Scienza e tecnologia

Mouse: P.I. For Hire recensione: uno shooter unico nello stile, più classico nel gameplay



Recensione Mouse: P.I. For Hire

Certe volte i videogiochi diventano famosi dopo essere usciti. Altre volte, invece, iniziano a farsi notare molto prima, ancora quando sono poco più che un’idea. Ecco, è esattamente quello che è successo a Mouse: P.I. For Hire

I suoi autori hanno immaginato uno sparatutto in prima persona vecchio stampo con l’estetica dei cartoni animati anni ’30, avete presente? Quelli animati nello stile rubber hose, “a tubo di gomma” come si dice volgarmente nella nostra lingua, caratterizzato da forme elastiche e arti fluidi, senza articolazioni, appunto come fossero tubi di gomma.

I primi materiali mostrati circa tre anni fa, quando il gioco era solo un’idea sotto il nome di Mouse, hanno iniziato a circolare rapidamente online, attirando attenzione proprio per questo contrasto così netto tra forma e contenuto. 

A quel punto, Fumi Games insieme a PlaySide Studios hanno trasformato quell’idea in un prodotto completo. Noi lo abbiamo giocato, e ve lo raccontiamo in questa recensione.

Scheda videogioco

  • Publisher
    PlaySide
  • Sviluppatore
    Fumi Games
  • Genere
    Sparatutto
  • Numero giocatori
    1
  • Lingua
    Testi in italiano
  • Disponibile su

La storia

La storia di Mouse: P.I. For Hire vi mette nei panni di Jack Pepper, un investigatore privato alle prese con un caso che vede la scomparsa di un mago, avvenuta in circostanze tutt’altro che chiare. Da lì parte un’indagine che, come da tradizione noir, si complica progressivamente, portandovi a scoprire cosa si nasconde davvero dietro questa sparizione.

Solo che tutto questo non avviene in un contesto realistico. Avviene in un mondo popolato interamente da topi

L’universo creato da Fumi Games attinge a piene mani dall’immaginario noir anni ’20 e ’30, ma lo rilegge in chiave completamente surreale, dove tutto ruota attorno al formaggio, che diventa valuta, status symbol, oggetto di desiderio. Ci sono battute continue, giochi di parole, situazioni costruite, appunto, sul formaggio. E sotto questa superficie c’è anche una leggera allegoria sociale, con una stratificazione della società rappresentata attraverso diverse specie, classi ed immancabili poliziotti corrotti, dove persino il tipo di formaggio che consumi definisce chi sei.

Detto questo, è giusto chiarirlo: non è un gioco che si affronta per la trama in senso stretto. La narrazione è volutamente semplice, poco più che un pretesto, e punta molto più sul tono parodistico e sull’assurdità del contesto che su una costruzione narrativa davvero profonda. È più un “e se un thriller investigativo fosse ambientato in un mondo di topi”? Un po’ dispiace che non vada oltre questo, perché il contorno lo avrebbe permesso, visto quanto è curato.

È evidente che il team abbia investito tantissimo nel rendere questo mondo credibile nelle sue regole, sia a livello estetico, che nei dialoghi. Il doppiaggio, ad esempio, è di altissimo livello: per dire, Jack Pepper è interpretato da Troy Baker (Joel in The Last of Us), che riesce a dare al personaggio una presenza costante, spinta da una quantità impressionante di linee di dialogo. Commenta praticamente tutto, sempre con battute coerenti con l’universo del gioco, e sempre restando dentro quel tono ironico e noir allo stesso tempo.

I personaggi, presi singolarmente, non sono particolarmente memorabili, così come gli eventi stessi, ma è proprio il mondo nel suo insieme a funzionare, che fa da ottima cornice estetica, dando tantissimo carattere al gameplay.

Il gameplay

Per quanto riguarda il gioco in sé, Mouse: P.I. For Hire è, nella sua essenza più pura, un boomer shooter. Quindi uno sparatutto vecchio stampo, sulla scia di Doom e Quake, dove non ci sono coperture né vita autoricaricante, bensì scontri diretti a profusione in un’impostazione lineare.

Chiaramente il gioco prova a reinterpretare questa formula a suo modo, ed inserisce una componente narrativa più presente rispetto alla media del genere, ma senza mai diventare invasiva: i dialoghi sono brevi, frizzanti, servono più (come già detto) a dare carattere e tono che a costruire una trama complessa. L’attenzione è sempre sull’estetica, sull’assurdità del mondo e sul carisma generale.

Per il resto, la struttura è quella classica: si avanza, si spara, si eliminano ondate di nemici che, nella maggior parte dei casi, funzionano come carne da macello. Ci sono piccole interazioni ambientali, come rompere porte o attivare meccanismi di leve, e qualche sezione platform, ma tutto rimane piuttosto scolastico.

Anche le armi seguono questa filosofia, con qualche variazione rispetto ai classici: ad esempio richiedono la ricarica dopo un certo numero di colpi, cosa non scontata per il filone. Però, nel complesso, il feeling rimane quello di uno shooter molto tradizionale.

Dove invece il gioco eccelle, lo ribadiamo, è nell’estetica. È senza dubbio indovinata la scelta del bianco e nero con gli ambienti in 3D, mentre personaggi, nemici e armi sono bidimensionali e animati in modo eccellente.

Anche solo guardare le ricariche, i colpi, le reazioni dei nemici è un piacere, è così un piacere che risulta magnetico. E lo stesso vale per il comparto sonoro, soprattutto la colonna sonora jazz, fatta di sax e atmosfere noir, cucita alla perfezione sul titolo: scommettiamo che il tema principale, una volta sentito, non ve lo toglierete facilmente dalla testa?

