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Il cardinale Pizzaballa: «Il dolore è di tutti, ma c’è chi occupa e chi è occupato»


Tale violenza lascia dietro di sé ferite profonde: distruzione materiale e lacerazioni morali che pesano sulle generazioni future. Per questo, pur senza ignorare la complessità delle scelte che le autorità devono affrontare, non possiamo smettere di ricordare che la forza non può essere l’orizzonte ultimo, né il fondamento su cui costruire un futuro di pace.

Il ruolo dei media e delle comunicazioni oggi è più che mai centrale. Da un lato, sono la finestra attraverso cui riceviamo informazioni da luoghi altrimenti irraggiungibili. Dall’altro, sono diventati il vettore privilegiato per la diffusione di narrazioni, spesso contrapposte, e sempre più difficili da verificare. In un conflitto come l’attuale, la guerra si conduce non solo sul terreno, ma anche con le parole e con le immagini: ogni fotografia, ogni video, ogni titolo può diventare un’arma. È reale il rischio di smarrirsi, di non riuscire più a distinguere il vero dal falso, la cronaca dalla propaganda.

A questo si aggiunge un altro elemento, forse ancora più nuovo e inquietante. La guerra in corso ha sollevato altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati. Penso, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane. Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo? Sono domande nuove, per le quali non abbiamo ancora risposte, ma che non possiamo più permetterci di ignorare.

Non intendo entrare in queste valutazioni così complesse, ma solo sottolineare che questa nuova epoca pone anche domande inedite, che dovremo prima o poi prendere in considerazione seriamente. Va detto, comunque, che la crisi del multilateralismo, delle istituzioni, e questi nuovi interrogativi, non sono astrazioni intellettuali lontane dal nostro vissuto. Hanno invece un impatto diretto sulla vita della nostra comunità, sono la cornice dentro cui si è scontrata la nostra quotidianità in questi ultimi anni, causando una sofferenza profonda. Mi sono chiesto più volte, ad esempio: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per “decisione di un algoritmo”? È in questo scenario che dobbiamo interrogare il vissuto della nostra Diocesi.

Senza avere la pretesa di dire tutto, proviamo a mettere ordine raggruppando intorno a cinque nuclei fondamentali le conseguenze di questo caos sulla vita di tutti noi.

1. La dissoluzione del legame: dolore, odio e sfiducia 

Il primo strappo è la lacerazione del tessuto delle relazioni umane. Il dolore – che merita sempre rispetto – è radicato negli animi di troppe persone.

Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno.

Occorre, però, riconoscere che l’esperienza di essere vittima può essere diversa, a seconda delle circostanze in cui ci si trova. C’è chi perde la vita mentre riposa tra le mura di casa, e chi invece muore coinvolto direttamente nei combattimenti. C’è chi vede la propria abitazione distrutta durante un bombardamento, e chi assiste, anno dopo anno, alla perdita della propria terra. Alcuni hanno vissuto condizioni di assedio, privati di beni essenziali come cibo e medicine, mentre altri affrontano la paura costante causata da attacchi terroristici. Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.

L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli diventa solo “il nemico”, tutto diventa lecito. La violenza non ha distrutto solo città e case, persone e speranze: ha segnato le coscienze, avvelenato il linguaggio pubblico, generato un senso di tradimento persino negli ideali che si credevano condivisi. Ha creato un circolo di vittime contro altre vittime che, col tempo, irrigidisce gli animi e rende sempre più difficile aprire cammini di riconciliazione.

La vita politica e le istituzioni civili sembrano incapaci di uno sguardo lungo che offra prospettive, acuiscono smarrimento e scetticismo in un contesto dominato dalla sfiducia. Ed è per questo che in molti – specialmente tra i giovani – cresce il sospetto verso ogni possibilità di convivenza e verso la convinzione che esista un’alternativa credibile alla spirale di scontri e ingiustizie.

Dall’inizio della guerra la situazione economica è peggiorata ovunque. La mancanza di pellegrini ha lasciato centinaia di famiglie senza lavoro; la chiusura dei territori palestinesi ne ha paralizzate altrettante. Nelle comunità si fa fatica a fare progetti. I giovani non si fidanzano, si sposano sempre meno, non mettono al mondo figli. Anche la crisi degli alloggi per le famiglie è sempre più acuta. Molti guardano all’estero e sognano un futuro lontano dalla loro terra. L’emigrazione, ferita antica, oggi si riapre più profonda che mai.

Quando il grido di chi patisce sembra non trovare ascolto né risposta, si è tentati di perdere la fiducia nelle comunità di fede, che dovrebbero essere voce dei più deboli, e persino in Dio.

Sarebbe ingiusto, però, fermarsi solo a questa descrizione così cupa dei problemi che la realtà evidenzia. Perché proprio in quel crinale, nel vuoto lasciato dalla politica e dal diritto, non hanno mai smesso di operare associazioni, movimenti, realtà di base. Non per ingenua vocazione al dialogo, ma per una testarda ostinazione a considerare l’altro un essere umano. Non è questa la sede per un elenco, e non serve farne un’agiografia. Ma è da lì, da questi frammenti di umanità concreta, che potrà emergere il progetto di una convivenza possibile. Se e quando si uscirà dalle macerie, saranno loro – non i grandi organismi internazionali in crisi – a dover essere gli architetti della ricostruzione. La debacle del sistema internazionale, in questo, ha almeno il merito di aver restituito visibilità e dignità a chi non aveva mai smesso di lavorare sul campo.

2. Frammentazione e paura: la tentazione delle enclavi

A questa dissoluzione del legame si aggiunge un fenomeno che preoccupa: la crescente polarizzazione. Non solo tra israeliani e palestinesi – che ben conosciamo – ma all’interno di entrambi i tessuti sociali. Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dagli algoritmi dei social media, che propinano costantemente agli utenti contenuti che confermano le loro preesistenti convinzioni, aumentando l’eco delle proprie posizioni e ampliando i divari di sfiducia, paura e sospetto tra i gruppi.

La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro.

Questa polarizzazione è deleteria perché investe il modo stesso in cui ciascun gruppo costruisce i fondamenti della propria appartenenza, a livello nazionale, sociale e personale. Ci si definisce sempre più per opposizione: siamo ciò che l’altro non è. In questo gioco di specchi, l’identità diventa rigida, difensiva, escludente. Come se non esistesse più un “noi” che include tutti, ma solo tanti piccoli “noi” che si contrappongono. Quando il “noi” si riduce a identità contrapposte, diventa facile semplificare l’altro e leggerlo come un blocco uniforme. In ogni società, invece, esistono voci e posizioni diverse, e resistere alla tentazione di considerare interi popoli come realtà monolitiche è un primo passo necessario per ricostruire la relazione.

Il senso di appartenenza comunitaria, però, non costituisce necessariamente un elemento negativo, perché ogni comunità è caratterizzata da una propria fisionomia, una specifica missione e un particolare carisma. È una ricchezza nel mosaico unico della Terra Santa e va preservata, ma a condizione che tali qualità non si affermino a discapito degli altri né si trasformino in strumenti di contrapposizione.

In questa prospettiva, la vita cristiana, fondata su radici solide, mostra come un’appartenenza possa essere forte senza diventare rigida o difensiva, e come proprio la profondità dell’identità renda possibile l’apertura all’altro. In questo modo il “noi” può tornare a essere inclusivo, capace di tenere insieme le diverse appartenenze senza ridurle a identità contrapposte.

3. Il senso di perdita: parole consumate e bene comune offuscato

Il terzo nucleo è il più profondo: la perdita delle coordinate che ci permettevano di orientarci. Abbiamo perso la fiducia in alcune parole. “Convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due stati”: questi termini, che per anni hanno nutrito il nostro discorso, oggi ci appaiono logori e svuotati di significato. Quando li usiamo nelle nostre comunità, riscontriamo a volte sguardi stanchi e disillusi. Di fronte all’orrore delle immagini che ci arrivano ogni giorno, queste espressioni sembrano davvero appartenere a un altro mondo. Restiamo allora senza parole, e in quel silenzio la violenza urla la sua lingua brutale.

A questo si aggiunge la perdita di significato del concetto di “bene comune”. Fatichiamo a rispondere a domande fondamentali come: quale società vogliamo costruire? Qual è il bene che vogliamo perseguire insieme al di là degli interessi di parte?

In questa Terra, il bene comune viene sacrificato da tutti, seppure in modi diversi, sull’altare degli interessi particolari. Sembra che ciascuno pensi solo a sé stesso, alla propria sopravvivenza, alla propria sicurezza, in perenne guerra esistenziale, su fronti sempre più distanti.

Tuttavia, il linguaggio più forte resta quello della realtà. E la realtà, ben al di là di ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo, ci ricorda che siamo destinati a trovare forme possibili di convivenza. Non esiste alternativa. Questa Terra – tanto contesa quanto amata – è la casa di tutti: ebrei israeliani e arabi palestinesi; cristiani, ebrei, musulmani, drusi, samaritani, bahai e di qualunque altra fede. È Dio ad averci messi qui. Siamo noi cristiani, in particolare, ad avere un mandato preciso: essere sale e luce là dove siamo. E questo significa non rinunciare a costruire occasioni di interazione tra le diverse comunità nazionali e religiose, perché, quando le parole non bastano più, è allora che occorrono gesti concreti.

4. La sfida specifica della Terra Santa: il dialogo interreligioso in difficoltà

Un altro aspetto amaro riguarda la relazione con le altre comunità di fede. Il dialogo interreligioso – che per anni è stato centrale nella nostra missione – è in difficoltà. Non perché abbiamo smesso di incontrarci. Ma perché il terreno dell’incontro è stato investito da quanto abbiamo descritto fino ad ora: sospetto, disillusione, stanchezza.

Abbiamo dovuto fare i conti con narrazioni storiche che si contrappongono in un modo che appare inconciliabile, dove ciascuno rivendica per sé il monopolio dell’interpretazione degli eventi. Non ci si è sentiti sostenuti e ascoltati l’uno dall’altro. È una amarezza grande, che ci interroga nel profondo.

I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo. Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo. Molte istituzioni religiose sembrano avallare, anziché arginare e denunciare queste derive, dimostrando così la loro debolezza profetica.

Eppure, per noi cristiani il dialogo non è un’opzione, bensì una necessità vitale. I nostri figli – cristiani e musulmani – vanno a scuola insieme, i nostri malati sono curati negli stessi ospedali, dove non si fanno distinzioni di appartenenza religiosa tra cristiani, ebrei, musulmani e di altre fedi. I nostri poveri condividono le stesse necessità. Senza relazione con le altre fedi non abbiamo futuro. Ma il problema è più profondo: il dialogo è la nostra vocazione e il nostro destino. È uno dei modi nel quale la nostra fede si manifesta e si alimenta.

