Cultura

A Strange Light From The East – Quando il rock scoprì l’Oriente

Veramente viviamo in tempi bui, come cantavano i Ministri qualche anno fa. Al giorno d’oggi, se come minimo provi a pronunciare una mezza parola sui benefici del multiculturalismo e del meticciato – dell’incrocio e dialogo continuo fra diversità che, con buona pace di chi blatera di ruspe e mondi al contrario, è da sempre alla base di tutto – rischi di passare per un pericoloso paladino del cosiddetto woke, l’incubo numero uno delle ultra-destre globali (e di Giuseppe Conte, stando a una sua recente lettera pubblicata su “La Repubblica”).

Cosa ci sia di sbagliato nell’avere a cuore la lotta alle ingiustizie sociali e alle discriminazioni razziali, a fronte delle esagerazioni montate e cavalcate dai neofascisti, è fuori dalla mia comprensione: bisognerebbe andarlo a chiedere a chi scrive su “Il Foglio” o sui quotidiani del gruppo Angelucci. Gente che schiuma bile ogni volta che tira fuori dal cilindro la parola “buonismo”; eppure mi piace pensare – chiamatemi pure buonista, per l’appunto – che, anche tra loro, potrebbero esserci estimatori di questo nuovo cofanetto targato Cherry Red Records: una vera e propria celebrazione del multiculturalismo declinato in campo musicale.

Un arcobaleno di suoni vintage: “A Strange Light From The East” è un compendio ricco e preciso di come il fascino per l’oriente e per la musica di luoghi lontani ed esotici abbia plasmato il rock occidentale – in larghissima parte, come sempre, si tratta di produzioni americane e britanniche – negli anni formativi del genere, ovvero nel periodo compreso tra il 1965 e il 1972.

La “strana luce” che dà il titolo al cofanetto, lungi dall’essere un mero vezzo esotico da fricchettoni in cerca di souvenir sonori, va considerata come un autentico processo di ibridazione che ha attraversato ogni angolo del vecchio rock. Si parte dal fingerpicking di Bert Jansch di “Anji” per arrivare ai Byrds di “Eight Miles High”, con Roger McGuinn a intrecciare la sua chitarra alle improvvisazioni di Ravi Shankar e al free jazz di John Coltrane: una limpida dimostrazione che il pop, quello di maggior qualità, può reggere strutture modali complesse senza perdere un grammo di immediatezza.

Nella compilation trovano posto tanto le canzoni da tre minuti quanto le escursioni più ambiziose, capaci di spezzare ogni convenzione formale. I tredici minuti di “East West” della Paul Butterfield Blues Band restano un caso più unico che raro di jazz e musica indiana travasati dentro un disco blues, mentre l’Incredible String Band, con “Koeeoaddi There”, riuscì a proiettare il psych-folk nelle charts senza rinunciare a sitar, sintir e liriche mitologiche degne di un cantastorie sciamanico.

In “Siberian Khatru” degli Yes, la chitarra “aliena” di Steve Howe è lì a ricordarci che pure il prog rock più fantascientifico sviluppò una sorta di devozione per i gusti mistici dell’oriente. Tra i casi limite di commistione tra est e ovest c’è quello di Ananda Shankar, nipote del grande Ravi, che stravolge “Jumpin’ Jack Flash” dei Rolling Stones sostituendo la voce di Mick Jagger con un sitar.

E ancora la Third Ear Band, che in “Ghetto Raga” si inventa un sound elettrico a base di oboe, violoncello e percussioni, e i Fugs, che in “Hare Krishna” trasformano un mantra induista in un canto di profondo impegno politico: un inno della controcultura anni ’60, oltre che un grande dito medio contro l’establishment americano.

Ma il brano che, a mio modesto parere, condensa al meglio lo spirito dell’antologia è “We Will Fall” degli Stooges. Dieci minuti densissimi, costruiti sull’ipnotica viola di John Cale e sulla voce bassa, quasi in trance, di Iggy Pop: una litania apocalittica e ultra-psichedelica che porta il garage rock più sporco a impregnarsi di acidi lisergici e spezie orientali, spingendo l’influenza indiana fuori dal pacifismo della Summer of Love e dentro la minaccia del proto-punk di Detroit.

Difficile trovare un esempio più lampante di come la contaminazione, quando è vera e non posticcia, generi bellissime creature. Più di mezzo secolo fa, gli artisti inclusi in “A Strange Light From The East” avevano capito che le culture non si tutelano chiudendole in un recinto, ma lasciandole scontrare e mescolare tra loro nelle forme più creative e libere possibili. Chi sogna muri, confini e patrie da difendere può anche continuare a scrivere i suoi post, editoriali e libercoli carichi di livore. La storia del rock – quindi di un elemento importante della cosiddetta cultura occidentale – è stata scritta da persone che la pensavano in maniera radicalmente diversa. Altro che mondo al contrario: il mondo, quello migliore, dovrebbe essere come quello sognato in queste cinquantotto tracce.


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