Veneto

il dramma umano dietro l’omicidio di Brusegana


Sul luogo in cui Marco Cossi è stato ucciso, tra via Santi Fabiano e Sebastiano e via Isonzo, in questi giorni sono comparsi fiori, messaggi scritti a mano, piccoli segni di affetto lasciati da amici e colleghi. È il modo con cui chi gli voleva bene sta provando a riempire un vuoto che appare ancora impossibile da accettare. Alla Plurima di Veggiano, dove Marco lavorava come autista, i colleghi hanno deciso di organizzare anche una colletta per aiutare la famiglia nelle spese e per rendere omaggio, in modo concreto, a una persona che al lavoro aveva moltissimo.

Ma accanto al dolore per la morte, nel quartiere e tra chi conosceva Marco si è allargato un altro sentimento, ancora più difficile da contenere: lo choc per il fatto che a confessare l’omicidio sarebbe stato Samuele Donadello, il suo socio e amico, conosciuto da molti come “masterchef”. Per chi frequentava il quartiere, il nome di Samuele non era quello di uno sconosciuto. Anzi era un amico di Marco, cuoco di professione, e insieme stavano per avviare dopo anni di progettazione il Godor Truck, un food truck itinerante, in cui Cossi aveva investito soldi e fiducia, invece, Donadello avrebbe dovuto occuparsi della cucina. Proprio questo rende ancora più difficile, per amici e conoscenti, mettere insieme l’idea di quell’avventura condivisa con la notizia della confessione dell’omicidio.

Al bar Centralino, sotto casa di Marco in via Padova a Tencarola, dove entrambi passavano spesso del tempo insieme, la notizia è stata un altro duro colpo. «Quando abbiamo capito che il nome emerso nelle indagini era quello di Samuele, è stato come ricevere un’altra ferita – raccontano i titolari -. C’era già il dolore per Marco, poi si è aggiunto questo senso di incredulità. Samuele ci è sempre sembrato una persona normale e cordiale».

Anche gli amici del quartiere si muovono tra dolore e confusione. «Quello che ci resta di Marco è il ricordo di una persona buona, uno che si faceva voler bene senza sforzo – raccontano -. La scoperta che dietro questa storia ci fosse Samuele, “masterchef”, ci ha spiazzati. Non erano solo soci: tra loro c’era un rapporto di grande amicizia». Nel quartiere, il ritratto di Samuele che emerge dai racconti è quello di un uomo con un passato movimentato e segnato anche da esperienze di lavoro all’estero. Chi lo conosceva lo descrive come una persona che aveva attraversato momenti difficili, che parlava del suo lavoro da cuoco e dei problemi incontrati nel tentativo di costruirsi una strada con il food truck. Ma nessuno, dicono, immaginava un esito simile.

«Di lui sapevamo che aveva viaggiato in tutto il mondo per lavorare come cuoco e che non ha avuto una vita familiare semplice, segnata da due divorzi e la perdita di un figlio avuto nella prima relazione – spiegano -. A volte lo vedevamo con uno degli altri due bambini avuti con la seconda ex moglie, con cui tra l’altro Marco aveva un bel rapporto. Facciamo ancora fatica a credere che sia stato Samuele ad ucciderlo. Non riusciamo ad accettare questa cosa che ci lascia tutti disarmati».

 


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