Il ministro Locatelli e il decreto legislativo 62/2024: il progetto di vita, raccontato prima a Rimini e adesso a Novedrate, è sistema, dalla scuola alla vita intera

Il progetto di vita delle persone con disabilità non nasce in Italia con il decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62, e partire da questa precisazione non ridimensiona affatto la portata della riforma: permette, al contrario, di comprenderla meglio.
Prima del 2024 esistevano norme importanti, principi avanzati, sperimentazioni territoriali, strumenti scolastici, interventi sociosanitari e progetti costruiti da amministrazioni, associazioni e cooperative; esisteva soprattutto l’articolo 14 della legge 328 del 2000, che aveva introdotto il progetto individuale per la persona con disabilità, mentre negli anni successivi la legge sul “Dopo di noi”, la riforma dell’inclusione scolastica, il PEI e altri provvedimenti avevano progressivamente aggiunto pezzi di una progettazione orientata alla persona. Ciò che mancava, tuttavia, era un’architettura altrettanto organica capace di tenere insieme questi pezzi, superando quella frammentazione tra sociale, sanitario, scuola, lavoro e servizi territoriali che per anni ha rappresentato uno dei nodi più difficili del welfare italiano. Il manuale Il progetto di vita. Tutto quello che c’è da sapere sulla riforma della disabilità e sul decreto 62/2024, nato dall’iniziativa del ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli e curato da Gianfranco de Robertis, parte esattamente da questo cambio di paradigma: non una semplice modifica normativa, ma una diversa prospettiva sulla persona, sui suoi diritti, sulle aspirazioni e sulle potenzialità.
È qui che la centralità politica e istituzionale di Alessandra Locatelli diventa evidente. Il decreto 62/2024 dà attuazione alla legge delega 227 del 2021, dunque non nasce in un vuoto normativo né può essere attribuito alla volontà di una singola persona; ma è con l’attuale fase di attuazione, formazione, sperimentazione e territorializzazione promossa dal ministro Locatelli che il Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato viene assunto come il cuore operativo della riforma. Lo stesso Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità lo presenta come lo strumento attraverso il quale superare la visione della persona quale semplice destinataria di cure o assistenza, valorizzandone invece autonomia, capacità, autorealizzazione e piena partecipazione sociale.
Non siamo, dunque, di fronte a uno slogan. E non siamo neppure di fronte a un’affermazione ideologica secondo la quale sarebbe sufficiente “mettere la persona al centro” perché il sistema cambi. Il decreto costruisce procedure, individua responsabilità, modifica la valutazione della disabilità, introduce il budget di progetto, disciplina l’accomodamento ragionevole, ridefinisce la valutazione multidimensionale, prevede un referente per l’attuazione, riconosce un ruolo preciso al Terzo settore e lega l’intero processo alla volontà, ai desideri e alle aspettative della persona. La sua organicità è verificabile nella stessa struttura del provvedimento, articolato tra finalità e definizioni, nuova valutazione di base, accomodamento ragionevole, valutazione multidimensionale e progetto di vita, disposizioni finanziarie e fase di sperimentazione.
Prima del decreto 62: il progetto esisteva, ma il sistema restava frammentato
Parlare oggi di “nuovo” progetto di vita non significa cancellare oltre vent’anni di legislazione italiana. L’articolo 14 della legge 328 del 2000 aveva già immaginato un progetto individuale capace di mettere in relazione prestazioni sanitarie e riabilitative, servizi alla persona, misure economiche, sostegni al nucleo familiare e interventi per l’integrazione sociale. La legge 112 del 2016 aveva ulteriormente spostato l’attenzione sull’autonomia e sul “Dopo di noi”; il decreto legislativo 66 del 2017 sull’inclusione scolastica aveva previsto che il PEI si coordinasse con il progetto individuale; infine la legge delega 227 del 2021 aveva indicato la necessità di una riforma complessiva. Il manuale allegato ricostruisce proprio questa continuità e ricorda come il raccordo tra PEI e progetto individuale fosse già stato introdotto, affinché interventi scolastici, domiciliari, riabilitativi e sociali non procedessero in direzioni indipendenti o addirittura contrastanti.
Il limite non era, quindi, l’assenza totale del principio, ma la difficoltà di trasformarlo in una pratica omogenea e strutturalmente integrata. Una famiglia poteva avere un PEI costruito dalla scuola, un piano riabilitativo definito dai servizi sanitari, un’assistenza domiciliare organizzata dall’ente locale, un progetto di inserimento lavorativo attivato successivamente, un intervento del Terzo settore e altre misure ancora, ciascuna corretta nel proprio ambito ma non necessariamente collegata alle altre. Il rischio era quello di avere molte risposte e, nello stesso tempo, nessun vero progetto unitario della persona.
La prefazione firmata da Alessandra Locatelli nel manuale parla espressamente della necessità di superare l’estrema frammentazione tra mondo sociale e sanitario e di costruire una collaborazione tra enti e servizi, spostando il ragionamento dall’aiuto e dall’assistenza alla valorizzazione della persona. È in questo passaggio che il decreto 62 acquista il suo significato più profondo: non aggiunge semplicemente un nuovo tassello alla legislazione precedente, ma tenta di costruire il quadro nel quale quei tasselli possano finalmente comporsi.
