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Isole e aree costiere, svolta Ue: così Bruxelles vuole salvare il “diritto a restare”

C’è un punto, fragile e particolare, dell’Ue che per molto tempo è stato ai margini del discorso europeo, lontano da Bruxelles e spesso trascurato. Stiamo parlando delle isole e delle aree costiere. Eppure proprio in queste zone dell’Unione si sta verificando una convergenza di problemi e tensioni che rappresenta una sfida per tutto il Vecchio continente.

Le isole, ad esempio, sono il punto di caduta di tensioni geopolitiche, pensiamo ai droni su Cipro nelle prime fasi della guerra in Iran o agli arcipelaghi del Baltico al centro delle tensioni tra Nato e Russia. Ma sono anche il primo punto di contatto coi flussi migratori, come insegna la rotta del Mediterraneo centrale che si sfoga sulle isole italiane da Lampedusa alla Sicilia. Ma non solo. Le isole, e tutte le aree costiere, sono anche lo specchio di tornasole delle carenze infrastrutturali, della sfida del cambiamento climatico e dei nuovi modelli di sviluppo economico e sociale.

Per tutte queste ragioni la Commissione europea ha adottato due ampie strategie per le isole e le comunità costiere presentate nel dettaglio il 26 giugno a Cipro, in un evento che ha suggellato anche i sei mesi della presidenza cipriota del Consiglio dell’Unione europea. Un progetto strutturato con l’obiettivo di portare quella che è sempre stata la periferia d’Europa, al centro dell’Unione. Un segnale forte anche per l’Italia, che ospita le due maggiori isole del Mediterraneo, la Sicilia e la Sardegna, e gli oltre 8mila chilometri di coste.

Un lavoro per salvare il “diritto a restare”

Per l’Ue si tratta di una presa di coscienza importante e decisiva. Ben 17 milioni di persone vivono sparpagliate in oltre 4 mila isole, mentre 95 milioni, il 21% di tutta la popolazione dell’Unione, vive lungo i 70 mila chilometri di coste. Connettori di crisi e sfide globali, isole e aree costiere, sono soprattutto un tessuto fragile sul piano sociale. L’aumento del costo della vita e squilibri in altri settori, come il picco turistico, hanno portato a fenomeni di fragilità sociale e spopolamento. Per queste ragioni il filo conduttore su cui si basa il piano della Commissione è quello della salvaguardia del “diritto a restare”.

Nel corso della conferenza e dei panel l’elemento della permanenza nei luoghi in cui si è nati è stato chiamato più volte, come ha spiegato anche il ministro delle Finanze cipriota Makis Keravnos: “Una questione legata alle due strategie è il diritto a restare. In altre parole, il diritto delle persone di rimanere, vivere e creare nella terra in cui sono nate, e di non abbandonarla per necessità o per costrizione”.

L’Europa più fragile

Purtroppo quando si parla di isole e aree costiere l’elenco delle criticità è lungo. Non solo. Si tratta di elementi su cui lavorare che sono strettamente connessi tra loro. Basti pensare all’isolamento geografico e alla distanza dai mercati continentali, due elementi connessi alla connettività limitata (marittima, aerea e digitale), che a sua volta è legata a costi di trasporto elevati (fino al 300% / tre volte superiori al continente).

Questi elementi creano anche mercati piccoli e frammentati con scarse economie di scala che in molti casi sono costretti a ripiegare su un’eccessiva dipendenza dal turismo che finisce con rendere la regola la stagionalità dell’attività economica esponendo le aree a choc di mercato e conseguente emigrazione giovanile e instabilità economica. In tutto questo il capitolo energetico, o meglio della carenza energetica, non può essere considerato di secondo piano. La vulnerabilità climatica come erosione costiera, scarsità idrica, innalzamento del mare, compone un quadro che alimenta il declino demografico.

Le due strutture dei piani

Le strategie Ue delineate nella conferenza di Cipro sono strutturati piani di intervento che fanno ordine nel grande caos prodotto dalla macchina burocratica di Bruxelles, che nel varare decine di provvedimenti e stanziamenti, spesso non l’ha fatto con l’ottica di interventi per i territori specifici come le isole o le aree costiere. Come spiegato da Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo per la Coesione e le riforme, è la prima volta che la Commissione fa un intervento così organico sulla materia.

