Il diavolo e Trump
Trump è volgare e indifendibile. Ha tutti i vizi possibili e tutti i politici, o quasi, hanno preso le distanze dal suo attacco a papa Leone.
Non è passato tuttavia che poco più di un anno da quando gli stessi che ora inorridiscono all’audacia di Trump insultavano senza vergogna papa Francesco. È solo un gioco politico e Trump non è più diabolico di altri. Se mai, a fare la parte del diavolo c’è ora il papa.
Non sono impazzito: abbiamo estremo bisogno del «satana» dei testi più antichi e per fortuna papa Leone non ha paura a svolgerne il ruolo. Ed è fuori luogo il disprezzo verso il presidente degli Stati Uniti dopo aver permesso di tutto da un secolo in qua per liberarci da ogni ipocrisia: davvero poco è rimasto che possiamo in pubblico definire volgare.
Con Trump, almeno, il potere politico si mostra nudo e crudo in tutta la propria arroganza, così come abbiamo voluto che fosse: svincolato da ogni morale, «fuori della sacrestia», senz’altra legittimità che il volere del popolo, o di chi dice di rappresentarlo. Senza ammetterlo in pubblico, per tutti oramai, persino per coloro che attaccano Trump, il potere serve solo a ottenere tutto ciò che si può per sé stessi e qualche amico o parente.
Trump sa di incarnare ciò che molti vorrebbero essere e non perde tempo a inventarsi complotti internazionali e programmi nucleari stranieri per intervenire con le armi in Venezuela, chiedere la cessione della Groenlandia o attaccare l’Iran.
Fa ciò che gli Stati Uniti hanno sempre fatto, senza inventarsi questa volta missioni divine. Solo i suoi sostenitori interni restano affezionati a favole dai toni messianici quando vanno a depredare qualche paese; è parte della loro tradizione nazionale e perciò non ci stupisce vedere capi religiosi alla Casa Bianca pregare per lui come fosse il Messia. Se ci appare grottesco è solo perché siamo gente cinica e molliccia, a detta dei suoi illuminati fedeli. E così sia.
Nelle antiche corti babilonesi il consiglio dei notabili comprendeva il buffone di corte, che aveva licenza, lui solo, di insultare e sfidare il re, purché ne riconoscesse l’autorità divina.
Nella Bibbia è raffigurato nel «satana» che scommette con Dio sulla fedeltà del povero Giobbe. Era un ruolo che dava voce alla contestazione, perché il re ne tenesse conto per proteggere il proprio potere.
Quando lo stato fu riconosciuto semplicemente umano e Dio lo si lasciò in pace nell’alto dei cieli, il buffone divenne il diavolo, «colui che separa», appiccicandoci sopra la figura del malvagio angelo ribelle Lucifero.
È il papa che svolge oggi il vecchio ruolo del diavolo, che mette in evidenza il gioco perverso del potere sulla pelle dei poveri e separa distinguendo tra realtà e menzogna, tra Cristo e la sua caricatura trumpiana.
Non è più tuttavia la conferma dell’autorità divina del re, non è più il buffone di corte che mangia alla tavola dell’imperatore. L’indipendenza libera la sua parola da ogni ambiguità e da qui nasce l’irritazione di Trump.
Deve trovarsi in difficoltà l’uomo più potente del mondo se commenta le parole di un capo religioso senza eserciti. Un abile comunicatore come lui ricorre all’insulto diretto solo quando pensa di aver perso credibilità e ha davanti un avversario più intelligente o più abile:
«…si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona», suggeriva Schopenhauer nell’Arte di ottenere ragione in questi casi.
Papa Leone, d’altra parte, è persona saggia e sa che non è possibile discutere con chi non usa più la ragione, e ha sorvolato. C’è stata anche la comica finale di chi ha voluto far sapere di esistere, come Vance.
Il vicepresidente, solo dal 2019 cattolico, si è sentito già in grado di insegnare il mestiere al papa e ha affermato sicuro: «Credo che sia davvero molto importante che il papa presti attenzione quando parla di questioni teologiche». A lui dedico con tenerezza un aforisma di Oscar Wilde: «A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio». È il varietà della politica.
Capisco Trump, non è abituato a leader religiosi che non lo temono. Negli Stati Uniti pullulano chiese e comunità cristiane di ogni tipo, partecipi della lotta politica.
Così fu dall’inizio il protestantesimo. Lo scisma luterano e calvinista, che dette inizio alle divisioni da cui sono nate oltre 40.000 denominazioni, era sostenuto dai soldi dei prìncipi tedeschi: non stupisce che Lutero fosse un così violento assertore dei loro diritti, contro Roma e contro i loro stessi contadini in rivolta.
Liberi tutti dall’autorità papale e volti alla libera interpretazione della Bibbia, ogni loro opinione, più o meno fondata, ha trovato i suoi seguaci e la sua sede, per di più esentasse, grazie a Dio e allo stato. Il legame di alcuni culti con le correnti politiche più diffuse è un dato di fatto e la religione è una delle voci del bilancio statale in molte nazioni.
Il culto più fortunato per i generosi finanziamenti dall’amministrazione Trump sembra che sia la Chiesa della Prosperità, branca a carattere conservatore degli evangelici pentecostali. Il loro «Vangelo della Prosperità» è musica dolce alle orecchie delle élite mondiali: Dio vuole che i suoi fedeli vivano in ricchezza e salute, e questi doni li elargisce in base alla frequenza delle loro preghiere e alla generosità dei loro bonifici ai pastori della chiesa.
Non c’è bisogno di imprese sociali o di volontariato: se sei buono, hai la prosperità che ti meriti; se sei povero, è colpa tua. È incredibile l’abilità con cui questi predicatori manipolano Bibbia e tradizione a favore dei loro padroni.