La prima rivoluzione è nel linguaggio, ma il linguaggio modifica il modo di valutare
Una riforma che aspira a cambiare il welfare parte inevitabilmente dal modo in cui nomina le persone. Il decreto interviene anche sul lessico, sostituendo nelle leggi ordinarie espressioni ormai incompatibili con il paradigma dei diritti con la formulazione “persona con disabilità”. La scelta non è cosmetica, perché coincide con il superamento dell’idea secondo cui la disabilità possa essere letta esclusivamente come attributo individuale, patologia o menomazione. La prospettiva assunta dalla Convenzione ONU, ratificata dall’Italia con la legge 18 del 2009, considera invece la condizione di disabilità nel rapporto tra la persona e le barriere che possono ostacolarne la piena partecipazione.
Il manuale dedica ampio spazio a questo passaggio e collega il nuovo sistema alle classificazioni ICD e ICF, facendo dialogare diagnosi e funzionamento, condizione di salute e contesto, capacità individuale e partecipazione. Non basta più sapere quale patologia abbia una persona; occorre comprendere che cosa riesca a fare, in quali condizioni, con quali sostegni, quali ambienti rappresentino una barriera e quali, invece, funzionino come facilitatori.
È un linguaggio che la scuola conosce già molto bene. I nuovi modelli di PEI hanno abituato docenti e GLO a osservare l’alunno nelle quattro dimensioni, a individuare barriere e facilitatori e a intervenire anche sul contesto. La riforma della disabilità porta questa logica oltre il perimetro scolastico, rendendola parte di una progettazione esistenziale più ampia. Il ragazzo osservato a scuola non è una persona diversa da quella che dovrà utilizzare un mezzo pubblico, entrare in un ambiente di lavoro, scegliere dove vivere, praticare uno sport o frequentare un teatro. Cambiano i contesti, non la persona.
La valutazione di base: dall’accertamento frammentato a un procedimento unitario
Uno dei cambiamenti più concreti riguarda la valutazione di base. Il decreto attribuisce all’INPS il ruolo di unico soggetto accertatore nel nuovo sistema e ricomprende all’interno di un procedimento unitario accertamenti che in precedenza potevano seguire percorsi differenti: invalidità civile, cecità, sordocecità, condizione di disabilità ai fini dell’inclusione scolastica e lavorativa, presupposti per alcune prestazioni sociali, sanitarie e riabilitative e accesso a determinate agevolazioni. Il certificato conclusivo assume valore polifunzionale.
Anche la procedura cambia. La trasmissione telematica del certificato medico introduttivo attiva il procedimento, senza la necessità della successiva domanda amministrativa tradizionalmente richiesta; la valutazione deve inoltre tenere conto non soltanto delle condizioni cliniche, ma del funzionamento e del livello di sostegno necessario. Per gli adulti entra in gioco anche WHODAS 2.0, strumento dell’Organizzazione mondiale della sanità pensato per esplorare il funzionamento nelle attività della vita e nella partecipazione.
Non è ancora un sistema uniformemente a regime su tutto il territorio nazionale. Proprio per la rilevanza del cambiamento è stata prevista una sperimentazione progressiva: iniziata nel 2025, è stata ulteriormente estesa dal 1° marzo 2026 ad altre quaranta province, mentre l’implementazione nazionale è prevista dal 1° gennaio 2027. Il Governo ha motivato questa gradualità con la necessità di accompagnare territori e operatori attraverso formazione e sperimentazione prima dell’entrata a regime.
L’accomodamento ragionevole: non un favore, ma uno strumento per rendere effettivo un diritto
Tra le innovazioni più rilevanti vi è la disciplina dell’accomodamento ragionevole, principio già contenuto nella Convenzione ONU ma ora inserito organicamente anche nella legge 104 attraverso il nuovo articolo 5-bis. Il significato è importante: quando un diritto non può essere concretamente esercitato attraverso le misure ordinarie, occorre valutare modifiche e adattamenti necessari, pertinenti e appropriati, purché non comportino un onere sproporzionato o eccessivo.
Il manuale mette in guardia da un equivoco: “ragionevole” non significa diritto ridotto o compromesso al ribasso, né possibilità per l’amministrazione di giustificare genericamente l’assenza di risorse; significa ricercare nel caso concreto una soluzione che consenta alla persona di esercitare effettivamente il diritto.
Anche qui il rapporto con la scuola è immediato. Per un alunno l’accomodamento può significare utilizzare modalità comunicative differenti, tecnologie, adattamenti organizzativi o altri strumenti; ma la logica vale allo stesso modo nel lavoro, nei trasporti, nella cultura, nello sport e nell’accesso ai servizi. Il progetto di vita permette inoltre di integrare l’accomodamento ragionevole nella costruzione complessiva dei sostegni, evitando che venga affrontato come risposta emergenziale e isolata.
Il cuore del decreto: un progetto individuale, personalizzato e partecipato
È però nel progetto di vita che la riforma mostra la propria identità più riconoscibile. Individuale, personalizzato e partecipato: tre aggettivi che non hanno la funzione di rendere più elegante la definizione, ma ne indicano le caratteristiche sostanziali. Individuale perché riguarda quella persona e non una categoria; personalizzato perché sostegni e interventi devono essere costruiti sulla sua situazione concreta; partecipato perché la persona non viene chiamata soltanto a ricevere una decisione già presa, ma concorre alla sua costruzione.
La definizione contenuta nel decreto parte dai desideri, dalle aspettative e dalle preferenze della persona e mira a individuare, in una visione esistenziale unitaria, sostegni formali e informali capaci di migliorarne la qualità di vita, svilupparne le potenzialità e consentirle di scegliere i contesti nei quali vivere e partecipare in condizioni di pari opportunità. Il progetto può essere richiesto in qualunque fase della vita e a qualsiasi età.
È probabilmente questa la differenza più profonda rispetto a una tradizionale logica prestazionale. La domanda non è più soltanto: “Quale servizio è disponibile per questa persona?”, ma anche: “Quale obiettivo vuole perseguire questa persona e quali sostegni sono necessari per renderlo possibile?”. Non significa che ogni desiderio generi automaticamente una prestazione esigibile, né che le risorse siano illimitate; significa, però, che l’offerta standard non dovrebbe precedere sempre la conoscenza della persona. Il manuale sintetizza bene questo cambio di direzione quando afferma che si tende a superare un sistema fondato sulla standardizzazione dei servizi, perché deve essere il servizio, nei limiti e nelle forme previste, ad adattarsi alle esigenze della persona e non la persona ad adattarsi automaticamente all’offerta disponibile.
Desideri e preferenze diventano elementi della progettazione, non elementi accessori
Uno degli aspetti che rende il progetto di vita profondamente diverso da una sommatoria di prestazioni riguarda il ruolo assegnato alla volontà della persona. Nel volume curato da Gianfranco de Robertis, Giovanni Miselli dedica un intero approfondimento all’individuazione dei desideri, delle preferenze, delle aspettative e dei valori, mentre Roberta Speziale affronta i supporti alla partecipazione e i processi decisionali. L’indice stesso del manuale mostra quanto questi temi siano strutturali: non appendici etiche, ma parti della procedura attraverso la quale il progetto deve essere elaborato.
La persona con disabilità viene riconosciuta come titolare del progetto e può concorrere alla sua definizione, chiedere modifiche e integrazioni, farsi supportare da una persona di fiducia e utilizzare modalità di comunicazione adatte alla propria condizione. Per chi lavora nella scuola questo significa guardare con occhi nuovi anche alla partecipazione dello studente al GLO e all’orientamento: l’autodeterminazione non può essere improvvisata a diciotto anni, ma deve essere progressivamente educata attraverso possibilità di scelta coerenti con l’età e con le modalità comunicative della persona.
È una trasformazione particolarmente importante anche per le famiglie, perché la protezione resta essenziale ma non può coincidere automaticamente con la sostituzione permanente della volontà. Il progetto di vita chiede agli adulti di sostenere la persona nell’espressione delle proprie preferenze, anche quando questa espressione richiede tempo, strumenti specifici o la mediazione di chi la conosce bene.
La valutazione multidimensionale: non si valuta una diagnosi, si costruisce una traiettoria
Dopo la valutazione di base si apre il terreno della valutazione multidimensionale, finalizzata alla costruzione del progetto. È qui che la riforma mostra concretamente la differenza tra accertare una condizione e progettare una vita. La valutazione multidimensionale deve partire dagli obiettivi della persona secondo i suoi desideri e aspettative, definire il profilo di funzionamento nei differenti ambiti di vita, individuare barriere e facilitatori, considerare bisogni, salute e qualità della vita e, infine, definire gli obiettivi da realizzare attraverso i diversi sostegni.
L’Unità di valutazione multidimensionale non è quindi chiamata a decidere semplicemente quali prestazioni debbano essere attivate, ma a ricomporre informazioni e prospettive differenti. In questo processo possono entrare la persona, chi la rappresenta o la sostiene, i servizi sanitari e sociali, la scuola quando coinvolta, soggetti del Terzo settore e altre figure necessarie in relazione al progetto concreto.
La collegialità non è un elemento formale. Serve precisamente a evitare che ognuno continui a vedere soltanto la propria porzione di persona: il medico la salute, la scuola l’apprendimento, l’assistente sociale il bisogno sociale, il servizio per il lavoro l’occupabilità. Il progetto di vita obbliga, almeno nell’architettura normativa, a riportare tutte queste prospettive dentro una stessa traiettoria.
Il budget di progetto: la prova che non si tratta soltanto di una dichiarazione di principio
Se volessimo individuare uno degli strumenti che rendono più evidente la concretezza della riforma, dovremmo soffermarci sul budget di progetto. Non è semplicemente una somma di denaro assegnata alla persona, ma la ricomposizione delle risorse umane, professionali, tecnologiche, strumentali ed economiche, pubbliche, private e del Terzo settore, comprese quelle presenti nella comunità, nella rete familiare e nei supporti informali, necessarie per attuare quanto progettato. Il manuale lo definisce esplicitamente il passaggio senza il quale il progetto rischierebbe di rimanere “sulla carta”.
Questo è un punto essenziale. Un progetto potrebbe stabilire che una persona desidera acquisire maggiore autonomia abitativa, formarsi per un lavoro, mantenere un percorso sanitario e continuare un’attività sportiva; se ciascuna amministrazione continua però a ragionare soltanto sulla propria quota di competenza, il progetto torna a frantumarsi. Il budget tenta invece di mettere a fattor comune le risorse e di collegarle agli obiettivi.
L’articolo 31 del decreto istituisce inoltre un Fondo per l’implementazione dei progetti di vita, con una dotazione di 25 milioni di euro annui a decorrere dal 2025, destinato in particolare a interventi, prestazioni e sostegni che non rientrano nelle ordinarie unità di offerta territoriale e che non risultino altrimenti attivabili con le risorse già disponibili. Il Fondo non sostituisce ciò che i sistemi pubblici devono già garantire, ma costituisce una risorsa aggiuntiva destinata a favorire soluzioni personalizzate e, quando necessario, atipiche.