5. Il volto variegato della nostra Chiesa locale in questo disordine

La nostra comunità ecclesiale vive dentro questo generale disorientamento. Siamo una Chiesa che si estende su territori diversi – Israele, Palestina, Giordania, Cipro – ciascuno con la propria storia e le proprie dinamiche. Non esiste un’unica situazione politica né un unico contesto pastorale. Esistono tante situazioni diverse e tutte reclamano attenzione. Questa complessità costituisce la nostra ricchezza, ma anche la nostra fatica. Ci obbliga a non generalizzare, a non parlare mai in astratto, a tenere sempre presenti i volti vissuti delle comunità che vivono in luoghi diversi. Ci impegna ad un ascolto articolato e a un’azione pastorale che sappia declinarsi secondo le esigenze di ciascun territorio.

Proviamo ora a guardare il volto tangibile della nostra Chiesa in questo tempo così difficile.

A Gaza, i nostri fratelli sono immersi in una condizione di estrema tribolazione. Hanno vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza medicine. E ora vivono tra le macerie. Abbiamo perso giovani, vecchi, bambini. Eppure, la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore. Nelle chiese trasformate in rifugi, centinaia di sfollati hanno condiviso la vita in tutto.

In Palestina la situazione si deteriora di giorno in giorno. Di questo abbiamo già parlato a lungo, ma gli eventi non sembrano calmarsi. È lì che si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti. Se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa. Temo che questa sarà una preoccupazione e una situazione destinata a definire ancora a lungo le forme del nostro coinvolgimento.

In Israele, i nostri fratelli e sorelle vivono in un contesto diverso, ma non privo di problemi: discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e una crescente insicurezza. L’aumento della criminalità – che in certe aree controlla capillarmente il territorio, con un bilancio quotidiano di morti e feriti – sta creando una paura diffusa che rafforza in tanti la tentazione di partire. La società israeliana è traumatizzata dal 7 ottobre; questo trauma ha generato sospetto verso tutto ciò che è legato al mondo arabo, con una conseguente crescente diffidenza tra le due popolazioni.

La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente. I nostri fratelli e sorelle cattolici di lingua ebraica vivono una particolare solitudine ecclesiale. Sono parte di una Chiesa che forse non sentono totalmente loro. Nei prossimi mesi, cercherò occasioni per incontrare personalmente questa componente della nostra Diocesi, per ascoltarli meglio.

I migranti e i richiedenti asilo che fanno parte delle nostre comunità vivono in condizioni di precarietà esistenziale, nel timore di essere espulsi e dovendo affrontare discriminazioni e sfruttamento. Anche loro sono stati coinvolti nella violenza del conflitto e alcuni sono stati uccisi in vari attacchi negli ultimi anni.

Le nostre scuole, luogo di convivenza e componente preziosa della Chiesa, faticano anch’esse a orientare gli studenti. Insegnanti e alunni portano anche in classe il peso di ciò che vedono in televisione e sui social media; oggi, anche per loro, il dialogo sui temi più divisivi è diventato a dir poco faticoso.

Pur dentro questa desolazione, la nostra determinazione a costruire una società fraterna rimane salda, e le nostre comunità cristiane restano segno tangibile di speranza. A Gaza la fede continua a rischiarare la vita dei cristiani locali. Le celebrazioni quotidiane della Messa, il rosario, le opere di carità della parrocchia e della Caritas mantengono viva la fiducia cristiana. Sono migliaia le famiglie che, attraverso l’impegno della parrocchia e della Caritas, hanno potuto ricevere aiuto e sostegno, anche nei momenti più duri della guerra. In Palestina i nostri parroci hanno organizzato e tenuto unite le loro comunità, creando iniziative di sostegno e di solidarietà, soprattutto in favore delle famiglie più provate. Neppure in Israele i sacerdoti si sono risparmiati, durante il periodo più difficile della guerra. In Giordania, la vita scorre abbastanza normalmente e, nonostante la crisi economica, le parrocchie si sono impegnate per organizzare collette, veglie di preghiere, rosari in solidarietà con le parrocchie della Diocesi attualmente in difficoltà. Anche Cipro recentemente è stata coinvolta in questa guerra, si è impegnata nella solidarietà e sta consolidando le proprie attività pastorali.

Un fatto importante è che tutta la Chiesa universale, da Papa Francesco a Papa Leone XIV fino alle diocesi più piccole e povere, ha mostrato la sua vicinanza, offrendo preghiera e sostegno materiale alla nostra Chiesa di Terra Santa. È doveroso, da parte nostra, ringraziare quanti si sono adoperati – e ancora si adoperano – per permetterci di continuare a fronteggiare le tante indigenze di questo momento; desideriamo ringraziarli soprattutto per l’affetto e la vicinanza cristiana, che ci consola e ci edifica. L’azione di tutta la Chiesa ha mostrato che la speranza è incarnata. Non si contano, infatti, le preghiere organizzate, le raccolte di solidarietà, e tante altre espressioni concrete di comunione.

Alla luce di tutto ciò, dobbiamo interrogarci anche su un altro aspetto importante della nostra missione. È vero, in questo tempo siamo stati presenti nel territorio di tutta la Diocesi con gesti di vicinanza e solidarietà. La nostra Chiesa ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità – onesta, chiara, con parresia – anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni. Ma, mi chiedo, è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? Come dire una parola di verità senza creare nuove barriere e nuove vittime? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere. Occorre porsi questo interrogativo con sincerità, innanzitutto davanti al Signore, sapendo che il discernimento è ascoltare la voce di Dio, convertendoci alla verità, cercando la giustizia, scegliendo il bene dei nostri fratelli.

Ecco. È questa la condizione che abitiamo: un deserto di pianto, di rassegnazione, di parole svuotate, abitato però da coraggiose esperienze di vitalità e di fraternità. È in questo deserto che siamo invitati a riconoscere ancora una volta la voce di Dio che ci interpella.

Di fronte a questo disordine, la domanda decisiva non è come uscirne o come risolverlo, ma come abitarlo da credenti, senza lasciarci assorbire dalla sua logica e senza rinunciare alla responsabilità di una testimonianza evangelica. Per questo è il momento di alzare lo sguardo e chiederci che cosa il Signore ci sta dicendo in tutto questo, lasciandoci attrarre da una luce che viene dall’Alto. Abbiamo bisogno di contemplare il sogno di Dio per la Sua città.

Parte seconda

La vocazione – Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme 

Dopo aver dato uno sguardo generale – e inevitabilmente approssimativo – sul nostro vissuto, comune ma così diversificato, ritorniamo alla domanda iniziale: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto, che ora possiamo anche riformulare: qual è la volontà di Dio su Gerusalemme? Proviamo quindi a scrutare insieme l’immagine della Città Santa che Lui stesso ci offre.

La Scrittura, fin dalle sue prime pagine del libro della Genesi, ci offre il fondamento delle relazioni così come Dio le ha volute: tra Lui e l’umanità, tra gli esseri umani, tra l’uomo e il creato. È da questo fondamento che prende avvio l’intera storia della salvezza. Sarà però soprattutto lo sguardo dell’Apocalisse ad accompagnarci nel corso della nostra riflessione. Un libro spesso frainteso, anche a motivo del suo linguaggio simbolico, che non intende alimentare paure o letture fatalistiche della storia, ma piuttosto aiutare a riconoscerne il senso ultimo, alla luce della fedeltà di Dio e della speranza cristiana.

Secondo le Scritture, la storia dell’umanità inizia in un giardino, l’Eden. Il giardino è il simbolo di un’umanità che si trova ancora in uno stato di innocenza primordiale e tutto sommato solitaria. Alla fine, però, proprio con il libro dell’Apocalisse, la Storia si conclude in un ambiente completamente diverso e speculare, ossia in una città. Non una città qualunque: la nuova Gerusalemme. Questo passaggio non è affatto un dettaglio narrativo, ma una profonda rivelazione sul destino dell’umanità. L’opera della salvezza non è un ritorno a un passato idilliaco e isolato, ma la costruzione di un futuro comunitario, complesso e riconciliato. Il fine della storia tende a una società matura, una “città”, appunto.

La prima città menzionata nella Bibbia è costruita da Caino (Gen 4,17). Dopo aver ucciso il fratello, egli costruisce un rifugio: un luogo dove porre un limite alla violenza, dove ricostruire la fratellanza perduta. Nella Scrittura, la città nasce quindi come tentativo umano di ricreare convivenza là dove la relazione è stata spezzata. L’ultima città della Bibbia è invece la Nuova Gerusalemme «che scende dal cielo» (Ap 21–22).

Tra questi due poli – la città-rifugio costruita dall’uomo per paura, e la città-dono che discende da Dio per amore – si gioca l’intera storia della salvezza. La Bibbia non presenta mai un’immagine ideale e statica di città; la città “perfetta” non esiste. Essa è sempre lo specchio di tutte le contraddizioni umane: dei peccati e della grandezza, della violenza e della fiducia. Ogni contesto umano, ogni città riflette e vive questa tensione.

È una tensione che attraversa tutta la Scrittura e si concentra in modo unico su Gerusalemme. Nessun’altra città nella Bibbia riceve tanto amore e tanto rimprovero, tante promesse e tanta condanna. E questa stessa tensione, come vedremo, abita anche la Chiesa che a Gerusalemme è nata.

Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo. In quel momento lo Spirito Santo era disceso su tutti i Dodici, ossia su tutta l’assemblea apostolica riunita nella sala dove Gesù aveva instituito l’Eucarestia. È in quel mattino di Pentecoste che accade il prodigio descritto dagli Atti degli Apostoli. I discepoli, che hanno ricevuto lo Spirito, scendono in piazza ad annunciare quanto accaduto, e «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno nella nostra lingua nativa?”» (At 2,6-8)

Tutte le persone presenti in quel momento, appartenenti a nazioni e lingue differenti, per opera dello Spirito hanno potuto capirsi e costruire unità. Fin dall’inizio la Chiesa è stata universale, unita e plurale. Da lì i Dodici sono poi partiti per portare l’annuncio in tutto il mondo.

Ancora oggi, la comunità cristiana di Gerusalemme conserva questo carattere universale che non va confuso con una semplice dimensione “internazionale”, ma rimanda a una realtà più profonda, che viene descritta in modo esemplare negli Atti degli Apostoli. Ancora oggi la maggior parte delle Chiese ha il proprio centro ecclesiastico altrove nel mondo, ma ciascuna custodisce a Gerusalemme il suo cuore e una presenza viva. In questa città, le diverse confessioni cristiane si trovano a condividere spazio e tempo, dando vita a un cammino imperfetto ma vitale verso l’unità dei credenti. Attraverso riti diversi e lingue differenti, celebrati negli stessi luoghi, vissuti e frequentati dalle nostre famiglie, queste chiese ci offrono un’immagine viva di ciò che avvenne a Gerusalemme il giorno di Pentecoste: popoli diversi riuniti nel medesimo Spirito. Come allora gli Apostoli partirono per annunciare il Vangelo a tutte le genti, così oggi queste comunità, radicate in uno stesso luogo e, spesso, tra gli appartenenti di una stessa famiglia, sono chiamate a riscoprire la comunione piena nella fede e nella carità.

Per i credenti, il legame con questa Terra implica anche un rapporto costitutivo, per quanto complesso, con l’Ebraismo e l’Islam. Qui il dialogo interreligioso, nei secoli, è divenuto per noi non solo una condizione di sopravvivenza, ma un elemento di fedeltà alla nostra identità universale. Infatti, è qui che la Chiesa Madre è interpellata a generare vita e cura, promuovendo la comprensione dell’altro, l’esigente prassi del perdono, la fatica della comprensione rispettosa.

L’universalità della Chiesa non si oppone alla concretezza dei luoghi e delle Chiese locali. È anzi proprio nella Chiesa locale che essa si rende visibile e operante. Per questo san Giovanni Paolo II parlava di una “mutua interiorità”[1] tra Chiese particolari e Chiesa universale

Non solo la Chiesa, ma la stessa Città Santa ha conservato questo carattere universale. Papa Benedetto XVI lo ha descritto con grande chiarezza in una sua omelia pronunciata proprio a Gerusalemme:

“Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della provvida cura di Dio per l’intera famiglia umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua missione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della convivenza. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della convivenza, per quanto faticoso e lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati”[2].

La missione della Gerusalemme terrestre, in un certo senso, è diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste, “profezia e promessa di quella universale riconciliazione e convivenza che Dio desidera per tutta l’umana famiglia”[3]. È questa la missione che abbiamo smarrito nel vortice violento degli eventi degli ultimi anni. Ed è a questa missione che dobbiamo tornare.

In estrema sintesi, possiamo dire che nell’incrocio di civiltà, religioni ed etnie, Gerusalemme rappresenta un microcosmo simbolico. È paradigma del mondo in generale, e quindi racchiude in sé tutte le questioni contemporanee che affrontiamo a livello globale. Si trova al centro della contesa israelo-palestinese, certo, ma rappresenta pure le complesse interazioni tra diverse religioni e nazioni. Già solo quella che lacera questa città è una contesa con significative ripercussioni regionali e globali. Basta una passeggiata per le strade di Gerusalemme per capire quanto la città sia realmente il punto focale di numerosi altri scontri percepiti su scala mondiale: la tensione tra modernità e tradizione, democrazia liberale e conservatorismo, universalismo e particolarismo.

Gerusalemme raccoglie in sé anche le diverse anime della nostra Chiesa e ne manifesta in modo esemplare la vocazione. In questo luogo, dentro una realtà segnata da forti contrapposizioni, comuni al cammino della Storia umana, essa è chiamata a esprimersi.

Le immagini più potenti della Scrittura che delineano l’identità profonda di Gerusalemme e di conseguenza dell’identità e della missione della nostra Chiesa sono contenute nella visione di Giovanni della Gerusalemme celeste, descritta negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ai quali ora ci ispiriamo.

1. Un Cielo Nuovo per una Città Nuova 

«E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più» (Ap 21,1).

La prima cosa che Giovanni vede non è la città, ma un “Cielo nuovo”. Gerusalemme ha un cielo. Può sembrare banale o scontato, ma è il suo tratto distintivo più eloquente. Anche la sua antagonista, Babilonia, nell’Apocalisse è descritta in ogni dettaglio. Eppure, di Babilonia non si vede mai il cielo. È una città senza cielo, e quindi senza Dio – chiusa in un orizzonte puramente umano e terreno, pertanto destinata alla rovina.

Il cielo di Gerusalemme, inoltre, è del tutto speciale: è un Cielo “nuovo”. Non è la prima volta che Giovanni parla del cielo. Al capitolo 4 dell’Apocalisse, le visioni si aprono con un annuncio significativo: il veggente scorge «una porta aperta nel cielo» (Ap 4,1). Il cielo è nuovo, dunque, innanzitutto perché è aperto. Ed è stato aperto perché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal Cielo, dopo la Risurrezione è tornato al Cielo, portando con sé l’umanità (cf. Gv 1,51). Il Cielo nuovo è un cielo già abitato dall’uomo.

In questo passaggio troviamo un’indicazione importante: per costruire la città, per intessere relazioni autentiche tra noi e tra le nostre comunità, si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, dal primato di Dio, dalla fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa.

Ancora oggi questa dimensione si rende tangibile e visibile soprattutto in quello che è considerato il bacino sacro, dove sono concentrati quasi tutti i Luoghi Santi principali: la Città Vecchia e il Monte degli Ulivi. Le celebrazioni pubbliche delle diverse comunità religiose, scandite da tempi differenti e talvolta sovrapposte le une alle altre, trasformano la città, soprattutto in alcuni momenti dell’anno, dando vita a una straordinaria sinfonia di preghiere, canti e liturgie diverse.

È inoltre frequente, alle prime luci dell’alba o nel silenzio della notte, incontrare uomini e donne di ogni età – ebrei, cristiani e musulmani – camminare per i sentieri della città, avvolti nei loro diversi mantelli e diretti ai loro rispettivi Luoghi Santi, per unirsi ai religiosi che giorno e notte là pregano. La preghiera delle diverse comunità religiose, in definitiva, scandisce il ritmo dell’intera città: ne è il respiro e la luce. È questa l’identità più bella e coinvolgente della città, la sua caratteristica più preziosa, da custodire e preservare.

Ignorare questa dimensione “verticale” della nostra Terra, questa sensibilità religiosa e spirituale delle comunità che le appartengono – ebraiche, musulmane e cristiane – è la ragione più profonda del fallimento degli accordi di convivenza che si sono susseguiti negli ultimi decenni. E anche i futuri saranno destinati a fallire se non si terrà conto del carattere speciale, in quanto profetico, di Gerusalemme. Essa deve essere, prima di tutto, una casa di preghiera per tutti i popoli (Cf. Is 56,7). Non vogliamo mettere in discussione, e anzi confermiamo la necessità dei diversi Status Quo esistenti, importanti per regolare le relazioni tra le varie comunità della città. Credo tuttavia che vi sia bisogno anche del coraggio di un nuovo respiro, di costruire nuovi modelli di vita e di relazioni dove la comune fede in Dio possa diventare occasione di incontro e non di esclusione. Fede che ci apra al Cielo e al mondo, dove tutti i credenti si sentono sollecitati a portare l’umanità a Dio. Nessun progetto di convivenza, in Terra Santa, può prescindere dalla dimensione verticale, dalla coscienza che questa terra è, prima di tutto, il luogo della Rivelazione.

2. Una città che scende dal Cielo 

«E vidi anche la Città Santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo… L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio» (Ap 21,2.10).

La Città Santa non si innalza orgogliosa verso il cielo con le proprie forze. Giovanni la vede «scendere dal cielo, da Dio», e la vede scendere due volte (tre volte se si considera anche il testo di Ap 3,12). Questo movimento discendente non è qualcosa di accaduto una volta per tutte, ma il suo perenne modo di essere. La nuova Gerusalemme è una città che continuamente riceve da Dio se stessa e la propria stessa vita. La sua esistenza non è una conquista, ma un dono.

Essa discende «preparata come una sposa adorna per il suo sposo». È un’immagine di intimità e relazione. Giovanni usa anche l’immagine biblica della tenda, dove Dio sceglie di abitare in mezzo all’umanità, luogo di incontro tra Dio e gli uomini (Cf. Gv 1,14). È dunque una città la cui natura più originaria è vivere una profonda intimità con il Signore, ma anche essere come la tenda, luogo di accoglienza. Questo duplice movimento – intimità e accoglienza – definisce la vita della Chiesa. Nell’abitare di Dio tra i suoi, accade il compimento, la vittoria sul male e sulla morte: non solo il male è vinto, ma l’uomo viene consolato da Dio stesso, che asciuga le lacrime dai volti (Cf. Ap 21,4).

Questo passaggio ci offre un’altra significativa indicazione. È un monito cruciale soprattutto per le istituzioni religiose della Città Santa: senza un continuo «discendere dal cielo», senza cioè attingere umilmente e costantemente alla relazione con Dio lasciando che sia Lui a illuminare il proprio modo di pensare, senza nutrirsi continuamente dalla Parola di Dio, le nostre istituzioni rischiano di atrofizzarsi. Rischiano di diventare fortezze inespugnabili e chiuse al mondo, invece di essere città aperte e sorgenti di vita nuova. Non si riceve da Dio la forza e la possibilità di uno sguardo diverso una volta per tutte: questi doni necessitano di una continua tensione dell’anima e del cuore.

In concreto, porsi in ascolto della Scrittura significa per le Chiese e le comunità religiose ascoltare anzitutto il grido di coloro che non conoscono Cristo, non lo conoscono a sufficienza o se ne sono allontanati, come anche il grido dei poveri, degli emarginati, di coloro che soffrono a causa dei conflitti. È lì, come occasione di accoglienza fattiva nella carne segnata dell’umanità, che possiamo verificare l’autenticità della nostra relazione con Dio. Se il nostro sguardo su Dio non ci apre allo sguardo sull’altro che soffre, allora non abbiamo realmente incontrato il Dio che scende nella città. È un richiamo per le autorità religiose a tenere insieme la vicinanza a Dio e al proprio popolo.

3. Il Tempio e l’Agnello 

«In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22).

La Scrittura presenta Dio come Colui che desidera abitare in mezzo agli uomini. Nell’Antico Testamento questa presenza era legata al tempio, luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo. Anche il profeta Ezechiele immagina una città rinnovata attorno al tempio, cuore della presenza divina e segno della sua santità.

Nella visione della Gerusalemme nuova, l’Apocalisse adotta un linguaggio diverso. Giovanni afferma: «Non vidi alcun tempio». Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato. Dio stesso e l’Agnello abitano in mezzo al loro popolo e ne costituiscono il centro vivo. In questa prospettiva, non c’è più una separazione tra luoghi sacri e luoghi profani: Dio non abita in un edificio, ma nella relazione, non in un luogo da conquistare e possedere, ma nella storia.

Di conseguenza, non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta. Viene meno anche ogni distinzione tra inclusi ed esclusi fondata su criteri di purezza. Se nella visione di Ezechiele l’accesso al tempio era regolato da distinzioni rigorose, nella Gerusalemme nuova tutti sono accolti: uomini e donne, bambini e anziani, sani e malati, liberi e schiavi.

Questo brano dell’Apocalisse offre una lezione forte alla Gerusalemme terrena, lacerata da conflitti legati al possesso dei luoghi e alla definizione di confini esclusivi. L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principali di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza. Sembra quasi che, per costruire relazioni e per avere diritto di parola, sia necessario possedere, occupare, giustificare la propria presenza attraverso un territorio.

Non dobbiamo essere ingenui. Esistono spazi che vanno custoditi, luoghi necessari perché ciascuna comunità possa vivere e testimoniare la propria fede. Non dobbiamo dimenticare che la Terra Santa è anche Terra dei Luoghi Santi, che custodiscono la memoria e l’identità storica dei popoli. Ma i confini servono a preservare la libertà, non a soffocarla. Non devono diventare barriere invalicabili né motivo di esclusione. È possibile convivere rispettando gli spazi altrui, nella considerazione della storia di tutti e delle diverse sensibilità.

Nella Gerusalemme nuova, dunque, non ci sono luoghi da possedere, ma relazioni da costruire. Se il Dio della Città Santa non occupa spazi e non innalza barriere, allora nessuno deve sentirsi escluso. Non si può perciò usare Dio per giustificare scelte di chiusura o di esclusione.

Questo brano dell’Apocalisse, mentre ci invita ad alzare lo sguardo verso il cielo, ci riporta in realtà con i piedi per terra: una città è viva nella misura in cui riconosce che il vero tempio da custodire – il suo centro vitale – sono le relazioni umane e la relazione con Dio. È invece destinata a inaridirsi e a morire quando si lascia dominare dalla logica del possesso, dalla svalutazione dell’altro e da narrazioni autoreferenziali, invece che dalla luce dell’Agnello, che è la logica del dono.

4. La lampada dell’Agnello: un nuovo modo di vedere 

«La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23). “Non vi sarà più notte, non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (Ap 22,5).

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non c’è un tempio. Ma allora dov’è Dio, come abita in Gerusalemme? Dove lo si incontra? La presenza di Dio nella città non è ingombrante, voluminosa, non si impone. Dio è presente come una lampada che illumina. È presente come Colui che dà la possibilità di avere una prospettiva diversa, e quindi un nuovo modo di vivere; rischiara le relazioni, la vita, tutte le cose.

Se la lampada è l’Agnello, significa che è una luce “pasquale”: è la luce di Colui che ha donato la vita per amore, gratuitamente e incondizionatamente. La Pasqua inaugura un nuovo modo di vedere la realtà. È l’esperienza pasquale che permette di vedere la vita anche laddove i nostri occhi carnali vedono solo morte, sconfitta o devastazione.

Questo passaggio dell’Apocalisse ci fa compiere un passo ulteriore, oltre il criterio del possesso, degli spazi asfittici, dei confini chiusi e della proprietà idolatrata che abbiamo visto finora. La luce non si possiede: si accoglie e si diffonde. Essa diventa così il criterio con cui leggere la realtà e orientare le scelte. Con quali occhi, con quale animo guardiamo agli altri, soprattutto quelli che non sono “dei nostri”? Con fiducia o con paura o, peggio, disprezzo?

Allenare i propri occhi a questa luce – che è la vita – diventa il primo compito di chi desidera appartenere a questa città. Significa riconoscere ogni persona – il povero, lo straniero, e persino il nemico – come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, guardare a loro come si guarda a Dio. È lo stesso stile dell’Agnello che illumina la città: un’autorità che si esprime nel dono di sé e che trasforma il potere in servizio, non in possesso e dominio.

5. Lo stile di vita della città: accoglienza e memoria 

«È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele… Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,12–14).

Colpisce, in questa descrizione, un’apparente incongruenza. I dodici apostoli sono posti come fondamento dell’edificio, mentre le dodici tribù d’Israele compaiono sulle porte. Dal punto di vista cronologico, ci si aspetterebbe il contrario: Israele viene prima degli apostoli. Eppure, nella visione dell’Apocalisse, l’antico e il nuovo non sono contrapposti né sovrapposti, ma ricomposti in un’unità redenta. Dio non cancella la storia, ma la ricrea ponendole fondamenta nuove, nelle quali nulla va perduto e tutto ritrova il proprio posto. Gerusalemme diventa così il compimento sia per le dodici tribù sia per i dodici apostoli. Solo all’interno di questa città ciascuno può ritrovare il senso della propria storia e della propria missione.

Questo è un punto decisivo anche per noi oggi. La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà assunto come criterio per definire le relazioni, già emersa in precedenza, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro. Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni. Negare la memoria storica dell’altro è una forma sottile ma potente di esclusione.

È necessario, invece, un ripensamento dei concetti stessi di “storia” e di “memoria” e – di conseguenza – anche della categoria di “colpa”, “giustizia” e “perdono”. Sono queste ultime che pongono in contatto diretto la sfera religiosa con quella morale, sociale e politica. Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. Solo attraverso questo onesto riesame si può redimere la propria lettura storica a beneficio di tutta l’umanità. Scuole, università, centri e movimenti culturali e media sono i primi responsabili di questa missione di ripensamento e guarigione della nostra memoria collettiva. Sono coloro che possono contribuire a costruire una differente e positiva narrativa storica non esclusiva.

Questa purificazione non è un’operazione diplomatica, né un compromesso politico: è un atto profondamente spirituale, perché tocca le radici dell’identità e del dolore. Richiede di lasciarci redimere da Dio per poter diventare, a nostra volta, strumenti e canali di guarigione per gli altri. Solo una memoria redenta può generare un futuro diverso. La missione della Chiesa è allora quella di promuovere una vera “purificazione della memoria storica”. San Giovanni Paolo II lo ricordò con forza durante il Giubileo del 2000, quando parlò della necessità di purificare la memoria come atto profondamente spirituale, capace di toccare le radici dell’identità e del dolore.

Sono ben cosciente che questo è un argomento per molti inaccettabile. Forse per alcuni è un tema “troppo cristiano”, per altri può sembrare utopico, o anche da rigettare. Ma non importa. Questo è il contributo, la missione, che l’Agnello ci lascia in consegna. La testimonianza alla quale siamo destinati, la “promessa e profezia” che deve sostenere il nostro pellegrinare nella Città Santa, nella nostra Chiesa: osare una visione che non nasce dal possesso, dalla paura o dalla rivendicazione, ma dalla redenzione della storia. Che Chiesa saremmo se non avessimo il coraggio di indicare un mondo che ancora non c’è, ma che Dio ci promette e che già intravediamo all’orizzonte?

6. Le porte aperte 

«Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte» (Ap 21,25).

Le mura di una città sono sempre costruite a difesa. Qui invece non sono costruite per difendere la città da un esterno minaccioso, come se ciò che è fuori fosse pericoloso. Servono a definire uno stile di vita, un’appartenenza, ma sono costantemente aperte. Non c’è nulla da difendere, ma solo uno stile da proporre. Aperte in tutte e quattro le direzioni, perché chiunque, in qualsiasi momento, possa entrare e diventare parte di questa nuova umanità. «La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7).

Ciò che nell’Antica Alleanza era privilegio di un solo popolo – benché, fin dall’inizio, destinato a tutti i popoli della terra (cf. Gen 12,3), ora è profetizzato per tutti. Tutti possono far parte del popolo santo di Dio. La Chiesa oggi lo vive e lo annuncia portando questo tesoro profetico in vasi di creta. Anche questa è un’altra chiara indicazione che l’Apocalisse ci offre. Nella città che scende dal cielo non vi può essere esercizio di un monopolio da parte di alcuno, perché la Città Santa, per la sua stessa natura, è incompatibile con ogni forma di chiusura, di esclusività o di identità monocolore. Essa non appartiene a qualcuno contro altri, né può essere ridotta a possesso di una parte. Le sue porte sono sempre aperte: non sono un dettaglio architettonico, ma l’espressione di un’identità che si definisce solo nell’accoglienza e nella relazione. La convivenza è frutto di condivisione di un comune progetto, di cui tutti sono parte integrante.

Si tratta anche di tenere aperte le porte tra le diverse comunità che compongono la nostra società. Non solo “sfiorarsi” l’un l’altro, ma “tenere le porte aperte”, conoscersi e sostenersi.

7. Il cuore condiviso dell’umanità 

«Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore… E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni» (Ap 21,24.26).

Le porte della Città non sono solo aperte. Giovanni specifica e aggiunge che i popoli, le nazioni, l’alterità, non solo non sono una minaccia, ma al contrario sono considerati una ricchezza. È l’oro e l’incenso delle genti che abbelliscono la città. Questa è un’altra delle grandi novità descritta dall’Apostolo. Sono completamente invertiti i canoni della bellezza, della santità, della purità: non è ciò che è incontaminato, solitario, isolato ad essere bello, ma ciò che è aperto all’altro. Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui accoglie.

All’inizio abbiamo visto che Gerusalemme si costruisce nella misura in cui riceve se stessa da Dio. Ora la visione si completa, e possiamo constatare anche che Gerusalemme si arricchisce nella misura in cui riceve se stessa dagli altri. Le due cose vanno insieme. Sembra la realizzazione della profezia di Isaia: «Ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”» (Is 2,2-3).

Il cuore del mondo è a Gerusalemme, come testimoniano i milioni di pellegrini che giungono da ogni dove nella Città Santa. I pellegrini sono parte della vita della città. Senza di loro, senza questo legame con il mondo, la città è incompleta: lo vediamo purtroppo molto bene in questi mesi, segnati dalla loro assenza. Questo significa che i governanti locali dovranno sempre tenere in considerazione che quanto è vissuto a Gerusalemme coinvolge la vita di miliardi di credenti in tutto il mondo. Non è solo affare privato di chi ha la grazia di vivere in quei luoghi. Gerusalemme non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell’umanità.

Il mondo ha il diritto e la responsabilità di interessarsi a Gerusalemme. Non per imporre soluzioni dall’alto, mancando di rispetto alla sovranità e all’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono, ma per esercitare una pressione costante e discreta – diplomatica, culturale e spirituale – affinché nessuna logica di esclusione, di sopraffazione o di possesso esclusivo possa prevalere. La comunità internazionale dovrebbe garantire la missione universale di Gerusalemme, ricordando a tutti che ciò che accade tra le sue mura riguarda il cuore di miliardi di credenti e l’intera famiglia umana.

8. La vocazione: guarire il mondo 

La città non è fine a se stessa. La sua missione è universale e la sua vocazione è terapeutica.

«E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22,1–2).

Dal trono di Dio e dell’Agnello scaturisce un fiume d’acqua viva, e sulle sue rive cresce l’albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni». Questo è il compito ultimo e sublime di Gerusalemme. L’albero della vita, che nell’Eden era precluso all’uomo, è ora nel cuore della città, accessibile a tutti. E le sue foglie non sono per pochi eletti, ma per la guarigione delle “nazioni”, termine che nell’Apocalisse indica spesso il mondo non credente, coloro che stanno fuori, che ancora non conoscono Dio. La misericordia divina non è un privilegio per pochi, ma un destino offerto a tutti.

La missione di Gerusalemme non si esaurisce dentro le sue mura, non è chiusa all’interno delle sue porte. La sorgente di acqua viva che sgorga dal cuore dell’Agnello irriga il mondo intero. Gerusalemme è una città “in uscita”, chiamata a portare frutto per l’umanità. Ciò che ha ricevuto dall’Alto è da condividere con tutti. Ha una missione specifica, che è solo sua, quella di «guarire le nazioni». Guarire da cosa? Il testo non lo dice, perché non indica una ferita soltanto, ma la radice stessa della vita ferita. Dice però che ciò che guarisce è il suo essere viva, il suo partecipare alla vita di Dio.

Di guarigione avrà bisogno la Terra Santa. Serviranno lunghi percorsi di recupero delle tantissime e dolorosissime lacerazioni che questo conflitto produce nella vita di tutte le comunità, servirà conforto per le tribolazioni, causate dall’odio, dalla “memoria tossica”. La missione della Chiesa non è tracciare confini più stretti, ma mantenere le porte aperte, testimoniando un amore che non si arrende mai e che raggiunge anche chi è lontano, dubbioso o resistente. La responsabilità della libertà umana è affermata, ma lo è anche l’illimitatezza della Grazia divina.

La Terra Santa, e la piccola e vulnerabile comunità cristiana che vi abita, ha molto da condividere. Non possiede un potere militare o economico, ma attinge dall’Agnello la mitezza di chi, secondo la beatitudine evangelica, erediterà la terra. Ha la forza dell’amore che si dona, l’unica forza che il male non può sconfiggere.

Redimere le conseguenze del conflitto – l’odio, la paura, la “memoria tossica” – è il compito specifico e sublime della Chiesa di Gerusalemme per il mondo intero. Le sue radici affondano nella geografia della salvezza, ma il suo sguardo è universale: essere per il mondo non un’utopia, ma il seme di una città reale, la città posta sul monte (cf. Mt 5,14), che irradia la luce di Cristo a tutte le nazioni, dove gli uomini imparano l’arte del perdono, la forza dell’uguaglianza e la gioia del servizio. È soprattutto il coraggio del perdono la medicina più potente, capace di portare guarigione, ed è anche la testimonianza più autentica che la nostra comunità può offrire ai popoli di questa Terra.

Non si tratta di fare da ponte tra due parti in conflitto, come se i cristiani fossero chiamati a mediare dall’esterno. Non è questo il loro ruolo. I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi, o un corpo separato rispetto ai loro fratelli non cristiani. Sono, piuttosto, sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo. In prevalenza cittadini palestinesi o giordani, arabi cristiani, ma anche ciprioti e israeliani, condividono la storia, la lingua, le ferite e le aspirazioni dei loro popoli. Non sono chiamati a chiudersi in un’enclave protetta, né a fuggire, ma a vivere fino in fondo la loro vocazione: stare dentro la società, condividendone le sorti, per fermentarla dall’interno con una visione dell’uomo – e del vivere sociale – radicata nel Vangelo

Non offrono al mondo un’utopia astratta, ma il seme – fragile, concreto, talvolta quasi invisibile – di una città possibile. Una città che lievita dal basso, nella pasta del quotidiano condiviso con i loro concittadini musulmani ed ebrei, e che mostra come convivenza, perdono e riconciliazione sono possibili. Per tutti.

9. Il rifiuto 

Questi due capitoli dell’Apocalisse che ci hanno accompagnato non sono avulsi dalla realtà. Giovanni è ben consapevole che oltre al fascino e alla bellezza contenuta nei passaggi che abbiamo presentato, esiste anche la possibilità del rifiuto. Vi sono diversi passaggi in questo senso (21,8.27; 22,11.15). Ne prendiamo solo uno ad esempio: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (22,15).

È un linguaggio forte, al quale forse non siamo più abituati. Sta ad indicare un elemento importante: vivere nella Città Santa rappresenta una scelta e una responsabilità. Le mura della città – abbiamo detto – non difendono, ma definiscono la postura esistenziale di chi ha deciso di vivere illuminato dall’Agnello. Se si decide di abitare nella città piena di splendore e dalle porte sempre aperte, desiderosa di accogliere e di guarire, ci si assume anche la responsabilità di rifiutare tutto ciò che non appartiene a quello stile.

Vi è una scelta da fare, uno stile da assumere. Chi lo rifiuta, non può stare dentro le mura, non può fare parte della vita della Città. Si tratta, inoltre, non solo di scegliere di vivere nella luce dell’Agnello, ma anche di adoperarsi perché le tenebre e tutto ciò che appartiene al mondo della morte non dimori nella città.

È importante comprendere la natura di questo rifiuto. Non si sta giudicando la nostra umanità – che è sempre segnata dall’imperfezione –, né il nostro essere peccatori bisognosi di perdono, anzi: proprio per questo l’Agnello è sorgente inesauribile di misericordia. Il rifiuto di cui parlano le Scritture costituisce qualcosa di più radicale: è l’adesione – deliberata, ostinata e chiusa al pentimento – a uno stile di vita che diventa la negazione stessa della logica dell’Agnello. È la scelta consapevole della menzogna come sistema, della violenza come metodo. Si manifesta nella pretesa di possedere non solo gli spazi, ma la verità. È il costruire la propria vita e la propria città su quel progetto di Babele che pretende di innalzarsi verso il cielo con le sole proprie forze, escludendo Dio e, di conseguenza, mettendo da parte il fratello.

La città dalle porte aperte non espelle, ma definisce chiaramente ciò che è incompatibile con la sua stessa esistenza. La scelta è nostra: vivere della luce che si riceve, o pretendere di essere noi stessi luce. A chi fa questa scelta, la città dalle porte aperte non può che apparire come un giudizio di condanna. Ma per chi accoglie lo stile dell’Agnello, essa è, e resta per sempre, una casa.

È importante sottolineare, comunque, come non ci possiamo illudere che questa scelta sia compiuta una volta per tutte, né che la Gerusalemme celeste coincida perfettamente con alcuna comunità terrena – nemmeno con la nostra Chiesa. Finché saremo pellegrini nella storia, la Città Santa rimarrà davanti a noi come dono e come promessa, non come possesso. Anche le nostre comunità, le nostre istituzioni religiose, i nostri cuori portano ancora le cicatrici del peccato e della divisione. La tentazione di chiuderci in una “città ideale” costruita con le nostre mani è sempre in agguato. Per questo la Gerusalemme che scende dal cielo non cessa mai di scendere: abbiamo sempre bisogno di riceverla di nuovo, perché non la possediamo mai.

10. Una città per tutti: abitare la storia con gli occhi dell’Agnello 

La visione della nuova Gerusalemme, in definitiva, non costituisce un invito ad evadere dalla storia, ma un’indicazione per camminare dentro la storia. È un modello, uno stile, un riferimento reale per la comunità cristiana e per tutti coloro che hanno a cuore la città terrena.

I principi emersi – il radicamento nella realtà, la custodia del sacro, l’universalità dell’accoglienza, la forza della mitezza, il primato della relazione sul possesso, la necessità di una redenzione della memoria, l’apertura a tutte le nazioni – hanno implicazioni politiche, sociali e interreligiose immediate. Essi ci dicono che:

Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro.

Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio.

L’armonia tra le comunità (ebrei, cristiani e musulmani) rimane il riflesso terreno dell’intimità con Dio. Le divisioni ne sono una negazione.

Le istituzioni religiose sono chiamate a un continuo rinnovamento spirituale per non diventare ostacoli alla conoscenza di Dio e all’incontro con il mondo.

Il possesso della terra e dei Luoghi Santi non può trasformarsi in assoluto ideologico. Servono nuovi equilibri che tengano conto delle esigenze vitali di tutti, superando la logica dell’esclusione. È possibile trovare forme di convivenza, rispettando ciascuno i luoghi dell’altro.

La comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché essa è di tutti. Il cuore del mondo è a Gerusalemme e ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti.

La Chiesa di Gerusalemme, piccola e resiliente, si trova a vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme celeste: essere luogo accogliente, luce pasquale che rischiara le tenebre del rancore; essere casa dalle porte aperte, strumento di guarigione nel mondo. Questo è il suo sogno, la sua missione, il suo dono all’umanità.

Parte terza

Implicazioni pastorali 

Dopo aver riconosciuto la realtà e contemplato il futuro che ci è affidato, ora ci chiediamo: come possiamo, come comunità, vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme che scende dal cielo? Non si tratta di applicare un progetto astratto, ma di lasciarci illuminare nel nostro quotidiano, in parrocchia, in famiglia, nelle istituzioni. È un cammino lungo e faticoso, ma l’unico che può darci fiducia.

Non pensiamo di non poter fare nulla a causa del conflitto. Le difficoltà non devono essere pretesto per fermare la carità o giustificare omissioni. Anzi, è proprio in questi casi che la nostra azione pastorale deve diventare più incisiva: non per fare gli eroi, ma per lasciare spazio all’opera di Dio.

Riprendendo i contenuti presentati fino a qui, cercherò ora di delineare alcuni ambiti pastorali, in cui appare chiaro che la missione della nostra Chiesa è essere espressione concreta di questa visione che Dio ci ha rivelato.

