Friuli Venezia Giulia

in ballo quasi 300 milioni di fatturato


L’amministratore delegato di Icop, Piero Petrucco, ha incontrato le sigle sindacali e il sindaco di Cesena Enzo Lattuca nella sede di Ance – Confindustria di Forlì. L’obiettivo: rassicurare il territorio sul futuro di Trevi, il colosso cesenate delle fondazioni e dell’ingegneria del sottosuolo, finito nel mirino di due offerte pubbliche concorrenti, quella della stessa Icop e quella di Webuild.

Icop scende in campo sul territorio

Il gruppo friulano di Basiliano aveva lanciato il 29 giugno un’offerta pubblica di scambio totalitaria su Trevi, con un valore nominale di 240 milioni di euro. L’operazione è interamente in azioni: per ogni titolo Trevi portato in adesione vengono offerte 0,133 nuove azioni Icop. Il concambio, calcolato sul prezzo di Icop precedente all’annuncio, attribuiva a ogni azione Trevi un valore di 4,163 euro, con un premio del 20,1 per cento rispetto all’ultima quotazione ufficiale e del 35,4 per cento rispetto al prezzo teorico ex diritto legato all’ultimo aumento di capitale.

L’incontro è durato alcune ore. Icop ha voluto mandare un segnale preciso: in caso di successo dell’offerta, il radicamento di Trevi nel cesenate non sarà toccato. Trevi conta circa 3.000 dipendenti, di cui mille in Italia, e rappresenta un asse portante dell’economia cittadina.

Il consigliere di Icop Giacomo Petrucco, anch’egli presente al vertice, ha chiarito la posizione del gruppo: “Il progetto industriale che presentiamo prevede al contrario la valorizzazione del polo di Cesena e, in caso di successo dell’Ops, l’integrazione arriverà mantenendo o addirittura aumentando l’occupazione. Non c’è alcuna volontà di togliere qualcosa a Cesena, ma al contrario di creare occasioni di sinergia per aumentare la produttività ed economie di scale”.

Ai sindacati e alle istituzioni locali i vertici di Icop hanno illustrato anche il proprio modello aziendale e le azioni di responsabilità sociale realizzate in Friuli, tra cui il sostegno ai corsi Its e universitari e il welfare aziendale, “che proponiamo di estendere anche a Trevi”. Sull’offerta concorrente di Webuild, Piero Petrucco si è limitato a osservare: “Il nostro non è mai stato un progetto alternativo, crediamo che abbia senso aggregare una specialità con una specialità”.

Chi è Icop e come è arrivata fin qui

Icop è specializzata nelle fondazioni e in particolare nel microtunneling. È saldamente controllata dalla famiglia Petrucco attraverso Cifre srl, titolare del 78,4 per cento del capitale. Il gruppo ha vissuto una fase di fortissima espansione: nel 2025 i ricavi consolidati sono passati da 182,3 a 428,3 milioni di euro, l’Ebitda rettificato ha raggiunto 84,6 milioni e l’utile netto rettificato 36,6 milioni. Considerando le acquisizioni di Palingeo e Agh come se fossero state consolidate per l’intero esercizio, il gruppo indica ricavi pro-forma per 505,2 milioni ed Ebitda per 93,2 milioni.

L’offerta non ha però ricevuto il favore del consiglio di amministrazione di Trevi, che ha rilevato all’unanimità come la proposta non riflettesse adeguatamente il percorso di crescita intrapreso dalla società, precisando che l’operazione non era stata “in alcun modo sollecitata, né tantomeno discussa o concordata in precedenza” con i propri vertici.

Webuild entra in corsa

Un mese dopo, il 29 luglio, è entrata in campo Webuild. Il gigante italiano delle costruzioni ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria su Trevi, configurandola come offerta concorrente rispetto a quella di Icop. Webuild mette sul tavolo 4,50 euro in contanti per ogni azione Trevi, valorizzando l’intero capitale del gruppo cesenate circa 295 milioni di euro. A differenza di Icop, l’offerta è interamente in denaro. La società guidata dall’amministratore delegato Pietro Salini possiede già il 4,998 per cento di Trevi e ha posto come condizione il raggiungimento di almeno il 66,7 per cento dei diritti di voto.

Webuild ha sede a Rozzano, nel Milanese, ha chiuso il 2025 con 13,6 miliardi di euro di ricavi e al 30 giugno 2026 disponeva di un portafoglio ordini nell’ordine dei 54 miliardi. Il controllo fa capo alla famiglia Salini: Salini spa detiene circa il 38,7 per cento del capitale, mentre Cdp Equity possiede il 16,46 per cento.

La situazione di Trevi

Trevi ha comunicato di considerare completata la propria manovra di risanamento finanziario. Nel 2025 il gruppo ha registrato ricavi per 624 milioni di euro, in calo rispetto ai 663,3 milioni dell’anno precedente, ma con una redditività in miglioramento: l’Ebitda è salito da 83,6 a 85,5 milioni, con un margine del 13,7 per cento, e l’utile netto è passato da 5,5 a 8,6 milioni. Gli ordini acquisiti nel 2025 hanno raggiunto 734,3 milioni, 128,9 milioni in più rispetto all’anno precedente, ai quali si sono aggiunti altri 157 milioni nei primi due mesi del 2026.

Il punto debole restava la struttura finanziaria: alla fine del 2025 la posizione finanziaria netta era pari a 187,4 milioni di euro. Per sostenere il piano industriale, Trevi ha impostato una manovra basata su un aumento di capitale da 100 milioni di euro, integralmente sottoscritto dagli azionisti, e su un finanziamento bancario a medio-lungo termine da 180 milioni, erogato nel luglio 2026 con un pool di istituti finanziari per una durata di cinque anni. Contestualmente il gruppo ha rimborsato integralmente l’indebitamento oggetto dell’accordo di ristrutturazione del novembre 2022.

Il principale azionista di Trevi è Cdp Equity, con il 21,3 per cento del capitale, seguita da Praude Asset Management con il 14,1 per cento e Polaris Capital Management con il 6,6 per cento. Il restante 58 per cento è costituito dal flottante e dagli altri azionisti. La presenza di due offerte concorrenti — diverse per natura del corrispettivo, condizioni di efficacia e soglie minime — rende, secondo la stessa Trevi, non prevedibile l’esito della partita e apre la possibilità di eventuali rilanci.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »