Kaiserfest storia e arte da scoprire
29 ottobre 2026 – ore 09:00 – Ci sono luoghi che custodiscono molto più di ciò che mostrano. La Cappella della Santissima Trinità, all’interno dell’Episcopio di Trieste, è uno di questi. Uno spazio raccolto e prezioso, dove la spiritualità incontra la modernità artistica del primo Novecento, dando vita a un dialogo inconsueto per un ambiente sacro. In occasione della “Kaiserfest”, la manifestazione che celebra ogni anno la figura dell’imperatore Francesco Giuseppe ed il profondo legame tra Trieste e l’Impero austro-ungarico, promossa e organizzata da Altamarea Eventi, in co-organizzazione con il Comune di Trieste, mercoledì 28 ottobre le porte della cappella arcivescovile si sono eccezionalmente aperte al pubblico. La visita, organizzata dall’agenzia Mittelnet e guidata dallo storico dell’arte Luca Bellocchi, ha offerto ai partecipanti l’opportunità di scoprire un luogo normalmente non accessibile, nascosto all’interno di Palazzo Vicco. Già l’edificio del tardo settecento, che ospita la chiesetta, merita di per se una sosta.
L’edificio si presenta in un elegante e rigoroso stile neoclassico, impreziosito da un grande mascherone sopra l’ingresso. Dettaglio decorativo che cattura lo sguardo e introduce alla scoperta degli ambienti interni. Varcata la soglia, con il suo atrio monumentale, restituisce immediatamente il senso della solennità e della storia che permeano le sue sale. È però salendo ai piani superiori ed entrando nella Cappella della Santissima Trinità che la visita riserva una delle sue sorprese più suggestive. Realizzata nel 1913 su progetto dell’architetto sloveno Ivan Vurnik, la chiesetta rappresenta un raro esempio di Secessione viennese applicata all’arte sacra. Qui, per un momento, sembra davvero di essere a Vienna. Le decorazioni geometriche, il rigore delle forme e l’eleganza ornamentale restituiscono il clima culturale della Mitteleuropa, quando anche l’architettura religiosa si apriva a nuovi linguaggi, più lontani dalla tradizione convenzionale.
I colori bianco e oro dominano lo spazio, creando un’atmosfera luminosa e raffinata. Lo sguardo viene guidato verso l’altare, con i suoi tabernacoli e si sofferma sulle figure di due angeli dalle ali stilizzate, disposte ai lati della composizione. Al centro emerge la figura frontale di Cristo, fulcro visivo e spirituale dell’ambiente. Sulla sinistra si trova il trono del vescovo, mentre in alto, nella cupola, una moltitudine di spirali dorate richiama con forza il repertorio decorativo di Gustav Klimt, conferendo all’insieme un carattere prezioso e quasi ipnotico.
Ma il fascino di questo luogo non comincia nel Novecento. Prima di diventare sede vescovile, il palazzo ebbe una storia decisamente meno ecclesiastica. Sul sito sorgevano un antico ospedale femminile e una cappella dedicata all’Annunziata. Dopo la demolizione degli edifici preesistenti, il commerciante portoghese Antonio Vicco fece costruire l’attuale palazzo nel 1797. Successivamente, le vicende dell’edificio si intrecciarono con quelle di uno dei personaggi più controversi dell’età napoleonica, Joseph Fouché, duca d’Otranto, potente ministro di polizia durante la Rivoluzione francese e sotto Napoleone, costretto all’esilio dopo la caduta dell’Impero. Abile, spregiudicato e capace di attraversare regimi e stagioni politiche con impressionante disinvoltura, Fouché trascorse a Trieste gli ultimi anni della sua vita, lasciando dietro di sé una memoria densa di segreti e intrighi. Anche il suo decesso è avvolto da racconti che sembrano usciti da un romanzo. Si narra che, sul letto di morte, avesse ordinato di bruciare documenti compromettenti, nel tentativo di cancellare le tracce di un passato ingombrante. Un’altra leggenda vuole invece che, durante il suo funerale, una violenta raffica di bora abbia persino rovesciato la sua bara.
Episodi in cui la cronaca si mescola al mito e che contribuiscono ancora oggi ad alimentare l’aura enigmatica di un uomo capace di muoversi con straordinaria abilità tra potere, politica e sopravvivenza. Nel 1832 il palazzo fu ceduto all’erario imperiale dal successivo proprietario Giovanni Rajovich, per poi essere destinato ufficialmente a residenza della Curia Vescovile (Episcopio) a partire dal 1841. È proprio questa stratificazione di arte, storia e mistero a rendere Palazzo Vicco così sorprendente. Tra mura che evocano le ombre della storia napoleonica si nascondono spazi di tutt’altro segno, luoghi consacrati alla contemplazione, alla conservazione della memoria e alla conoscenza, dove la ricchezza decorativa e l’armonia delle forme invitano a guardare oltre ciò che appare.
Il percorso di visita non si è però esaurito nella cappella. L’iniziativa ha permesso ai partecipanti di accedere anche al piccolo Museo diocesano, scrigno di testimonianze legate alla storia religiosa e culturale del territorio. Una realtà che guarda anche al futuro. Parte delle collezioni sarà infatti trasferita in via Besenghi, presso il Seminario, nell’ambito di una riorganizzazione degli spazi espositivi. L’ultima chicca del percorso è stata la Galleria dei vescovi, dove sono raccolti i ritratti di tutti i vescovi di Trieste. Una sorta di galleria della memoria, nella quale i volti e le espressioni dei protagonisti della storia ecclesiastica cittadina accompagnano il visitatore attraverso epoche diverse, restituendo un ulteriore tassello dell’identità della città.
È stata proprio questa ricchezza di suggestioni a fare da filo conduttore alla visita guidata. La partecipazione è stata numerosa e la curiosità dei presenti si è manifestata lungo tutto il percorso. I visitatori hanno seguito con grande interesse il racconto di Luca Bellocchi, lasciandosi guidare tra architettura, opere d’arte, aneddoti storici e vicende meno conosciute. Ogni particolare ha offerto lo spunto per nuove domande e approfondimenti, in un dialogo che ha permesso di andare oltre la bellezza visibile degli ambienti, cogliendone il significato storico, artistico e umano. Dietro tanto interesse c’era probabilmente la consapevolezza che Trieste conserva ancora luoghi capaci di sorprendere, che sfuggono agli itinerari più conosciuti e che proprio per questo meritano di essere riscoperti.
Talvolta infatti, basta varcare una porta per attraversare secoli di storia e incontrare una città nuova, capace di rivelare le sue ricchezze più preziose proprio nei luoghi che custodisce con maggiore discrezione.
Articolo di Silvia Fatur




