Inter, lo scudetto è di Chivu: stagione da protagonista
Cristian Chivu entra nella storia dell’Inter dalla porta principale, quella dei simboli che attraversano le epoche. Lo fa vincendo lo scudetto alla prima stagione completa in Serie A, con il 2-0 sul Parma e tre giornate d’anticipo, impresa che lo accomuna a pochi eletti come Cestmir Vycpalek, Arrigo Sacchi e José Mourinho. Un nome, quest’ultimo, che per Chivu non è solo un riferimento storico: è il tecnico con cui condivise il Triplete del 2010 da calciatore, uno dei vertici della sua carriera in nerazzurro.
Straniero di passaporto, italiano d’adozione, Chivu ha costruito il suo percorso calcistico quasi interamente nel nostro Paese. Difensore romeno arrivato a 23 anni, nel 2003, alla Roma dall’Ajax, approdato all’Inter nel 2007, ha legato il proprio nome ai successi di un ciclo irripetibile, chiudendo la carriera nel 2014 con un palmarès che racconta tre scudetti consecutivi (2007-08, 2008-09, 2009-10), due Coppe Italia, due Supercoppe italiane, un Mondiale per club e la Champions League.
È da lì che nasce la sua credibilità, ma è in panchina che costruisce la sua identità: prima nelle giovanili nerazzurre, poi con la Primavera campione d’Italia nel 2021-22, fino alla chiamata in prima squadra dopo l’esperienza a Parma, dove aveva centrato una salvezza pesante, strappata anche con un pareggio contro il Napoli di Antonio Conte, quasi un segnale premonitore. All’Inter arriva in un momento delicato, raccogliendo una squadra svuotata dalla delusione della storica disfatta nella finale di Champions League della stagione scorsa. Un gruppo logorato psicologicamente, attraversato anche da tensioni interne – emblematica la schermaglia tra Lautaro Martinez e Hakan Calhanoglu – e chiamato a ripartire in fretta, senza veri tempi di preparazione, tra il Mondiale per club negli Stati Uniti e un avvio di stagione immediatamente competitivo.
Chivu si ritrova così al timone quasi in corsa, con poco margine per incidere e molto da ricostruire. È qui che emerge la sua cifra. Nessuna rivoluzione, nessuno stravolgimento: la squadra di Simone Inzaghi aveva già raggiunto l’élite europea, con due finali di Champions in tre anni. Chivu sceglie un’altra strada, più sottile e forse più complessa: rifinire, correggere, restituire fiducia. L’Inter diventa più verticale, meno orizzontale, più diretta e concreta. Sempre efficace, soprattutto sui calci piazzati. Un calcio meno estetico e più pragmatico, costruito sulla compattezza del gruppo. Non è un percorso lineare.
Le due sconfitte nelle prime tre giornate avrebbero potuto travolgere un allenatore alla prima esperienza su una panchina così pesante. Il caos post Inter-Juve, con le polemiche legate a Bastoni, aggiunge pressione, così come l’eliminazione precoce in Champions League per mano del non irresistibile Bodo. Eppure la squadra regge. Chivu rimette al centro uomini chiave come Calhanoglu e Dimarco, rilancia Zielinski, valorizza il talento emergente di Pio Esposito, si fa anche trascinare dalla leadership di Lautaro. Ma soprattutto ricostruisce un’identità collettiva, riportando lo spogliatoio su binari condivisi.
Il suo modo di comunicare diventa parte del racconto. Pacato, riflessivo, spesso lontano dai cliché del post-partita, Chivu affronta temi che esulano dal calcio: l’ansia, la famiglia, la dimensione personale. Un approccio raro in un ambiente dominato da dichiarazioni standardizzate. Con il crescere della pressione, però, affiora anche un lato più diretto, quasi in stile Mourinho: «Posso essere tutto ma di sicuro non sono un fesso», dice, rispondendo a chi lo voleva già in discussione dopo poche giornate. «Siamo partiti con l’allenatore inesperto che doveva essere cacciato, e invece siamo rimasti competitivi». E ancora, con una punta di ironia: «Vicini allo scudetto? No, puntiamo alla Champions».
Alla fine, il risultato ribalta ogni previsione. Chivu diventa il primo allenatore dell’Inter dopo 88 anni a vincere lo scudetto sia da giocatore sia da tecnico. L’ultimo era stato Armando Castellazzi, campione nel 1937-38 dopo il titolo da calciatore nel 1929-30. Un’impresa che lo inserisce anche in un club ristrettissimo della storia del calcio italiano: quello di chi ha conquistato lo scudetto in entrambe le vesti negli ultimi cinquant’anni, accanto a figure come Antonio Conte, Carlo Ancelotti, Fabio Capello e Nils Liedholm. Un anno dopo essere stato considerato un traghettatore, forse nemmeno destinato a finire la stagione, è lui ad alzare il tricolore. Davanti a rivali del calibro di Conte, Allegri e Spalletti. Non con una rivoluzione, ma con un lavoro paziente e profondo. Non cambiando tutto, ma capendo cosa non cambiare. È anche questo, forse, il segno distintivo dei vincenti.
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