Si tratta quindi di un approccio coerente e olistico che trasformi le sfide di questi territori in punti di forza duraturi. Le due strategie operano “in tandem”, rafforzandosi a vicenda all’interno delle politiche e dei finanziamenti già esistenti. Ma cosa c’è davvero in queste due strategie? La prima, quella per le isole è pensata in quattro pilastri:

  1. Sviluppo economico (sostegno all’imprenditorialità per economie locali diversificate)
  2. Sicurezza energetica, protezione ambientale, transizione verde e resilienza climatica
  3. Comunità (aiuto per il rafforzamento di servizi pubblici, sanità, alloggi, istruzione per invertire lo spopolamento)
  4. Sicurezza e preparazione alle crisi

L’operazione della Commissione riguarda una ridefinizione di come i fondi vengono gestiti e non lo stanziamento di nuovi. Una nota forse deludente, ma che allo stesso tempo riorientando quelli esistenti, ne rende altri già disponibili. In particolare le dotazioni a cui gli Stati membri possono accedere sono quelle per le politiche di coesione (12,5 miliardi di euro (periodo 2021-2027); Horizon Europe (4,2 miliardi); Banca europea per gli investimenti (7,3 miliardi di euro); a cui poi si aggiungono altre voci come i fondi per la politica comune di pesca e agricoltura , il sistema ETS e l’iniziativa Clean Energy for EU Islands.

Oltre a tutto questo, i vari pilastri mettono a sistema diversi provvedimenti che gli organi europei hanno licenziato negli ultimi anni, provando a risolvere uno dei problemi che da sempre affliggono il grande carrozzone europeo: il moltiplicarsi dei provvedimenti che burocratizzando tutto rendono farraginosi i meccanismi di azione e sostegno ai territori.

Tre sono invece i pilastri per le aree costiere

  • Prosperità (promozione di un’economia blu dinamica, competitiva e diversificata, con innovazione e nuovi modelli di impresa)
  • Resilienza (rafforzamento dell’adattabilità al cambiamento climatico e alle pressioni ambientali, economiche, sociali e di sicurezza)
  • Vivibilità (promozione di luoghi attrattivi dove vivere e lavorare, salvaguardando cultura, patrimonio e identità)

Dalla burocrazia Ue ai risultati sul territorio

Come ha spiegato lo stesso Fitto nel corso del suo intervento, le due strategie sono il punto di partenza, non un punto di arrivo: ora è il momento di passare dalla “visione” all’azione. I pilastri, infatti, si basano sul dialogo continuo con gli Stati membri e sul supporto a questi. Un tema importante, emerso nel corso della conferenza, ha che fare con l’accesso ai fondi, non sempre immediato, soprattutto per piccole realtà amministrative che non hanno figure preposte.

In questa ottica l’Ue si è proposta anche come “mediatore”, sia fornendo supporto, sia facilitando la portabilità di progetti che funzionano, ovvero cercando di aiutare a replicare esperienze funzionanti in un Paese portandole in un altro.

Un punto sensibile di queste strategie è il punto di caduta, emerso con gli interventi di chi vive e conosce quei territori. Erica Englund, vicepresidente della Federazione europea delle piccole isole (ESIN) e Associazione delle isole finlandesi ha spiegato bene che l’insidia è evitare che basti una spolverata di “green” per risolvere la questione: “L’obiettivo non dovrebbe essere creare isole con energia rinnovabile, ma comunità insulari rinnovabili”.

Marie-Antoinette Maupertuis, presidente dell’Assemblea della Corsica ha posto l’accento su punti sensibili e sull’importanza di un’elasticità di fondo in Europa, punti che già il governo Meloni aveva evidenziato negli scorsi mesi. Maupertuis ha parlato infatti della necessità di maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato e di esenzioni o moratorie sull’ETS per reinvestire nelle infrastrutture portuali e aeroportuali.

Resta un punto importante, ovvero che il vero banco di prova non è nei documenti, ma in ciò che verrà dopo.

Come ha ricordato Fitto, le due strategie sono “un punto di partenza”: il loro peso reale si misurerà nella prossima programmazione finanziaria e nei piani nazionali e regionali di partenariato, cioè nella capacità di far arrivare i fondi fino alle piccole comunità che oggi faticano persino ad accedervi. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra una dichiarazione d’intenti e un cambiamento percepito nella vita di chi quei territori li abita.


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