1. Il primato della liturgia e della preghiera

Abbiamo visto che il primo elemento della Città che discende dal cielo è ricevere continuamente se stessa da Dio, mantenendo viva la coscienza della Sua presenza. Ed è la vita sacramentale della Chiesa – la liturgia e la preghiera – a custodire e ravvivare questa coscienza. Essa è parte essenziale della missione della Chiesa

C’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro – fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. È un momento di amore e di incontro con Dio, in cui cerchiamo di vedere Lui e di essere visti da Lui, proprio come facciamo quando andiamo a trovare le persone che amiamo. È il cuore, il respiro. È ciò che tiene in vita la nostra comunità quando tutto il resto vacilla. Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose.

Dobbiamo allora tenere la liturgia e la preghiera al centro della vita delle nostre comunità. Non solo le preghiere per la pace – che pure vanno promosse – ma la preghiera come atmosfera stabile della nostra vita, come ciò che dà forma alle nostre giornate, alle nostre settimane, alle nostre comunità.

Penso in particolare alla Liturgia delle Ore comunitaria, alla lectio divina, all’adorazione eucaristica: non pratiche per specialisti, ma espressioni semplici e profonde della preghiera della Chiesa, capaci di immergere il nostro quotidiano – con le sue paure e le sue attese – nella relazione viva con Dio.

È da promuovere anche la dimensione comunitaria e sanante del Sacramento della Riconciliazione. Troppo spesso vissuto in forma privata e isolata, esso è in realtà un sacramento ecclesiale, che guarisce non solo il singolo ma l’intera comunità, ristabilendo la comunione ferita. Celebrazioni penitenziali comunitarie ben preparate possono ridare a questo incontro con la misericordia di Dio tutta la sua forza di rinascita.

Un’attenzione particolare va riservata anche al Sacramento del Matrimonio e alla cura delle famiglie. In un tempo che fatica a credere nella fedeltà e nella durata, accompagnare gli sposi significa aiutarli a fondare la loro casa non sulla fragilità delle emozioni, ma sulla roccia dell’amore di Cristo.

In sintesi, il punto è questo: la liturgia non è un insieme di pratiche, ma l’azione stessa di Cristo che continua a plasmare, guarire e sostenere la sua Chiesa. Facciamo della preghiera il cuore pulsante delle nostre parrocchie, delle nostre famiglie, delle nostre scuole. Una comunità che prega non evade dalla realtà, ma impara a viverla con lo sguardo di Dio, nella luce pasquale che risplende anche quando tutto intorno è notte. Le parrocchie sono senza dubbio il cuore pulsante della nostra vita comunitaria; è lì che vengono amministrati i sacramenti e celebrate le liturgie

2. Le famiglie: chiese domestiche

Se le parrocchie sono il cuore pulsante della nostra vita comunitaria, le famiglie sono il respiro quotidiano. È lì che la fede si impara, si trasmette, si incarna. È lì che i bambini fanno le prime esperienze di amore, di perdono, di fiducia. In esse ciascuno si forma lo sguardo con cui si guarderà il mondo per tutta la vita.

In questo tempo di scetticismo e di paura, le nostre famiglie hanno una missione in più: diventare laboratori di riconciliazione, scuole di umanità, chiese domestiche.

Pensiamo alla “purificazione della memoria” di cui abbiamo parlato. Dove può iniziare se non in famiglia? I genitori sono i primi narratori della storia. Il modo in cui raccontano il passato – con veleno o con onestà, con rancore o con fiducia – segna i figli per sempre. Educare alla convivenza significa anche questo: raccontare la verità, anche dolorosa, senza trasmettere odio. Significa insegnare che si può ricordare una storia di sofferenza senza volersi vendicare, che si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui.

Le nostre famiglie sono il primo luogo dove si impara concretamente l’incontro con l’altro: il vicino di casa, il compagno di scuola di un’altra fede, il collega di lavoro. Se i genitori vivono relazioni di rispetto e apertura, i figli imparano che tali relazioni sono possibili. Se i genitori parlano con disprezzo di chi è diverso, i figli assorbono quel veleno e lo iniettano nel loro sguardo sul mondo.

E poi la preghiera. La famiglia che prega insieme, dice un antico adagio, rimane unita. Non servono formule complicate. Il segno della croce e la preghiera prima del pasto, una breve preghiera la sera, il Vangelo aperto e letto insieme la domenica. Piccoli gesti che creano un’atmosfera, che ricordano a tutti – bambini e adulti – che Dio è di casa tra quelle mura.

Penso in particolare alle famiglie miste intracristiane, quelle dove convivono tradizioni diverse. In un contesto che spinge alla separazione, esse spiccano come un segno profetico: testimoniano che l’amore è più forte delle barriere, che l’incontro è possibile, che si può costruire unità nella diversità. A loro va il nostro sostegno e la nostra ammirazione.

So bene che le famiglie oggi sono sotto pressione: la crisi economica, la paura del futuro, la tentazione di emigrare, le difficoltà quotidiane. Tante famiglie risultano provate, affaticate, stanche. A loro va la nostra vicinanza più grande. La Chiesa desidera star loro accanto, sostenerle e aiutarle a riscoprire la bellezza del loro cammino.

A voi famiglie dico: non sentitevi sole. La Chiesa è con voi. La parrocchia è casa vostra. Non possiamo certo arrivare a tutto e a tutti, ma non abbiate paura di condividere le fatiche, di cercare un’indicazione quando tutto sembra buio. E non dimenticate mai la vostra missione: siete voi i primi testimoni della fede per i vostri figli. Più delle parole, contano i gesti. Più dei discorsi, vale l’amore vissuto.

Maria, Madre di Nazareth, che in una piccola casa ha custodito e meditato nel cuore le meraviglie di Dio, accompagni ogni famiglia della nostra Diocesi. Insegni a tutti noi l’arte di custodire e mettere insieme, di attendere con pazienza, fiduciosi nell’attesa.

3. Le scuole: laboratori del futuro

Le nostre scuole sono forse tra i doni più grandi che la Chiesa fa a questa Terra. Generazioni di uomini e di donne – cristiani, musulmani ed ebrei – sono passati tra i banchi delle nostre istituzioni. Questo non è un dettaglio: è una vera missione.

Oggi le nostre scuole sono chiamate a fare qualcosa di più. Non sono solo luoghi di istruzione, ma vere e proprie officine di umanità nuova. Sono spazi in cui si impara a vivere insieme, dove la differenza non spaventa ma arricchisce, e dove l’incontro con l’altro diventa occasione di crescita e non di scontro. Papa Leone XIV, recentemente, ricordando il 60º anniversario del documento conciliare Gravissimum Educationis, ha affermato: “Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità”[4].

Allo stesso tempo, esse restano luoghi essenziali di trasmissione della coscienza cristiana. I nostri ragazzi devono sapere chi sono, a quale storia appartengono, quale tesoro portano nel cuore. Una fede che non si conosce non si può testimoniare. Una coscienza fragile si chiude per paura, mentre una coscienza solida e matura si apre all’incontro.

Immaginiamo scuole dove non si trasmettono solo nozioni, ma si educa a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore; dove il conflitto non viene rimosso, ma affrontato con gli strumenti della conoscenza dell’altro, del dialogo e del rispetto; dove la qualità dell’insegnamento va di pari passo con la qualità delle relazioni. Scuole in cui la preghiera, il silenzio e l’ascolto aiutano i giovani a leggere la realtà senza paura, e dove insegnanti ed educatori non sono solo trasmettitori di contenuti, ma testimoni di uno stile di vita.

Le nostre scuole devono diventare il luogo in cui la visione che abbiamo delineato in questa Lettera – la Gerusalemme dalle porte aperte, la redenzione della memoria, il rifiuto della violenza – prende forma concreta nel metodo educativo e nello stile quotidiano. È qui che si gioca una parte decisiva del futuro di questa Terra.

Ho chiara consapevolezza dei problemi cronici – non solo finanziari – che affliggono la maggior parte delle nostre istituzioni scolastiche e accademiche. Ultimamente, a Gerusalemme emerge il problema dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, cosa che mette a serio rischio la possibilità di mantenere salda l’identità cristiana delle nostre scuole. Anche in questo ambito, il conflitto politico riversa conseguenze dirette sulla vita della Chiesa, e dovremo fare tutto il possibile per aiutare e sostenere i nostri insegnanti, senza però farci illusioni. Ci attendono tempi duri nei prossimi anni. Ciò nonostante, una cosa è certa: con mitezza e determinazione continueremo a difendere il carattere cristiano delle nostre istituzioni.

Ai dirigenti, agli insegnanti e a tutto il personale delle nostre scuole va il mio grazie più sincero. Il vostro lavoro, spesso faticoso e poco visibile, è un investimento sul futuro. Giorno dopo giorno, state costruendo quella città possibile che sogniamo: una città in cui la convivenza non è un’utopia, ma un’esperienza che si impara fin da giovani.

4. Gli ospedali e le opere sociali: le foglie che guariscono

C’è un luogo in cui l’accoglienza, il dialogo e la guarigione sono già realtà vissute: le nostre opere sociali. I nostri ospedali, gli ambulatori, i centri Caritas, le mense per i poveri, le case di accoglienza. L’Apocalisse parla di un albero della vita le cui foglie «servono a guarire le nazioni»: le nostre opere sono come quelle foglie, silenziose e discrete, ma capaci di portare sollievo a chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere la carta d’identità o il credo religioso.

Nei nostri ospedali, ebrei, cristiani e musulmani nascono, vengono curati, soffrono e talvolta muoiono insieme. Medici e infermieri delle diverse fedi lavorano fianco a fianco. In questi gesti quotidiani, l’amore di Dio si fa presente e redime divisioni che le parole spesso non riescono a curare.

È qui che il dialogo diventa carne. Non servono grandi discorsi. Basta il gesto di chi si fa carico di una tribolazione, di chi porge un bicchiere d’acqua, di chi sta accanto a un morente. In quei gesti, l’amore di Dio si fa presente e risana.

Il nostro compito pastorale è duplice. Bisogna innanzitutto sostenere queste opere con generosità, perché possano continuare la loro missione. È sempre più difficile garantirne il mantenimento, lo sviluppo e allo stesso tempo custodirne lo spirito di apertura e di accoglienza, insieme alla professionalità dell’impegno. Questa sarà un’altra prova che ci attende nei prossimi anni.

In secondo luogo, bisogna far conoscere queste realtà per mostrare che un’altra via è possibile. Troppo spesso ascoltiamo solo le voci dell’odio. Troppo poco conosciamo di questi gesti silenziosi che tengono vivo il tessuto della nostra convivenza.

A tutti coloro che operano nelle nostre strutture sanitarie e sociali – medici, infermieri, volontari, operatori – va il mio grazie più profondo. Siete quelle foglie dell’Apocalisse che già oggi, silenziosamente, redimono le conseguenze del nostro tempo. In una terra dove tutto divide, voi costruite unità. In un tempo in cui l’odio urla, voi amate in silenzio. Il vostro lavoro è prezioso agli occhi di Dio e della comunità.

