In tempi come questi l’Italia avrebbe bisogno di un’altra dirigenza per la politica estera. Anche all’opposizione
In periodi così drammatici per la sorte dell’umanità, con l’esplodere e l’acuirsi di guerre e conflitti, con genocidi che si sarebbero dovuti cancellare dal presente e dal futuro della storia, avremmo meritato come popolo italiano un’altra dirigenza e un’altra rappresentanza politica.
È vero, la politica è in crisi ovunque, in talune nazioni addirittura capi di governo e capi di stato sono criminali e terroristi. Ma noi siamo italiani, abbiamo la costituzione più bella del mondo, siamo la culla del diritto, anche antica civiltà dell’umanità, dobbiamo auspicare e lavorare tutti perché non si debba “morire” politicamente del meno peggio.
Il governo Meloni non riesce a riprendersi dalle “sberle” politiche dell’esito del referendum. Siamo in balia di un governo che anche in politica estera le ha sbagliate tutte: dallo zerbino a Trump alla complicità nel genocidio di Netanyahu contro il popolo palestinese. E credo che queste scelte politiche, che non sono meri errori, il governo e la stessa premier Meloni li abbiano pagati nelle urne referendarie.
Ma non è che il ceto politico dell’opposizione, la parte a cui dovremmo guardare con maggiore fiducia, esca particolarmente rafforzato dall’esito del referendum. Il voto ha dato altri e inequivocabili segnali. Ma soprattutto, anche qui, è l’incapacità di una politica estera, internazionale e diplomatica dell’opposizione che non fa stare tranquilli. Sul genocidio e sulla politica di apartheid israeliana la voce dell’opposizione è stata flebile fino a quando la sveglia popolare non ha fatto loro capire, più per ragioni di consenso che di convinzione, che bisognava prendere posizione e mobilitarsi.
Il rapporto con i governi americani, compresi Trump, la Nato, le scelte guerrafondaie e le politiche liberiste, ha visto posizioni nel corso degli anni quasi sempre ambigue, altalenanti, contraddittorie, subalterne da parte di diversi leader dei partiti di opposizione. Non c’è una linea condivisa nell’oppositore sul ruolo dell’Unione Europea, della Russia, della guerra in Ucraina, della politica di difesa, sul riarmo, sulla Palestina, sull’Iran, sulla Cina, sui Brics. La politica del governo spagnolo ad esempio – quindi parliamo di un’area che dovrebbe essere vicina a quella della nostra opposizione – può essere condivisibile o meno, ma possiede una sua coerenza e linearità.
L’opposizione confida sempre, anche dopo il referendum, quando si è riaperto il noioso siparietto primarie sì primarie no, pronti subito a “segare” la sindaca di Genova Salis, che alla fine, per paura di un nuovo governo delle destre – paura più che concreta – ci “turiamo” il naso e andiamo a votare il campetto larghetto. E magari hanno finanche ragione. Ma qualche volta ci sono, e meno male, le variabili. Come un voto referendario in cui il popolo vince sui partiti, come le piazze piene di giovani e lavoratori, come la politica dal basso e penso anche alle elezioni, a breve, nelle quattro più grandi città: Roma, Milano, Napoli e Torino.
Se si conduce l’attacco finale alla Costituzione, se la democrazia è sempre più a rischio, se le guerre incombono sulle nostre teste, non possiamo assistere passivi a questo quadretto politico asfittico e per nulla appassionante. Loro non vogliono comprendere che esiste un paese reale, una politica altra, una passione civile autentica che si “agitano” sui territori. Proveremo in un modo o nell’altro a farglielo capire, per provare ad unire la gente, con forza, coraggio, entusiasmo, nella ferma convinzione che la Costituzione è il battito cardiaco della democrazia e che la sovranità appartiene al popolo e che abbiamo, quindi, il dovere e il compito di rimuovere gli ostacoli.
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