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Il paradosso del Cremlino. Trattare ma ai suoi patti

Mentre il fronte militare, nonostante le tregue annunciate, continua a consumarsi nell’Est dell’Ucraina, il linguaggio del Cremlino segnala un mutamento significativo: la Russia torna a parlare di negoziati, di mediazione internazionale e perfino di incontri diretti con Kiev. Ma dietro l’apparente apertura diplomatica, Mosca ribadisce con fermezza le proprie condizioni strategiche, a partire dal destino del Donbass, che il Cremlino considera fuori dall’orbita ucraina. Le dichiarazioni arrivate nelle ultime ore da Vladimir Putin, dal suo consigliere per la politica estera Yuri Ushakov e dal portavoce Dmitrij Peskov delineano una doppia linea: disponibilità al confronto, ma solo dentro un quadro che riconosca gli equilibri militari maturati sul terreno.

A fissare il perimetro politico della posizione russa è stato Ushakov, figura chiave della diplomazia del Cremlino, secondo cui “in Ucraina sanno che dovrà essere fatto”, riferendosi a un eventuale ritiro di Kiev dal Donbass. Parallelamente, Peskov ha ribadito che “l’operazione militare si concluderà con una vittoria”, mentre Putin stesso ha sostenuto che “il conflitto sta volgendo al termine”. Formule calibrate, che suggeriscono come il Cremlino ritenga di trovarsi in una posizione negoziale più forte rispetto ai mesi precedenti. Rilevante è il riferimento agli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, che secondo Ushakov sarebbero attesi “presto a Mosca per continuare il dialogo”.

La novità diplomatica più significativa riguarda però l’apertura esplicita di Putin a colloqui con Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, anche in un Paese terzo. Secondo il presidente russo, il premier slovacco Robert Fico avrebbe trasmesso un messaggio del leader ucraino relativo alla possibilità di un incontro. Putin ha dichiarato che Zelensky sarebbe “benvenuto a Mosca” e che la Russia “non ha obiezioni” a negoziati ospitati altrove, purché finalizzati alla firma di un accordo concreto. Al tempo stesso, Mosca insiste sul carattere “bilaterale” della crisi. Secondo Zelensky la Russia è stata “un po’ spinta a farlo”, mentre la parte ucraina è da tempo pronta per i negoziati. “Ora è necessario trovare un formato per tali incontri al fine di porre fine alla guerra e fornire garanzie di sicurezza affidabili”.

Berlino intanto accoglie con scetticismo la proposta di Putin di affidare all’ex cancelliere Gerhard Schröder (ex consulente di Gazprom) un eventuale ruolo di mediatore tra Russia e Ue. Fonti governative tedesche hanno parlato di “strategia ibrida” del Cremlino, e propongono il presidente Frank-Walter Steinmeier come possibile mediatore. Lo stesso Steinmeier oggi vedrà l’ambasciatore russo in Germania Sergei Nechaev.

La fase che si apre appare dunque paradossale. Mai come ora il Cremlino parla di negoziati, scambi di prigionieri e mediazioni internazionali; eppure mai come ora insiste sulla inevitabilità delle proprie condizioni politiche e territoriali.

Molto diversa la posizione del premier slovacco Fico, unico leader europeo presente alla parata sulla Piazza Rossa. Fico ha definito “un errore madornale” l’assenza di dialogo politico tra Ue e Russia, criticando duramente la strategia delle sanzioni e il progressivo disimpegno energetico europeo da Mosca.

Le sue parole riflettono una tensione crescente all’interno dell’Unione Europea: tra Paesi che vedono nella fermezza verso Mosca una necessità strategica e governi che iniziano a considerare insostenibile un conflitto oneroso e senza sbocchi visibili.


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