5. I nostri anziani: memoria viva

Esiste poi un tesoro nelle nostre comunità che rischiamo di non vedere mai abbastanza: i nostri anziani. In una terra che invecchia, come la nostra, anche loro sono una presenza preziosa che merita attenzione e gratitudine.

I nostri nonni, le nostre persone anziane, sono la memoria vivente della Chiesa. Hanno attraversato guerre, vissuto attese deluse, subito esodi, operato ricostruzione. Hanno visto cambiare i confini, le bandiere, i poteri. Eppure, sono rimasti, hanno custodito la fede e l’hanno trasmessa. Spesso in silenzio, con quella discrezione che appartiene a chi ha imparato davvero che le parole pesano e vanno usate con cura. Oggi molti di loro vivono soli. I figli sono partiti da qui, cercando un futuro altrove. Le famiglie risultano più sparpagliate. La solitudine degli anziani è una preoccupazione che dobbiamo guardare con occhi nuovi.

Nella nuova Gerusalemme, come abbiamo visto, tutti hanno un posto. Anche chi non produce più, anche chi non è più veloce, anche chi ha bisogno di aiuto per le cose semplici di ogni giorno. In una società che misura il valore sulla produttività e sull’efficienza, essi ci ricordano che la dignità non si perde con l’età e che la vita vale non per ciò che si fa, ma per ciò che si è. La sapienza nasce dal tempo e dalle prove attraversate. Anche quando la solitudine si fa sentire – perché i figli sono lontani o le famiglie si sono frammentate – gli anziani restano un tesoro prezioso da custodire. “Gli anziani aiutano a percepire la continuità delle generazioni, con il carisma di ricucire gli strappi”[5].

Le nostre parrocchie si distinguano come luoghi dove gli anziani si sentono a casa. Dove non siano solo assistiti, ma ascoltati; non solo curati, ma amati. Creiamo occasioni per stare con loro, per raccogliere le loro storie, per imparare dalla loro esperienza. I giovani, le famiglie, la Chiesa hanno bisogno di loro.

A tutti gli anziani della nostra Diocesi dico: grazie. Grazie per la vostra fedeltà silenziosa. Grazie per le preghiere che offrite giorno e notte. Grazie per la pazienza con cui portate il peso degli anni e della solitudine. Voi siete come radici profonde, che non si vedono, ma tengono in piedi l’albero. Senza di voi, la nostra Chiesa sarebbe più fragile.

Maria, nell’età avanzata, ha custodito nel cuore le meraviglie di Dio. Impariamo da lei, e dai nostri anziani, l’arte di custodire e attendere fiduciosi un futuro migliore.

6. I giovani: coraggio e profezia

Se gli anziani sono la memoria, i giovani sono la profezia. In loro si concentrano le attese, le paure, ma anche le energie più vive delle nostre comunità. Essi dimostrano che questa comunità ha ancora un avvenire.

I giovani oggi sono i primi a soffrire il lavoro che non c’è, la casa che non si può comprare, il futuro che appare come un muro. Si infittiscono le loro domande sulla loro appartenenza a questa terra e sul suo futuro. Ma i giovani sono anche quelli che sanno osare, che non rinunciano a porsi interrogativi, senza dare nulla per scontato.

Ai giovani, dunque, dico: non credete a chi vi dice che qui non c’è futuro. Il futuro lo costruirete con le vostre mani, con la vostra intelligenza, con la vostra fede. La Chiesa vuole esservi accanto. Non abbiamo ricette pronte, ma una certezza: senza di voi, la nostra casa diventa più povera. Vi chiedo di essere audaci. Di non rinchiudervi nella paura, ma di impegnarvi con fiducia nella costruzione della nostra città.

Le nostre parrocchie siano luoghi dove i giovani si sentono a casa. Non solo come destinatari di attività, ma come protagonisti. Dove possono esprimere i loro talenti, dove le loro domande non vengono giudicate ma accolte, dove possono innamorarsi di Cristo e della sua Chiesa.

La Vergine Santissima, che era poco più di una ragazza quando ha detto il suo “sì”, cammini con voi e vi insegni il coraggio di rispondere “eccomi”.

7. I nostri sacerdoti: punto di riferimento per la comunità

Penso, ora, con gratitudine, ai nostri sacerdoti. Sono coloro che, giorno dopo giorno, stanno in mezzo alla gente, per condividere le fatiche e le speranze delle nostre comunità, spezzare la Parola e il Pane della vita.

I nostri parroci sono in prima linea. In questo tempo complesso, segnato da smarrimento e sfiducia, il loro compito è più che mai delicato e prezioso. Portano sulle spalle il peso della cura pastorale, cercando di tenere insieme sensibilità diverse, di ascoltare il dolore di ciascuno senza alimentare divisioni, di diventare segno di unità in contesti spesso frammentati.

Ai nostri sacerdoti chiedo di essere, per le comunità, un punto di riferimento saldo e positivo. Non semplicemente coloro che amministrano i sacramenti – che pure è compito essenziale – ma uomini capaci di ascoltare, di incoraggiare, di ricucire. La vostra parola, in un tempo di parole consumate e spesso velenose, assuma il tono di una parola di fiducia e di speranza. La vostra presenza sia presenza che unisce e che accoglie.

So bene che la solitudine, la stanchezza e talvolta l’incomprensione sono pesi reali. Eppure tanti di voi continuano a spendersi senza risparmio, con pazienza e generosità. A tutti va il mio grazie più sincero e quello di tutta la Diocesi: per la fedeltà con cui accompagnate le comunità, per il coraggio con cui, anche nelle situazioni più difficili, continuate a essere presenza di Chiesa.

8. La vita religiosa: sentinelle dell’alba

Esiste un’altra presenza silenziosa che attraversa tutta la nostra Diocesi, spesso nascosta ma essenziale: quella dei religiosi e delle religiose. Essi sono le sentinelle dell’alba e della notte (cf. Is 21,11–12).

Con la loro vita di preghiera e di consacrazione ci ricordano ogni giorno che esiste un «cielo nuovo». In un tempo in cui tutto sembra ridursi all’orizzonte chiuso della politica, della sopravvivenza e della paura, essi alzano lo sguardo e ci ricordano che senza Dio ogni costruzione umana prima o poi crolla. Come ricordava san Giovanni Paolo II, la loro è una testimonianza profetica del primato di Dio e dei beni futuri, che nasce dalla sequela di Cristo e dall’amore per i fratelli e le sorelle6.

Penso in modo particolare ai nostri monasteri e alle comunità di clausura, a quanti vivono e operano nelle periferie delle città, e a coloro che servono nelle scuole, negli ospedali, nelle parrocchie e nelle case di accoglienza. Spesso la loro presenza è discreta e poco visibile, ma è essenziale. Nel silenzio della preghiera e nella fedeltà del servizio quotidiano, essi testimoniano che la vita cristiana non si misura sull’efficienza o sulla visibilità, ma sulla fedeltà e sull’amore. In una terra segnata dalle divisioni, con la loro presenza costruiscono modelli di convivenza possibile, al di là delle appartenenze.

Penso con particolare gratitudine a chi, in questi mesi di guerra, ha condiviso fino in fondo la sorte della gente. Religiosi e religiose che hanno vissuto con la popolazione la fame, la paura, i bombardamenti. Quando tutto sembrava crollare, la loro presenza è diventata un segno potente: Dio non abbandona il suo popolo. Quando la morte sembrava prevalere, essi hanno continuato a pregare, a servire, a restare accanto a tutti.

Una parola di ringraziamento va anche ai volontari cristiani che, nonostante la guerra, continuano a venire in Terra Santa per servire nelle scuole, nelle parrocchie e nelle situazioni di povertà. A tutti i religiosi e le religiose della nostra Diocesi va il mio grazie più sincero: con la vostra fedeltà silenziosa siete esperti di comunione e costruttori di unità. Non fate rumore, ma costruite; non cercate visibilità, ma seminate il bene. La vostra presenza è una profezia viva in Terra Santa.

9. Dialogo ecumenico

Nella nostra Diocesi le famiglie cristiane sono ormai quasi tutte miste. I nostri figli vanno a scuola insieme, studiano sugli stessi libri, condividono lo stesso futuro. La vita quotidiana supera in maniera molto naturale le distinzioni confessionali rigide, mostrando una capacità di fraternità interconfessionale che siamo chiamati a custodire. In Terra Santa il dialogo ecumenico – o meglio, la relazione concreta tra le diverse Chiese cristiane – non è un’opzione né un esercizio riservato agli specialisti: è una realtà pastorale quotidiana e una dimensione costitutiva della vita della nostra Chiesa.

Nessun parroco può accompagnare la propria comunità senza tenere conto delle altre comunità cristiane che vivono nello stesso territorio. La nostra missione si svolge inevitabilmente dentro una trama di relazioni, che richiede rispetto, coordinamento e un sincero desiderio di comunione.

Una delle difficoltà più sentite riguarda la differenza dei calendari liturgici, in particolare per la Pasqua. In alcune zone della Diocesi può accadere che, nello stesso periodo, una comunità celebri la Risurrezione mentre un’altra inizi la Quaresima. È una situazione dolorosa, soprattutto per le famiglie, che da tempo interroga la coscienza della Chiesa. Si è discusso parecchio su come risolvere questa situazione, e a volte si oscilla o nell’assumere tutti il calendario gregoriano oppure quello giuliano, a seconda dei periodi. La verità è che una soluzione ancora non esiste. Qualunque scelta si faccia, non potrà rispondere a tutte le diverse e variegate esigenze della nostra Chiesa. Per questo siamo chiamati a vivere questa fatica con spirito di pazienza, favorendo la partecipazione reciproca e la condivisione fraterna, continuando a pregare e a sperare in un cammino che non potrà nascere da decisioni astratte, ma da una maturazione condivisa.

A Gerusalemme il peso delle divisioni tra le Chiese nel mondo si manifesta in modo particolarmente concreto, nella carne stessa delle nostre comunità. La nostra vocazione non è solo quella di essere strumento di guarigione per la città e per i popoli, ma anche di portare nella vita quotidiana questa croce della Chiesa universale, che qui ha il suo cuore. Non è escluso che, se un giorno riuscissimo a compiere passi significativi in questo ambito, anche l’intera Chiesa universale ne potrebbe trarre beneficio.

