittrice francese Annie Ernaux, premio Nobel per la Letteratura, il musicista Roger Waters, da tempo impegnato su posizioni critiche verso Israele, e il regista italiano Matteo Garrone. Presenze diverse, per percorsi e linguaggi, ma riunite attorno a una richiesta comune: aumentare la pressione culturale e istituzionale sulla questione palestinese.
Il nuovo documento arriva in una fase in cui festival e istituzioni culturali europee sono spesso chiamati a prendere posizione sui conflitti internazionali, con equilibri difficili tra libertà artistica, diplomazia culturale e responsabilità pubblica. A Venezia, poi, ogni gesto ha un’eco più ampia: un cartello sul red carpet, una bandiera, una dichiarazione in conferenza stampa possono diventare notizia nel giro di pochi minuti. Lo sanno bene gli organizzatori, e lo sanno anche i promotori dell’appello.
Nel testo, Venice4Palestine afferma che rispetto a un anno fa “per il popolo palestinese non è cambiato nulla”. Una formula dura, accompagnata dall’invito ad attingere con più forza a un “potere d’azione collettivo”. Non solo indignazione, dunque. Piuttosto, la richiesta di trasformare la solidarietà in pratiche riconoscibili, verificabili, capaci di incidere almeno sul piano simbolico e culturale.
Il Lido tra cinema, politica e pressione internazionale
La Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia si trova così, ancora una volta, dentro un campo di tensione che va oltre i film in concorso. Il festival resta una vetrina artistica, certo, ma anche un luogo in cui il linguaggio del cinema incrocia la politica, la diplomazia e le campagne internazionali. Succede da anni, con intensità diverse. Stavolta il nodo è la Palestina.
Al momento, sulla base delle informazioni disponibili, non risultano risposte ufficiali della Biennale di Venezia alle richieste contenute nel nuovo appello. Sarà quindi da capire se l’organizzazione sceglierà di intervenire pubblicamente, se lascerà spazio a eventuali iniziative individuali degli artisti o se manterrà una linea di neutralità istituzionale. Una scelta, qualunque sarà, destinata a essere osservata da vicino.
Intanto il documento circola tra addetti ai lavori e sostenitori della campagna. Per Venice4Palestine, la presenza dei film di Ahmed Hassouna e Muayad Alayan rappresenta un passaggio concreto da cui partire: non soltanto la proiezione di opere palestinesi, ma un’occasione per interrogare l’intero sistema culturale. Al Lido, dove ogni immagine pesa, anche una bandiera può diventare una presa di posizione.
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