Intelligenza Artificiale a scuola, l’esperta lancia l’allarme: “Italia ferma all’anno 0,1, i ragazzi perdono l’umano”

I numeri parlano chiaro: quasi il 90% dei maturandi ha dichiarato di aver utilizzato l’Intelligenza Artificiale generativa per affrontare le prove scritte dell’Esame di Stato. Un dato che certifica l’ingresso definitivo, e ormai quotidiano, della tecnologia nei banchi di scuola.
Eppure, a guardare il bicchiere mezzo vuoto, emerge un cortocircuito preoccupante: mentre gli studenti “dialogano” con ChatGPT e i loro colleghi, il sistema scolastico italiano sembra assistere a questa rivoluzione tecnologica come un ospite imbarazzato a una festa che non ha organizzato.
L’Italia all’anno zero virgola uno
A fotografare questo ritardo strutturale è Dianora Bardi, presidente dell’Associazione Centro Studi Impara Digitale e membro del comitato tecnico-scientifico del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Il suo giudizio è netto e senza appelli: “Siamo all’anno 0,1”, spiega intervistata da Adnkronos. Non un punto zero, ma quasi, a significare che l’infrastruttura c’è, ma la consapevolezza culturale è ancora embrionale.
“Con i Decreti ministeriali 65 e 66 del PNRR – spiega Bardi – in un anno abbiamo comprato attrezzature e digitalizzato le aule, avvicinando docenti e studenti all’uso dell’IA. Ma è stato un avvicinamento tecnico, non metodologico”. Il Ministero, in contemporanea, ha stretto la morsa sull’uso dei cellulari in classe, cercando di arginare le distrazioni. Un paradosso solo apparente, perché il problema non è il device in sé, ma l’uso che se ne fa. E oggi, secondo l’esperta, l’uso è quasi sempre passivo e delegatorio.
L’effetto delega e la perdita della fatica cognitiva
Il vero nodo, che Bardi definisce “la perdita dell’umano”, è l’abitudine a demandare alla macchina non solo la ricerca di informazioni, ma la soluzione di problemi che richiederebbero invece un percorso articolato di riflessione. “I docenti si fanno supportare dall’IA per preparare le lezioni, i ragazzi per acquisire conoscenze – racconta –. Ma demandando tutto alla macchina, si rischia di saltare il processo di apprendimento. Quella che chiamiamo ‘fatica’ è in realtà il motore della comprensione”.
Il rischio concreto è che l’IA diventi una stampante di risposte pronte, analogamente a quanto accadeva con la copiatura dai libri, ma con un’aggravante: la risposta dell’AI è così ben confezionata da dare l’illusione di aver capito. Si perde così la capacità di sintesi, di analisi critica e, in definitiva, di costruzione del pensiero autonomo.
La scuola aperta e il tutor silenzioso
Per uscire dall’anno 0,1, Bardi propone un cambio di paradigma: l’IA deve essere governata come un tutor silenzioso, esattamente come si fa con un libro. Non si copia tutto dal libro, ma si consultano più fonti, si sintetizza e si rielabora. Allo stesso modo, l’IA deve essere uno degli strumenti a disposizione in una “scuola aperta”, che superi le mura fisiche e recuperi la dimensione esperienziale e l’empatia del rapporto educativo.
“In altri Paesi non è così – osserva –. Da noi manca la progettazione a lungo termine. Dobbiamo chiederci: qual è il bisogno formativo di questa classe? Come può l’IA aiutarmi a fargli acquisire competenze, e non solo nozioni?”. La sfida, insomma, è trasformare il “coworking” con la macchina in un’alleanza consapevole, evitando che l’Intelligenza Artificiale riduca il rapporto educativo a un freddo scambio uomo-macchina, dove il docente perde il suo ruolo di “compagno di viaggio” per diventare un semplice controllore di output generati da un algoritmo.
Source link