Le relazioni tra le Chiese si vivono ordinariamente all’insegna della correttezza e del rispetto reciproco, sia a livello di autorità sia nella vita parrocchiale. È un segno di maturità che va custodito. Dobbiamo tuttavia riconoscere che, negli ultimi tempi, alcune posizioni si sono irrigidite e che in alcune aree emergono incomprensioni e tensioni, talvolta dolorose. In queste situazioni la tentazione è rispondere innalzando nuove barriere e adottando lo stesso linguaggio dell’altro. Senza ingenuità, siamo chiamati a rimanere fedeli allo stile dell’accoglienza e della mitezza, custodendo uno sguardo aperto e disponibile, senza per questo smarrire la nostra identità, la nostra storia e rimanendo fedeli alla nostra vocazione.

Per questo è importante favorire occasioni concrete di conoscenza reciproca: scambi tra parrocchie di diverse confessioni, incontri tra sacerdoti e tra responsabili della pastorale giovanile. Solo conoscendosi davvero si superano i pregiudizi e l’ignoranza.

In secondo luogo, la realtà ci chiede di parlare con una voce sola. Non solo sui temi sociali e politici, cosa che già facciamo. Ma anche sui temi etici fondamentali, come la difesa della vita, l’uguaglianza fra i popoli, il rispetto della dignità umana, le disuguaglianze sociali e i diritti dei poveri, e i vari altri temi che concernono la vita di ogni uomo e di ogni donna.

Nel nostro cuore, il nostro intento deve rimanere aperto all’universalità, accogliente e tendente all’unità. Senza ingenuità, ma anche senza essere rinunciatari. Perché la prima fatica del nostro ministero, e la prima testimonianza, è l’unità tra noi.

10. Il dialogo interreligioso: non un’isola ma una città

Lo abbiamo riconosciuto: il dialogo interreligioso oggi è in difficoltà. Cristiani, ebrei e musulmani faticano a incontrarsi. La diffidenza ha scavato solchi profondi e molti si chiedono se abbia ancora senso insistere su questa strada.

Eppure, proprio in questo tempo così difficile, il dialogo non è un capriccio di pochi, né un’opzione tra le altre: è una necessità vitale. I nostri destini sono intrecciati. Non possiamo costruire il futuro da soli, né immaginare una convivenza che prescinda dall’altro. Per noi cristiani, come abbiamo visto, il dialogo non è una semplice strategia pastorale, ma parte integrante della nostra vocazione e del nostro destino, la forma stessa del nostro essere Chiesa.

È necessario però compiere un passaggio: dal dialogo delle élite al dialogo della vita. Gli incontri tra specialisti e le dichiarazioni ufficiali sono importanti, ma non sufficienti. Il dialogo deve scendere nelle nostre parrocchie, nei quartieri, nelle relazioni quotidiane. Occorre imparare a parlare con l’altro, non solo dell’altro; ad ascoltare davvero la sua storia, la sua sofferenza, le sue paure. Solo così si esce dalla logica che riconosce valore esclusivamente alla propria tribolazione.

Le scuole rappresentano un luogo privilegiato di questo dialogo vissuto. Le nostre aule sono già, di fatto, laboratori di convivenza. Qui è possibile educare i giovani non solo alla conoscenza delle religioni, ma all’arte dell’incontro, aiutandoli a sviluppare uno sguardo critico capace di resistere alla narrazione unica dell’odio.

Anche le opere sociali – ospedali, Caritas, centri di ascolto – sono luoghi in cui il dialogo avviene quotidianamente, spesso in silenzio, attraverso il servizio comune ai poveri e ai malati. È qui che la “guarigione delle nazioni”, di cui parla l’Apocalisse, è già in atto, senza clamore e senza condizioni.

E poi il perdono. Lo so, è una parola difficile in questo momento. Ma siamo cristiani, e Gesù è l’indiscusso maestro del perdono. Perdono non significa dimenticare, né giustificare il male. Significa rompere la catena dell’odio, e testimoniare questa possibilità, anche quando sembra impossibile. So che tutto questo può sembrare ingenuo. Ma è la nostra missione. Il cammino è in salita, ne sono consapevole. Ma non chiudiamoci. Il nostro compito rimane essere sale e luce, costruire occasioni di fiducia, anche quando le parole sembrano non bastare.

11. Contro la cultura di violenza

Abbiamo visto che nella nuova Gerusalemme non entra chi ama e pratica la menzogna e la violenza. Il nostro rifiuto della violenza deve diventare totale e visibile. Lo abbiamo detto tante volte, ma non basta: dobbiamo viverlo, non solo nei fatti, ma anche nelle parole. Viviamo come immersi in un mare di parole violente, che si sono trasformate in linguaggio comune. E anche noi cristiani rischiamo di cadere in questa trappola.

Che fare? Innanzitutto, operiamo un esame di coscienza sul nostro linguaggio. Nelle omelie, nella catechesi, in famiglia: impariamo a chiamare le cose con il loro nome senza mai ridurre l’altro a nemico. In qualsiasi circostanza, l’altro resta sempre una persona da rispettare.

Nelle famiglie, educhiamo i figli a non usare parole di odio, a non condividere notizie false, a distinguere tra critica legittima e insulto. Nei nostri media, siamo esemplari: offriamo noi informazione che cerca verità e favorisce comprensione, non scontro.

Ci sentiamo impotenti di fronte alla legge del più forte. Ma l’Apocalisse ci ricorda che la forza di Dio è quella dell’Agnello: mitezza che non si arrende, amore che non si piega all’odio, perdono che disarma il nemico. Sia questa la nostra “politica”. Ce lo ricorda molto bene Papa Leone XIV, nel suo primo messaggio di pace: “Il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura” [7].

Rifiutiamo ogni complicità con la cultura della violenza. La nostra fedeltà è all’Agnello, non a logiche di potere. Da qualsiasi parte provenga, qualunque volto assuma: mai la violenza è via evangelica.

12. La fiducia: controcorrente ma necessaria

Nella prima parte di questa Lettera abbiamo parlato di scetticismo. È un sentimento diffuso nelle nostre comunità: scetticismo verso le istituzioni, la politica, le parole, e talvolta persino verso il futuro. Dobbiamo però riconoscere che lo scetticismo, quando diventa atteggiamento permanente, finisce per paralizzare. A questo scetticismo siamo chiamati a rispondere con la fiducia.

Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di un atteggiamento che ignora la durezza della realtà. La fiducia cristiana nasce dalla fede ed è una scelta controcorrente. È la certezza che Dio non ha abbandonato la storia al caos e rimane vicino a chi soffre, a chi è perseguitato, a chi è scartato. È la convinzione che una vita spesa e donata per amore non è mai perduta.

Pensiamo ad Abramo e Sara. Umanamente non esisteva più prospettiva per loro. Eppure Dio li visitò e affidò loro una promessa. La fiducia nasce sempre da una visita di Dio. Per questo dobbiamo pregare perché il Signore visiti ancora le nostre comunità, le nostre famiglie, i nostri cuori. Solo così può nascere una speranza che non delude.

Nel concreto, questa fiducia ci spinge a sostenere e rendere visibili tutte le iniziative, le persone e le realtà che, sul nostro territorio, continuano a credere nell’altro e a promuovere l’arte dell’incontro. Ma non basta aderire a ciò che altri fanno: siamo chiamati a diventare noi stessi promotori di questo stile di presenza, assumendo in prima persona il coraggio dell’unità.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di gesti insignificanti, perché “qui non cambierà mai nulla”. Ma anche se così fosse, noi non possiamo rinunciare a fare la differenza. Vogliamo essere quella piccola, talvolta scomoda, presenza che non si lascia guidare dalle narrative dell’odio, ma che con mitezza e determinazione afferma la propria: i cristiani non odiano. Questa è la nostra testimonianza, ed è già una profezia.

13. L’accoglienza: il respiro dell’amore

Bisogna fare i conti con il pericolo latente che attraversa ogni comunità, specialmente quando è piccola come la nostra: quella di chiudersi, di diventare una roccaforte. La tentazione è quella di proteggere ciò che resta, difendere i confini, preservare l’identità – atteggiamento comprensibile, certo, ma che non è cristiano. L’amore che Gesù ci insegna non conosce confini. Quando gli chiesero quale fosse il comandamento più grande, Egli unì indissolubilmente amore per Dio e amore per il prossimo. E il prossimo, nella sua parabola, è un samaritano – uno straniero, uno diverso, uno con cui non si parlava. Gerusalemme – lo abbiamo visto – ha sempre le porte aperte e sussiste nella misura in cui sa accogliere.

Accoglienza non significa solo aprire le porte a chi viene da fuori – i migranti, i profughi, i pellegrini, i poveri di altre fedi – ma anche accogliersi tra di noi, al di là delle appartenenze che ci dividono. Nella nostra stessa diocesi abbiamo cattolici di rito latino e orientale, di espressione araba ed ebraica, provenienti da culture e nazioni diverse: filippini, indiani, asiatici di varie altre nazioni, latinoamericani, africani, europei. Tutti noi siamo una sola famiglia, non un arcipelago di isole.

Accoglienza significa guardare all’altro – qualsiasi altro – non come a un estraneo da tollerare, ma come un dono. Significa lasciarsi interrogare dalla sua diversità, lasciarsi arricchire. Significa uscire dalla logica del “noi” e “loro” per entrare in quella dell’unico “noi” che include.

So bene che tutto questo, nella situazione in cui siamo immersi, non è facile. La paura è tanta. L’identità sembra fragile. Ma la coscienza cristiana non è una fortezza da difendere, è una sorgente che scorre. Una sorgente chiusa si impantana. Solo l’acqua che scorre rimane viva e porta vita, come il fiume che sgorga dal cuore dell’Agnello.

Le nostre comunità siano luoghi dove chiunque – di qualsiasi provenienza, lingua, cultura, fede – possa sentirsi accolto, ascoltato, amato. Non per perdere la nostra identità, ma per viverla nella sua forma più vera: quella dell’amore che non esclude.

Conclusione: Tornare a Gerusalemme

Siamo arrivati alla fine di questa lunga Lettera. Forse qualcuno di voi, giunto a questo punto, si sentirà stanco o perplesso: tanti temi, tante prove, tante indicazioni. Il rischio è sentirsi sopraffatti, pensare: “come possiamo fare tutto questo?”

La risposta è semplice: non possiamo. Da soli non possiamo. Ma non siamo soli.

Infatti, Gesù Cristo ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È vero, ne siamo testimoni: anche in questo tempo lo abbiamo sperimentato. Per questo vi invitiamo a «non disertare le vostre riunioni» (cf. Eb 10,25). