Il Pato e l’arte di non sentirsi piccoli

Roberto Abbondanzieri, detto Pato, oggi ha 54 anni e vive a Bouquet, un paese di circa 1.500 abitanti nella provincia argentina di Santa Fe, dove è nato. Ha investito i soldi guadagnati facendo il calciatore in terreni e macchinari, coltiva soprattutto cereali e soia. È diventato un grande intenditore di mietitrebbie e trattori come suo padre, dopo aver imparato come si usciva sui cross e come si comandava una difesa.
Roberto Abbondanzieri, detto Pato, faceva il portiere, e molte cose si imparano sul mondo guardandolo da una linea di gesso, con la testa sotto una traversa. È diventato un micidiale pararigori, eppure da ragazzino non glieli lasciavano vivere. Se una partita finiva in quel modo, prima di andare a tirarli veniva sostituito. Nel 2003, contro il Milan a Yokohama, il Boca ha vinto l’Intercontinentale perché lui fermò Pirlo e Costacurta. Lo chiamano Pato perché camminava e correva come Daffy Duck della Warner Bros, il Pato Lucas per gli argentini. Fino al 2002 era Abbondancieri, con la c. Il cognome della famiglia italiana era stato trascritto male, e lui ha recuperato la z originaria per ottenere un passaporto europeo.
Oggi ha lasciato il calcio anche se può dirsi l’unico al mondo ad aver attraversato tre ere e diviso il campo con i tre giganti della storia argentina recente: Kempes, Maradona e Messi. C’è un piccolo trucco. Con Kempes ha giocato solo un amichevole omaggio, ma con Diego è stato al Boca, con Leo in Nazionale. Sembra la stessa storia che in Italia ha vissuto Massimo Mauro, compagno di Platini alla Juve, di Zico all’Udinese e di Maradona a Napoli. Solo che Mauro ha concentrato i suoi incontri in una stessa epoca, il Pato ha attraversato le generazioni. Quando però deve scegliere chi sia stato il migliore, fa il nome di Riquelme, sebbene tre anni fa abbia sostenuto la lista avversaria alla sua nelle elezioni del Boca, così come Mauro ha amato Diego ma pensa che Zico sarebbe stato il suo allenatore ideale.
Mauro pare un personaggio de La Terrazza di Scola, Abbondanzieri sembra uscito dalle pagine di García Márquez. Nel vivere una condizione del genere, esiste il rischio doppio di sentirsi da un lato abusivi, dall’altro di complicarsi la vita per dimostrare di essere all’altezza. Bisogna saper stare accanto a un monumento senza passare la giornata a guardarlo dal basso ma senza la tentazione di salire con lui sul piedistallo. È una specie di ricerca di indipendenza. E quando tutto finisce, dopo l’ultima partita, scopri il piacere di essere atteso da un trattore in un campo.
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