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in Italia la situazione non è diversa, il 25 aprile lo ha confermato – Il Tempo


Daniele Capezzone

Che cerchino il morto lì (anzi: un morto ben preciso, di nome Donald) è ormai chiaro a tutti: tre attentati in 22 mesi rappresentano un record decisamente non invidiabile, oltre che ben difficilmente eguagliabile.

Ma attenzione, amici lettori: sia pure in modo diverso, c’è chi cerca il morto anche qui, come abbiamo capito per l’ennesima vol- ta l’altro ieri, in occasione del 25 aprile.

Procediamo con ordine. La campagna di odio contro Donald Trump è quasi senza precedenti: per virulenza, appare perfino più sgangherata e pericolosa (per via politica, mediatica, giudiziaria) di quella che perseguitò qui in Italia Silvio Berlusconi, non a caso raggiunto a Piazza Duomo da una statuetta in faccia che lo lasciò sanguinante e vivo solo per miracolo.

Certo che Trump non è una mammoletta, ma contro di lui i dem Usa e il loro apparato mediatico hanno creato un clima infame. Letteralmente, non si scherza più.

Nel mio ultimo libro, uscito l’estate scorsa (pochi giorni prima dell’assassinio del povero Charlie Kirk), avevo citato un terrificante report NCRI (Network Contagion Research Institute) che era stato magistralmente analizzato poche settimane prima dal politologo Luigi Curini.

 

Tenetevi forte, ecco i numeri: 38 americani su 100 considererebbero giustificabile l’assassinio di Trump e ben 31 l’eliminazione di Elon Musk. E non finisce qui: se si restringe il campione agli elettori di sinistra, le percentuali si impennano fino rispettivamente al 55% e al 48%. Non solo: anche senza arrivare all’omicidio, 6 progressisti su 10 ritengono accettabile danneggiare un’auto Tesla a causa di ciò che essa rappresenta.

Capite bene che ogni argine è stato travolto, ogni tabù abbattuto, fino all’eliminazione fisica del nemico, rispetto alla quale il danneggiamento contro le cose è considerato un banale antipasto. Di più: le cifre suggeriscono sia un elemento quantitativo (numeri di massa) sia un elemento qualitativo (la violenza o almeno l’accettazione della violenza come tendenze socialmente sdoganate e quasi “di moda”).

Davanti a questo, e in considerazione dell’odio sparso a piene mani contro Trump, a che serve piagnucolare dopo, oppure esprimere preoccupazione per il “clima”? E infatti già ieri, al di qua e al di là dell’Atlantico, numerosi politici e commentatori, con diverse gradazioni di ipocrisia, hanno mormorato una specie di «se l’è cercata», più o meno le stesse cose che dissero dopo l’omicidio di Charlie Kirk.

Ricordatelo bene: il “destro” non va bene nemmeno se è vittima, nemmeno se muore. Anche da bersaglio, è lui che deve giustificarsi davanti al sinedrio dei “buoni e giusti” di sinistra.

 

Ecco, amici de Il Tempo, non vorrei trasmettervi un senso di angoscia, ma in Italia la situazione non è poi così diversa. Solo il minor numero di armi in circolazione rende statisticamente meno probabile prendersi una fucilata o un colpo di pistola, ma l’accanimento da sinistra verso destra non è meno feroce rispetto a quanto accade in America.

Vogliamo parlare dello scorso 25 aprile? Di come la saldatura tra “galassia resistenziale” (contro un fascismo oggi inesistente) e “galassia Pro Pal” abbia portato in piazza, tra Milano e Roma, squadracce rosse pronte ad aggredire i manifestanti portatori di bandiere “sgradite”? Semmai c’è da chiedersi come mai le forze dell’ordine- immaginiamo per prudenza – abbiano fatto uscire dal corteo la Brigata ebraica, anziché cacciare i violenti.

O forse la risposta è ancora più amara: i violenti hanno preso il controllo, e sono perfino “accettati” nella loro oscena prepotenza. Vogliamo sperare che così non sia.
Ma resta il punto di fondo: il conflitto politico, le tensioni sociali, la battaglia delle idee sono tre entità sottoposte a una grammatica, a delle regole, o per lo meno – chiamiamole così – a delle regolarità.