Dall’altra parte della barricata ci sono le Chiese cristiane d’Oriente, fedeli alla dottrina di Cristo, ma separate da Roma da circa un millennio.
Costituitesi per lo più come Chiese nazionali e per questo più soggette al controllo politico, hanno subito persecuzioni terribili e più volte hanno corso il pericolo di diventare solo un ufficio di propaganda del governo in carica. Dà solo tristezza perciò vedere il patriarca russo Kirill sorridere felice a fianco dell’amico Vladimir Putin.
Chi contesta il potere in carica è spesso solo una rotella necessaria all’ingranaggio. Come potrebbe darsi il titolo di democratica una nazione che non avesse oppositori del governo o come potrebbe atteggiarsi a padre della nazione un governante che non ammettesse oppositori o non sostenesse l’odio di qualche suddito? Finché si condividono gli stessi obiettivi, alla fine è tutto solo un gioco di ruolo: a ogni cambio di regime, si conferma il desiderio comune di avere il potere e se non cambia il gioco, non importa a chi tocchi lanciare i dadi. È la trappola in cui cade ogni rivoluzione: credere di essere migliori dei propri nemici solo perché hai invertito il giro per dare le carte.
Non posso che concordare sull’analisi dell’ultimo Report annuale di Amnesty International quando, riguardo al nuovo ordine mondiale che si vuole instaurare, scrive: «… resistere agli attacchi di Donald Trump o Vladimir Putin all’ordine basato sulle regole non significa accettare la visione della Cina. Quest’ultima non è un’alternativa, poiché anche la Cina ha costantemente rifiutato i diritti umani universali e il monitoraggio del rispetto delle convenzioni globali. La corsa cinese per l’egemonia potrebbe assumere una forma diversa ed essere realizzata con strumenti diversi, ma ha lo stesso risultato: iniquità e repressione.
… Agli inizi del 2026, la visione che fa riferimento a tale nuovo ordine è stata presentata dal segretario di stato americano Marco Rubio come un’alleanza occidentale di persone cristiane sotto la guida degli Usa, radicata sfrontatamente e orgogliosamente in un’eredità comune, descritta con toni romantici durante il suo discorso. Ma le parole non possono nascondere i fatti: questa è una storia anche di dominazione, colonialismo, schiavitù e genocidio…. Questa è una visione basata su un’egemonia palese, per un mondo senza una bussola morale».
L’analisi è perfetta, ma a cosa serve disegnare la mappa di un labirinto se non evidenzi anche l’unica via d’uscita possibile? Amnesty International vive nella contraddizione di molti: non le piace il gioco a cui tutti partecipano, ma non conosce un gioco diverso; non riconosce alcuna morale universale, ma ne rimpiange l’assenza; disprezza e combatte contro i potenti, ma ne condivide la mentalità.
È una strada senza sbocco, verso continui e inutili cambi di regime. La storia dovrebbe avercelo insegnato: cos’è cambiato per i poveri nel passaggio dallo zar al “governo del popolo”? Il potere lo può controllare solo chi non lo desidera.
Le religioni erano in antichità emanazione del potere centrale, ma c’era anche la sorprendente eccezione della religione ebraica. Questa era espressione di un popolo di diseredati e anche da religione ufficiale del regno di Israele era rimasta voce critica del potere regale attraverso i profeti. La Chiesa cristiana delle origini ne aveva seguito le orme e oscillava tra rispettosa obbedienza e ribellione disposta al martirio, quando sorgeva il contrasto con i comandamenti di Dio.
La Chiesa cattolica è cresciuta nelle persecuzioni, ha lottato per non lasciarsi fagocitare dai regnanti di ogni epoca e ha accettato uno scisma, quello anglicano, pur di non sottostare ai desideri di un re.
In tempi più recenti ha visto nel comunismo e nel capitalismo le due facce di una stessa medaglia, a cui ha risposto conservando in sé un autentico e universale umanesimo.
Il vantaggio del cattolicesimo sulle altre confessioni è stato il legame col papa, che le ha garantito uno sguardo aperto, al di sopra dei confini nazionali e del momento storico.
Questo ha attirato le persecuzioni delle dittature, ma ha protetto la coscienza dei fedeli dalla propaganda dei diversi regimi. È difficile sopravvalutare l’importanza di un’autorità religiosa sovranazionale, capace di dar voce a chi non riesce a farsi sentire: questo è l’antico ruolo di satana. Ed è un ruolo che nessuno desidera.
La persona del papa è stata negli ultimi decenni l’unica in grado di opporsi ai potenti del mondo e di parlare dei veri desideri dei popoli. Lo è ancor di più oggi, libero da interessi territoriali e di dominio e capace di difendere i valori del cristianesimo dall’integralismo di altre religioni, come da chi travisa i vangeli a favore dei ricchi.
Non è la teocrazia la via d’uscita dal labirinto – il critico letterario è quasi sempre un pessimo poeta – né sarebbe desiderabile il moltiplicarsi di potenti che si dichiarino più religiosi del papa.
La strada per uscire dal labirinto è molto raro che la trovi chi vi sia intrappolato. È lo sguardo dall’alto di chi lo guarda su qualche libro o giornale che permette di tracciare il percorso della libertà.
È uno sguardo dall’alto, da dove non si distinguono i confini politici, ma si contempla un unico bellissimo pianeta azzurro immerso nel buio del cosmo, da dove non si guarda a ciò che divide, ma a ciò che ci unisce, quello che il papa ci può insegnare ad usare; è uno sguardo divino, perché al di là dello spazio e del tempo, ma di umile solidarietà e schietta umanità. È lo sguardo che dovremmo cominciare ad avere noi poveri diavoli.
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