Il referente per l’attuazione: perché qualcuno deve verificare che ciò che si scrive accada davvero
Un progetto complesso rischierebbe di fallire se, una volta sottoscritto, nessuno fosse chiamato a seguirne concretamente l’attuazione. Per questo il decreto prevede un referente per l’attuazione del progetto di vita, la cui disciplina di dettaglio è affidata alle Regioni ma al quale la norma assegna un nucleo essenziale di funzioni: dare impulso all’avvio degli interventi, coordinarne l’esecuzione, dialogare con i diversi servizi, monitorare l’andamento, raccogliere eventuali criticità e chiedere, se necessario, la riconvocazione dell’Unità di valutazione multidimensionale per ricalibrare il progetto.
Il manuale insiste anche sul dialogo continuo con la persona con disabilità e con i caregiver, compresa la verifica del grado di soddisfazione rispetto agli interventi realizzati. È una novità organizzativa importante perché riconosce un principio molto semplice: la personalizzazione non può esaurirsi il giorno in cui il documento viene firmato. La persona cambia, le condizioni familiari cambiano, può comparire un’opportunità di lavoro, può modificarsi la situazione sanitaria, un sostegno può dimostrarsi inefficace o una tecnologia può aprire possibilità prima inesistenti.
Il progetto deve quindi essere dinamico. Non una fotografia, ma un processo.
La scuola dentro il progetto di vita: centrale, ma non autosufficiente
Per Orizzonte Scuola questo è probabilmente il passaggio più importante. Il decreto 62 non riduce il ruolo della scuola; ne modifica la collocazione dentro un sistema più ampio. Il manuale dedica un intero approfondimento al rapporto tra PEI scolastico e progetto di vita, affidato a Francesca Palmas e Gianfranco de Robertis. Il progetto può essere richiesto anche per bambini molto piccoli e il PEI deve coordinarsi con esso affinché gli interventi scolastici, quelli domiciliari e quelli riabilitativi non si sovrappongano né procedano in contrasto tra loro.
La formula utilizzata nel volume è particolarmente efficace: “Pensami adulto”. Il PEI viene descritto come segmento di un progetto più ampio che accompagna una persona destinata a crescere, mentre la scuola viene definita il primo alleato della persona con disabilità e della sua famiglia.
Questa prospettiva impone alla scuola di guardare oltre l’anno scolastico e persino oltre il conseguimento del titolo. Non significa trasformare ogni obiettivo didattico in una competenza funzionale, ma chiedersi come comunicazione, autonomia, orientamento, capacità di scelta, relazioni, competenze disciplinari, FSL e conoscenza del territorio possano contribuire alla vita adulta. Un PEI eccellente che terminasse completamente il proprio significato con l’ultimo giorno di scuola sarebbe comunque insufficiente rispetto alla logica del progetto di vita.
Il Terzo settore: non semplice erogatore, ma soggetto della coprogettazione
Un altro elemento che distingue l’impianto della riforma riguarda il ruolo degli enti del Terzo settore. Cooperative sociali, associazioni, organizzazioni di volontariato, fondazioni e altre realtà non vengono considerate soltanto come soggetti ai quali la pubblica amministrazione affida l’esecuzione di un servizio già definito. Possono partecipare alla valutazione, contribuire alla costruzione degli interventi, concorrere alla definizione del budget e proporre, insieme alle amministrazioni e alla persona, soluzioni nuove quando l’offerta territoriale ordinaria non risponde alle necessità emerse.
Il manuale dedica a questa dimensione il contributo di Alceste Santuari e gli approfondimenti di Gianfranco de Robertis e Luca Pazzaglia, affrontando il supporto del Terzo settore durante le diverse fasi, la partecipazione alle UVM, la costruzione degli interventi, il budget, gli accomodamenti ragionevoli e la co-programmazione delle politiche territoriali.
Questo punto è fondamentale perché rende evidente che il progetto di vita non può essere amministrato esclusivamente da un apparato pubblico chiuso su se stesso. Il territorio possiede competenze, esperienze, relazioni e possibilità che devono essere conosciute e messe in comunicazione. Il valore di una cooperativa che ha sviluppato da trent’anni un’esperienza di inserimento lavorativo, di un’associazione sportiva capace di accogliere giovani con disabilità, di una realtà culturale che ha sperimentato accessibilità o di un’organizzazione che lavora sull’abitare non sta soltanto nella prestazione erogata, ma nella capacità di diventare una risorsa dentro un progetto personalizzato.
ExpoAid 2026 a Rimini: il progetto di vita esce dagli uffici e diventa spazio pubblico
Questa visione ha trovato una rappresentazione particolarmente evidente in ExpoAid 2026 – “Io, Persona di valore”, svoltosi al Palacongressi di Rimini dal 25 al 27 giugno 2026 e promosso dal ministro Alessandra Locatelli. I dati ufficiali raccontano una dimensione difficilmente riconducibile a un convegno specialistico: oltre 6.000 partecipanti, almeno 1.800 persone con disabilità, più di 50 seminari, 250 associazioni coinvolte, 140 stand e circa 50 ore di laboratori. I temi hanno spaziato dal lavoro all’autonomia e alla vita indipendente, dallo sport al progetto di vita, dalle tecnologie alle emergenze, mentre la ristorazione è stata gestita da trenta associazioni provenienti da diverse parti d’Italia e numerose attività sono state realizzate direttamente con il protagonismo delle persone con disabilità.
Questo dato è importante anche per la scuola perché mostra visivamente ciò che il decreto prova a costruire giuridicamente: la persona non vive in una sola dimensione. Non esiste prima lo studente, poi il lavoratore, poi l’utente di un servizio, poi lo sportivo, come se si trattasse di individui differenti. Esiste una persona che contemporaneamente apprende, lavora o desidera lavorare, costruisce relazioni, utilizza servizi, coltiva interessi, pratica sport, si muove, viaggia e partecipa alla comunità.
Nell’editoriale con cui Locatelli presentava ExpoAid 2026, il collegamento con il decreto 62 era esplicito: il progetto di vita viene indicato come strumento per mettere al centro desideri, diritto di scegliere e realizzazione personale, insieme alla necessità di guardare ai territori e ai servizi.
È proprio questo passaggio che interessa la scuola. Se insegniamo a un ragazzo a partecipare, scegliere e costruire autonomia per diciotto o diciannove anni e poi gli consegniamo un mondo nel quale torna a essere esclusivamente destinatario di prestazioni, interrompiamo la continuità educativa sulla quale abbiamo lavorato. Il progetto di vita prova a impedire questa frattura.
Novedrate: quando il territorio mostra concretamente tutte le dimensioni di una vita
Se Rimini ha rappresentato il grande spazio nazionale di incontro, Novedrate, il 22 settembre 2026, ha mostrato in maniera ancora più ravvicinata il rapporto tra progetto di vita e territorio. Il convegno “Il welfare che cambia – Il progetto di vita anima il territorio”, promosso dal ministro Locatelli, ha riunito istituzioni, enti locali, associazioni, mondo del Terzo settore e famiglie proprio per riflettere sulla costruzione di risposte personalizzate e integrate. Il Dipartimento ha indicato il progetto di vita come cuore della riforma e come strumento attraverso il quale costruire intorno alla persona percorsi fondati su desideri, capacità, autonomia e partecipazione.
La composizione stessa dei panel rende evidente l’idea. Nel primo, da me coordinato, Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Cooperativa Il Sorriso e AAT Como hanno affrontato il diritto alla sicurezza anche nelle emergenze. Nel secondo cooperative e realtà impegnate nella formazione e nel lavoro hanno raccontato esperienze di inserimento, autonomia e sviluppo delle capacità. Nel terzo turismo, teatro, formazione professionale, trasporto pubblico e navigazione hanno mostrato che partecipare significa anche muoversi, accedere alla cultura e poter vivere la bellezza; nell’ultimo, sport, associazionismo, volontariato e service club hanno restituito il ruolo della comunità. Non quattro mondi separati, ma quattro dimensioni della stessa esistenza.
È questa la ragione per cui il progetto di vita non può essere relegato al PEI né affidato esclusivamente ai servizi sociali. Una vita contiene contemporaneamente sicurezza, formazione, lavoro, casa, cultura, sport, salute, mobilità, relazioni e tempo libero. Novedrate ha offerto, in questo senso, una rappresentazione quasi plastica della logica contenuta nel decreto: l’integrazione non consiste nel mettere intorno allo stesso tavolo molti soggetti, ma nel farli lavorare nella stessa direzione rispetto alla persona.
Dal servizio disponibile al sostegno necessario: il passaggio culturalmente più difficile
Tra tutte le trasformazioni introdotte dal nuovo impianto, forse la più difficile è quella che chiede alle istituzioni di non partire automaticamente dall’offerta esistente. Il modello tradizionale tende inevitabilmente a funzionare per cataloghi: questo Comune dispone di determinati servizi, questa azienda sanitaria di altre prestazioni, questo territorio di un certo numero di centri, cooperative o strutture. La persona viene quindi orientata verso ciò che esiste.
Il progetto di vita prova a invertire il ragionamento: prima si definiscono gli obiettivi, poi si cercano e si combinano i sostegni. Non significa che qualsiasi servizio possa essere inventato senza vincoli, ma significa che la personalizzazione può richiedere integrazione di risorse, riconversione, co-progettazione, accomodamento ragionevole, autogestione del budget e persino sostegni atipici. Il manuale ricostruisce puntualmente tutte queste possibilità e chiarisce che il progetto deve costruire una traiettoria, non limitarsi a rispondere separatamente a singoli bisogni.
Per una scuola questa logica è estremamente familiare quando viene applicata bene alla didattica. Non chiediamo più soltanto quale esercizio standard possa fare un alunno, ma quali condizioni gli permettano di apprendere. Il salto oggi consiste nell’estendere questo sguardo alla vita intera.
Non assistenza contro autonomia, ma sostegni che rendono possibile l’autonomia
Un altro equivoco da evitare è contrapporre assistenza e autodeterminazione. Alcune persone avranno bisogno di assistenza molto intensa per tutta la vita; questo non significa che non possano essere titolari di desideri, preferenze e scelte. Il decreto non elimina i sostegni, ma li colloca dentro un progetto che dovrebbe permettere alla persona di esercitare il massimo grado possibile di partecipazione.
È la stessa logica che il manuale sviluppa quando affronta le decisioni supportate, il diritto alla comunicazione e il passaggio dal “migliore interesse” determinato da altri alla migliore interpretazione possibile della volontà e delle preferenze della persona.