Può accadere – ed è lo scenario più desiderabile – che chi promuove una campagna, anche fortemente polemica, lo faccia ponendosi un obiettivo chiaro-determinato-raggiungibile, cercando di estendere il consenso intorno al suo possibile ottenimento, e soprattutto precostituendo sia lo scenario della vittoria (il risultato viene ottenuto) sia quello della sconfitta (il risultato non viene ottenuto, ma il movimento esce rafforzato dalla battaglia intrapresa).

Può invece accadere – ed è lo scenario più cupo – che un oggetto comprensibile della campagna non esista, e che consista solo in un umore, anzi in un malumore, in un desiderio di contrapposizione a qualcuno o a qualcosa. In questo caso, non esistono tappe possibili di un percorso (una legge da far approvare o da fermare, un risultato normativo o contrattuale da conseguire), né è immaginabile un lavoro culturale di sostegno (libri, campagne giornalistiche, correnti di pensiero da alimentare). Esiste solo lo scontro, il contrasto totale, l’urlo, il muro contro muro, l’invettiva rabbiosa, la demonizzazione assoluta.

 

In Italia si sta realizzando questo secondo schema: contro il governo, contro gli ebrei e i simboli di Israele, e ovviamente contro l’America. Perfino a prescindere dal momentaneo atteggiamento del governo verso Washington e verso Gerusalemme. L’odio prescinde da qualunque analisi dei fatti e delle contingenze.

E l’opposizione politica? I poveri Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni nemmeno se ne rendono conto, ma sono diventati pericolosi per se stessi e per gli altri.

E non perché guidino quella deriva, ma perché la inseguono. Non sono leader, sono tecnicamente follower.

Seguono l’onda, non possono contrastarla, perché non sono più in grado di fermare le belve che hanno alimentato, insieme ai loro media di riferimento (cioè ormai quasi tutti i giornali e i principali programmi tv, con eccezioni sempre più rare).

A ben vedere, è la stessa situazione in cui si trova Maurizio Landini, che straparla da quasi due anni di «rivolta sociale», non sapendo bene ciò che dice, ma urlandolo tre volte a settimana in tv.

Risultato? Adesso è a sua volta regolarmente scavalcato da formazioni sindacali ancora più estremiste.

Con questo innesco, l’incendio è stato ormai appiccato, e ogni occasione, ogni pretesto, ogni piazzata sono utili a far casino. Pro-Pal, studenti che urlano, scioperi senza senso: nel minestrone può finire di tutto. E in questo magma senza idee e soprattutto senza sbocco politico, senza incanalamento razionale di una istanza di opposizione, ecco arrivare puntuali gli scontri con la polizia, i bastoni, in qualche caso gli orridi segni della P38, le aggressioni anti-Israele e anti-Ucraina.

 

Peggio: c’è – ottusa ma ripetuta all’infinito, e quindi statisticamente destinata a produrre un risultato – la ripetizione ossessiva dello schema della contrapposizione fisica e di piazza. Senza neanche rendersene conto, chi agisce così cerca il morto. E, sempre senza rendersene conto, è tragicamente probabile che lo troverà, perché un incidente è per definizione dietro l’angolo. In questa miserabile e irrazionale corsa al «tanto peggio tanto meglio», si tratterebbe di un corpo da scagliare contro il nemico, di un ennesimo oggetto contundente da scaraventare contro i «fascisti al governo».

Voglio sperare che il mio sia un esercizio eccessivo di pessimismo. Temo invece che si tratti di una banale operazione volta – enigmisticamente parlando – a unire i puntini. E infatti non mancano sociologi e intellettuali progressisti, che già fecero danni da giovani, e che oggi pontificano dicendo che «dobbiamo ascoltare» il disagio e le proteste. E infatti abbiamo ascoltato: ma quello che abbiamo sentito – oltre che visto – è molto brutto e assai pericoloso. Prepariamoci al peggio.

Ps.
Questa deriva non esclude affatto che pure qualche facinoroso di estrema destra si senta “chiamato” a comportamenti violenti. Orrore chiama orrore, idiozia chiama idiozia. Gli spari a Roma il 25 aprile non sono affatto un buon segno, e speriamo di capirne presto l’origine e il colpevole. Ma la miccia è stata accesa. Certo, la differenza balza agli occhi: da destra, nessuno giustifica, nessuno occhieggia, nessuno civetta con i violenti.

Scusate se è poco.


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