I limiti

Sul piano puramente ludico, come detto, l‘esperienza in sé non brilla certo di complessità, e anzi, abbiamo proprio notato delle ingenuità di quella che, di fatto, è un’opera prima. Giusto per citarvi degli esempi, il gioco introduce col tempo nuove abilità come la planata, il doppio salto, il rampino, ma sono elementi che non cambiano davvero il ritmo o la verticalità degli scontri, sono lì più che altro per fare numero e variare la minestra quanto basta. Il gunplay però è piacevole, ma non si evolve troppo nel tempo, e il corpo a corpo manca di impatto e dinamismo rispetto agli standard più moderni.

Ci sono poi alcune scelte discutibili, che avrebbero meritato più attenzione. Ad esempio, il sistema economico è piuttosto debole: le monete che si raccolgono servono a poco, giusto a sbloccare qualche extra o elementi secondari poco rilevanti, come carte per un minigioco che non lascia il segno.

I potenziamenti delle armi invece hanno buone idee, come lo sblocco dei colpi secondari, ma restano meno incisivi rispetto a quanto visto in altri titoli del genere, come il nuovo Doom, dove l’esplorazione è decisamente più appagante. 

Il gioco poi presenta un hub e una mappa da cui selezionare i livelli, e andando avanti si sbloccano più missioni per raccogliere indizi e proseguire nel caso. Sulla carta è interessante, ma nella pratica c’è un limite grosso: una volta usciti da un livello, non si può tornare indietro. Questo significa che eventuali missioni secondarie non completate restano perse.

Anche il design dei livelli e delle situazioni è molto classico. I nemici spesso spawnano da porte ben riconoscibili, e non è raro ritrovarsi ad aspettarli per eliminarli appena compaiono. Alcuni boss poi sono riusciti e divertenti, soprattutto quando introducono dinamiche ambientali, altri invece risultano molto più semplici, dove si tratta solo di girare in tondo e sparare.

La sensazione generale è che ci sia tanta quantità nelle sue ben dieci ore di avventura, ma non tutto sia rifinito allo stesso livello, o meglio, si ha la sensazione che il gameplay non raggiunga la grande cura riposta nello stile, nel voler costruire qualcosa di identitario. 

Sia chiaro però che, pur con i suoi limiti, c’è sempre quel qualcosa in più che ti spinge ad andare avanti, come nuove armi, abilità, piccoli segreti da scoprire, o anche qualcosa a livello narrativo, che comunque ti mette almeno un pizzico di curiosità nel vedere cosa si sono inventati. 

Prezzo

Mouse: P.I. For Hire è disponibile in digitale al prezzo di 29,99€ su PS5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch 2 e PC. Ci sono anche le versioni fisiche e speciali su Amazon Italia.

Il codice digitale per questa recensione è stato fornito da PlaySide, che non ha avuto un’anteprima di questo contenuto e non ha fornito alcun tipo di compenso monetario. Potete leggere maggiori informazioni su come testiamo e recensiamo dispositivi su SmartWorld a questo link.

Su alcuni dei link inseriti in questa pagina SmartWorld ha un’affiliazione ed ottiene una percentuale dei ricavi, tale affiliazione non fa variare il prezzo del prodotto acquistato. Tutti i prodotti descritti potrebbero subire variazioni di prezzo e disponibilità nel corso del tempo, dunque vi consigliamo sempre di verificare questi parametri prima dell’acquisto.

Giudizio Finale

Mouse: P.I. For Hire

Mouse: P.I. For Hire è già tra gli i titoli più riconoscibili dell’anno, perché, scontato dirlo, ha stile da vendere. Proprio però questa eccellenza estetica finisce, a tratti, per mettere ancora più in evidenza i limiti del gameplay. Perché mentre da un lato tutto ciò che riguarda direzione artistica, atmosfera e carattere è di altissimo livello, dall’altro il gioco ricorda spesso che si tratta comunque di una produzione non enorme. È di fatto un boomer shooter, che mette sì, tanta carne al fuoco, ma non tutta è cotta a puntino. Il paragone con altri titoli simili viene naturale, ne esce un po’ ridimensionato, ma non sconfitto. Al netto di tutto questo, è un gioco che gli amanti degli sparatutto in soggettiva vecchio scampo non possono lasciarsi scappare. Difficilmente farà cambiare idea a chi non è avvezzo al genere, ma è anche vero che grazie alla sua estetica e alla sua ironia così peculiare potrebbe comunque incuriosire, e magari anche conquistare, chi è disposto a lasciarsi trasportare più dall’atmosfera che dalla profondità del gameplay. Ne vogliamo già un seguito, questo è poco ma sicuro.

Voto finale

Mouse: P.I. For Hire

Pro

  • Stile da vendere
  • Comparto sonoro eccezionale
  • Atmosfera sonora (doppiaggio e jazz) molto riuscita
  • Gunplay semplice ma immediato e divertente

Contro

  • Sistema economico e progressione poco incisivi
  • Pochi guizzi nella struttura dei livelli
  • Sistema economico e progressione poco incisivi

Giorgio Palmieri

Giorgio Palmieri
Da oltre dieci anni nel network di SmartWorld, ho iniziato il mio viaggio con AndroidWorld recensendo videogiochi mobile, con un occhio di riguardo per le perle nascoste negli angoli più reconditi dei negozi virtuali. Nel tempo, la mia passione è cresciuta insieme al sito, permettendomi di esplorare il mondo della tecnologia a 360°. Mi piace definirmi un jolly: scrivo, edito e collaboro a tutto ciò che mi appassiona. Ma, nel profondo, il mio cuore batte sempre e solo per loro: i videogiochi.


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