Per la scuola è un messaggio essenziale. Non dobbiamo attendere l’età adulta per domandarci se uno studente sappia scegliere. La capacità di scelta può essere allenata in forme coerenti con l’età: scegliere tra attività, esprimere gradimento, partecipare all’orientamento, comunicare un rifiuto, raccontare come è stata vissuta un’esperienza di FSL. Un progetto di vita partecipato si prepara anche in questi piccoli esercizi quotidiani di cittadinanza.
Una riforma concreta, ma la concretezza dovrà essere misurata nei territori
Definire organica la riforma non significa affermare che tutti i problemi siano già risolti. Al contrario, la vera prova comincia ora. La fase di sperimentazione esiste precisamente perché trasformare un impianto normativo in prassi uniforme richiede formazione, organizzazione amministrativa, capacità professionali, interoperabilità tra sistemi, risorse e una cultura della collaborazione non sempre già disponibile.
Al 2026 l’applicazione è ancora progressiva; dal 1° gennaio 2027 è prevista l’implementazione nazionale. Sarà allora possibile osservare con maggiore precisione se le differenze territoriali diminuiranno, se l’INPS riuscirà a garantire un procedimento realmente semplificato, se le UVM lavoreranno in maniera effettivamente multidimensionale, se il referente del progetto disporrà degli strumenti necessari, se il budget verrà utilizzato per integrare davvero le risorse e se la persona riuscirà a essere protagonista e non semplice presenza formale nei processi decisionali.
Sono questioni decisive perché un buon decreto può costruire un’architettura, ma soltanto la qualità dell’attuazione può trasformarla in vita concreta. Lo stesso manuale non nasconde la complessità del cambiamento e nasce proprio come strumento formativo destinato non soltanto agli specialisti, ma alle persone con disabilità, alle famiglie, agli operatori, ai professionisti, al Terzo settore, ai docenti e agli studenti.
La centralità di Locatelli: portare la riforma fuori dal testo normativo
È in questa fase che il ruolo del ministro Alessandra Locatelli acquista una particolare centralità istituzionale. Il decreto è l’attuazione di una legge delega precedente e ha una genesi che coinvolge Parlamento, Governo, amministrazioni ed esperti; ma l’attuale politica ministeriale ha scelto con chiarezza di far coincidere l’attuazione della riforma con un’azione di formazione, sperimentazione e mobilitazione territoriale molto visibile.
Il manuale stesso nasce dall’idea del Ministro di raccogliere i contributi maturati nella formazione nazionale sulla riforma e sul decreto 62, trasformando lezioni, simulazioni e strumenti operativi in un volume capace di accompagnare territori, operatori, famiglie e persone. ExpoAid ha costruito una grande arena nazionale nella quale le persone con disabilità non sono apparse soltanto come destinatarie dei temi discussi, ma come partecipanti, lavoratori, atleti, artisti, formatori e protagonisti; Novedrate ha portato la stessa logica a livello territoriale, mettendo in relazione mondi che troppo spesso lavorano separatamente.
Questa continuità tra norma e territorio è probabilmente uno degli elementi più interessanti dell’attuale fase della riforma: se il progetto di vita rimanesse confinato dentro il linguaggio amministrativo degli articoli del decreto, rischierebbe di diventare l’ennesimo documento ben costruito ma scarsamente conosciuto. Se invece entra nelle scuole, nei Comuni, nelle aziende sanitarie, nelle cooperative, nelle associazioni sportive, nelle imprese, nei luoghi della cultura e nei sistemi di trasporto, allora acquista la dimensione che il legislatore gli attribuisce.
La disabilità esce dal recinto e la persona entra nello scenario della vita ordinaria
Per decenni la disabilità è stata raccontata soprattutto attraverso luoghi specializzati: servizi, strutture, centri, sostegno, riabilitazione, assistenza. Tutti indispensabili, ma insufficienti per descrivere una vita. La riforma prova a spostare l’attenzione sull’ordinarietà: poter lavorare, frequentare un teatro, utilizzare un autobus, praticare sport, vivere in una casa scelta, partecipare a un viaggio, coltivare relazioni.
ExpoAid e Novedrate hanno reso evidente questo cambio di scena. A Rimini il progetto di vita è stato discusso insieme a sport, lavoro, caregiver, tecnologie, salute, autonomia, cultura ed emergenze; a Novedrate la stessa persona è apparsa dentro la sicurezza, l’occupazione, il turismo, il teatro, la mobilità, la vita associativa e lo sport.
La disabilità, dunque, non scompare; scompare progressivamente l’idea che debba essere confinata in un solo ambito. La persona non viene valorizzata perché si finge che non abbia bisogno di sostegni, ma perché i sostegni vengono considerati strumenti che le permettono di vivere i contesti ordinari con maggiore libertà.
Perché questa riforma riguarda direttamente ogni scuola italiana
Per un docente o un dirigente scolastico potrebbe apparire che gran parte del decreto riguardi soprattutto INPS, Comuni, Regioni, servizi sociali e sanitari. Sarebbe una lettura parziale. Il progetto di vita interpella direttamente la scuola perché è proprio durante gli anni scolastici che si costruiscono molte delle condizioni dalle quali dipenderà la partecipazione futura: comunicazione, capacità di scelta, autonomie, competenze, relazioni, orientamento, conoscenza dei propri punti di forza e dei sostegni necessari.
Il PEI non perde nulla della propria autonomia pedagogica e didattica, ma viene collocato dentro una prospettiva di continuità. Il manuale mostra il parallelismo tra il lavoro del GLO e quello dell’UVM: osservazione delle capacità, individuazione di barriere e facilitatori, obiettivi, sostegni, risorse, verifica e monitoraggio. È quasi un passaggio di testimone metodologico: la scuola possiede già strumenti di osservazione e progettazione che possono alimentare il successivo progetto di vita, mentre il progetto di vita può restituire al PEI una cornice più ampia.
Per questo la domanda da porre nei consigli di classe non dovrebbe essere soltanto “che cosa deve imparare quest’anno?”, ma anche “quale significato potrà avere questo apprendimento nella sua vita?”. Non tutto deve essere immediatamente funzionale, perché la scuola rimane luogo di cultura e formazione generale; ma comunicazione, autonomia, orientamento, uso delle tecnologie, educazione civica, FSL e relazioni con il territorio possono diventare ponti reali verso l’adultità.
Dal PEI al lavoro, dalla scuola alla casa: una vita non può essere divisa per competenze amministrative
La portata del decreto 62 sta forse soprattutto in una constatazione tanto semplice quanto difficile da tradurre nell’organizzazione pubblica: la persona è una, anche se le amministrazioni sono molte. La scuola ha competenze diverse dal Comune, il Comune diverse dall’ASL, l’ASL diverse dall’INPS, i servizi per il lavoro diversi dal Terzo settore. Ma la persona attraversa tutte queste istituzioni senza poter dividere la propria vita in compartimenti.
Se un ragazzo acquisisce a scuola una competenza che potrebbe diventare utile nel lavoro, quella informazione non dovrebbe scomparire con l’ultimo scrutinio; se un sostegno sanitario interferisce con la frequenza scolastica, le due programmazioni dovrebbero dialogare; se la mobilità impedisce di raggiungere un luogo di formazione o lavoro, il problema non può essere letto separatamente dal progetto complessivo; se una persona desidera vivere in maggiore autonomia, casa, assistenza personale, lavoro e trasporti devono essere pensati insieme.
È precisamente ciò che Paolo Bandiera affronta nel manuale parlando di coordinamento dei piani di sostegno: progettare significa evitare interventi sovrapposti, incoerenti o incapaci di produrre un risultato unitario.
Non il posto che il sistema trova per la persona, ma la vita che la persona può contribuire a costruire
È forse questa la formula più semplice con cui una rivista scolastica può restituire la sostanza del decreto 62. Per molto tempo il sistema ha cercato, spesso con grande impegno professionale e umano, il posto più adatto per la persona: la classe, il centro, il servizio, il laboratorio, la struttura, il percorso protetto. Il progetto di vita non elimina questi luoghi, ma rovescia la domanda iniziale. Non soltanto “dove possiamo collocarla?”, ma “quali contesti desidera vivere e quali sostegni rendono possibile quella partecipazione?”.
È la domanda che abbiamo ascoltato a Novedrate nelle esperienze sul lavoro, quando Valentina Sorce di Openhouse ha raccontato il passaggio dal chiedersi quale servizio avrebbe frequentato il fratello Giovanni al chiedersi quale vita avrebbe potuto scegliere; è la stessa logica che attraversa l’esperienza delle cooperative sociali, dei servizi, delle associazioni sportive e delle realtà culturali presenti nei territori.
Ed è lo stesso principio che il decreto rende procedura: desideri e aspettative, valutazione multidimensionale, obiettivi, sostegni, budget, attuazione, monitoraggio.
Non un pensiero astratto.
Una sequenza operativa.
La vera sfida comincia il 1° gennaio 2027
La riforma porta con sé aspettative molto elevate e proprio per questo andrà osservata con rigore. La piena implementazione nazionale dal 1° gennaio 2027 dovrà dimostrare se l’architettura costruita dal decreto riuscirà a produrre maggiore continuità, minore frammentazione e maggiore protagonismo della persona nei territori.
Sarà importante verificare la qualità delle UVM, i tempi delle valutazioni, l’effettiva semplificazione amministrativa, il raccordo con le scuole, la disponibilità dei servizi, l’utilizzo del budget, il ruolo dei referenti, la capacità di coprogettare con il Terzo settore e soprattutto la possibilità che persone con necessità di sostegno molto elevato riescano davvero a partecipare alla costruzione del proprio progetto.
La forza normativa del decreto non rende automaticamente uguali territori che partono da condizioni molto diverse. Alcune aree dispongono di reti di cooperative, servizi, associazioni e opportunità molto sviluppate; altre presentano carenze strutturali. La riforma dovrà quindi misurarsi anche con il tema dell’equità territoriale: un diritto non può dipendere dal codice di avviamento postale.
Locatelli, dal decreto ai territori: quando il progetto di vita diventa il filo di una politica pubblica
È proprio qui che torna la figura di Alessandra Locatelli. Dalla prefazione del manuale alla formazione nazionale, dalla sperimentazione all’estensione territoriale, da ExpoAid a Novedrate, il progetto di vita viene continuamente proposto come filo conduttore di un cambiamento che deve uscire dai tavoli tecnici e raggiungere luoghi e comunità.
Nel manuale la Ministra scrive che il progetto di vita non deve essere una mera formula burocratica, ma uno strumento concreto per consentire alla persona di scegliere ed esprimere preferenze e sottolinea che la riforma richiede la collaborazione continua tra sociale e sanitario, insieme alla capacità di ripensare servizi e sostegni.
A Novedrate ha ribadito che il welfare cambia quando non si ragiona più per casi separati — il caso dell’assistente sociale, il caso dell’azienda sanitaria, il caso di un singolo servizio — ma si riconosce che davanti alle istituzioni esiste una persona della quale occorre occuparsi insieme. L’evento ufficiale del 22 settembre è stato costruito proprio attorno al ruolo dei territori e alla capacità di creare risposte personalizzate e integrate.
È probabilmente questa la chiave più utile per leggere l’intera riforma senza trasformarla né in celebrazione né in mera descrizione tecnica: il decreto 62 costruisce un sistema; la politica pubblica deve ora dimostrare di saperlo far vivere.
La scuola non conclude il progetto di vita: lo comincia insieme agli altri
Per Orizzonte Scuola la conclusione non può che tornare alla scuola. Una delle conquiste più importanti della cultura inclusiva italiana è stata quella di sottrarre l’alunno con disabilità alla segregazione scolastica e riconoscergli il diritto a vivere l’esperienza educativa insieme agli altri. Il decreto 62 spinge ora quella stessa logica oltre il cancello dell’istituto.
Non basta includere il bambino e poi lasciare solo l’adulto.
Non basta costruire il PEI e poi perdere la continuità.
Non basta sviluppare autonomie che non potranno essere esercitate.
Non basta orientare se il territorio non offre opportunità.
Non basta parlare di lavoro se mobilità, formazione e sostegni non vengono coordinati.
Il progetto di vita rende visibile questa continuità e ricorda che l’inclusione scolastica è una parte di un processo molto più lungo. La scuola resta il primo grande luogo pubblico nel quale la persona viene osservata, accompagnata e sostenuta nel proprio sviluppo, ma deve progressivamente costruire alleanze con famiglia, servizi, enti locali, sanità, formazione, mondo produttivo, sport, cultura e Terzo settore.
È questo che Rimini e Novedrate hanno mostrato con particolare efficacia: centinaia di realtà diverse non riunite per occupare uno spazio accessorio, ma perché la vita delle persone con disabilità attraversa gli stessi luoghi, desideri e problemi che appartengono alla vita di tutti.
Il progetto di vita non è più un capitolo della disabilità: è il modo attraverso cui provare a ricomporre una vita
Il decreto legislativo 62/2024 non ha inventato il progetto di vita italiano, e dirlo con chiarezza rende più evidente ciò che davvero cambia. Prima esistevano principi, strumenti e norme importanti, ma distribuiti in un quadro stratificato e non sempre capace di produrre coordinamento, continuità e uniformità. Con la riforma si tenta di costruire un sistema nel quale valutazione di base, partecipazione della persona, valutazione multidimensionale, accomodamento ragionevole, budget, servizi, Terzo settore, referente e monitoraggio concorrano alla stessa traiettoria.
La centralità attribuita dal ministro Alessandra Locatelli al progetto di vita, nella fase di attuazione della riforma, nella formazione, nel manuale, nella sperimentazione e negli appuntamenti nazionali e territoriali, ha contribuito a portare questo concetto fuori dal ristretto linguaggio degli specialisti. ExpoAid 2026 e Novedrate mostrano una disabilità che esce dai confini tradizionali dell’assistenza e occupa lo spazio del lavoro, dello sport, della cultura, dell’innovazione, della sicurezza, del turismo e della vita delle comunità.
La persona con disabilità non diventa protagonista perché qualcuno le concede simbolicamente il centro della scena. Lo diventa quando può prendere parte alle decisioni, esprimere preferenze, utilizzare sostegni appropriati, incontrare ambienti accessibili e vedere riconosciuta la propria possibilità di costruire una vita che non sia definita esclusivamente dai servizi disponibili.
Ed è forse qui che il decreto 62 mostra la sua ambizione più concreta: non trovare semplicemente un posto alla persona dentro il sistema, ma obbligare progressivamente il sistema a organizzarsi intorno a una persona che possiede diritti, capacità, desideri e una vita che non può essere spezzata in tanti fascicoli quanti sono gli uffici che se ne occupano.
Per la scuola significa assumere una responsabilità nuova e insieme antica: preparare non soltanto uno studente a concludere un anno scolastico, ma una persona a entrare nella propria vita con il maggior numero possibile di strumenti, possibilità e capacità di scelta.
Ed è da qui che il progetto di vita può smettere definitivamente di essere una formula normativa e diventare ciò che il decreto prova a costruire: una trama concreta di diritti, responsabilità, sostegni e opportunità nella quale la persona con disabilità non sia più soltanto oggetto dell’intervento pubblico, ma soggetto riconosciuto della propria esistenza.
Riferimenti normativi e bibliografici essenziali
Per l’inquadramento normativo: Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006, ratificata dall’Italia con legge 3 marzo 2009, n. 18; legge 8 novembre 2000, n. 328, in particolare art. 14; legge 22 giugno 2016, n. 112; decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66 e successive modificazioni; legge 22 dicembre 2021, n. 227; decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 111 del 14 maggio 2024. Per l’approfondimento scientifico e operativo: Il progetto di vita. Tutto quello che c’è da sapere sulla riforma della disabilità e sul decreto 62/2024, a cura di Gianfranco de Robertis, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità, 2026, ISBN 978-88-916-7544-6; tra i contributi utilizzati, quelli dedicati ai principi della Convenzione ONU e alla struttura della riforma, al progetto di vita e alla valutazione multidimensionale, ai desideri e alle preferenze della persona, ai processi decisionali supportati, al budget di progetto, al ruolo del Terzo settore e al raccordo tra PEI e progetto di vita.
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