In pensione si va sempre più tardi. Ecco a quale età, regione per regione
ROMA – L’età per andare in pensione cresce. Nel quadriennio 2022-2025, segnato dal governo Meloni, è salita in media di un anno per le donne, da 64,4 a 65,4 anni, e di quattro decimali per gli uomini, da 63,7 a 64,1. Un aumento non dovuto però all’adeguamento automatico alla speranza di vita che scatterà solo da gennaio con un mese in più e poi dal 2028 con altri due mesi. Gli italiani vanno in pensione più tardi perché il governo ha ristretto tutti i canali di flessibilità: dalle anticipate a Opzione donna fino alle Quote.
Il Rendiconto sociale del Civ Inps presenta anche un dettaglio regionale interessante. Si scopre così che al Nord si va in pensione prima che al Sud, spia di carriere più continue, meno povere, meno esposte ai buchi contributivi. E che per le donne gli aumenti di età sono stati più forti, anche per la cancellazione di fatto del canale di Opzione donna. Vediamo nel dettaglio con l’ausilio di mappe e tabelle.

L’Italia a due velocità: dove si esce più tardi
La mappa del Civ Inps fotografa l’età media alla decorrenza delle pensioni di vecchiaia e anticipate nel 2025. Il dato nazionale è 65,4 anni per le donne e 64,1 per gli uomini. Ma dietro la media ci sono Italie diverse. Per le donne il valore più alto è in Umbria, 67 anni, seguita da Calabria, 66,7, e Campania, 66,6. Il più basso è in Trentino-Alto Adige, 64 anni, poi Veneto, 64,4, Valle d’Aosta, 64,5, e il gruppo di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna a 64,7.
Per gli uomini il picco è più nettamente meridionale: Calabria 66,2 anni, Campania 66,1, Sicilia 65,7, Basilicata 65,6, Sardegna 65,3. In fondo alla classifica ancora il Trentino-Alto Adige, 62,3 anni, poi Valle d’Aosta 62,8, Veneto 62,9 e Lombardia 63,1. La distanza tra estremi è ampia: tre anni pieni tra le donne, quasi quattro tra gli uomini.

Il Nord ultimo: ma è una buona notizia
Nella classifica può sorprendere che molte regioni del Nord siano in fondo, cioè tra quelle dove si esce prima. Ma non è necessariamente un segnale negativo. Anzi. Se la tavola misura insieme vecchiaia e anticipate, uscire prima significa spesso avere alle spalle carriere più lunghe, continue, con contributi pieni e salari più stabili. È il contrario di una carriera spezzata, con periodi di lavoro nero, part-time involontario o disoccupazione, che rende più difficile raggiungere i requisiti per l’anticipo e spinge verso la vecchiaia ordinaria.
Il dato territoriale conferma dunque una frattura nota. Dove il mercato del lavoro è più robusto, la pensione può arrivare prima. Dove il lavoro è più fragile, si resta più a lungo in attesa dei requisiti. Non perché si lavori sempre di più per scelta. Ma perché ci si arriva più tardi.

Le donne sempre più penalizzate
La terza tabella racconta l’aumento dell’età tra 2022 e 2025. Qui il divario di genere è netto: in Italia l’età alla decorrenza cresce di un anno per le donne e di 0,4 anni per gli uomini. Gli incrementi femminili più forti sono in Friuli-Venezia Giulia, +1,3 anni, Emilia-Romagna e Lombardia, +1,2, Piemonte, +1,1, Liguria, Molise e Toscana, +1. Per gli uomini gli aumenti sono più contenuti: al massimo +0,5 anni in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto.
È l’effetto della stretta sui canali di uscita, ma anche della diversa storia contributiva. Opzione donna, ridotta a misura residuale, ha tolto proprio alle lavoratrici uno dei pochi strumenti di anticipo. E il Rendiconto conferma il quadro: meno pensioni anticipate, età più alta alla decorrenza, assegni nuovi più bassi. La pensione si allontana. E per molte donne si allontana di più.
Source link




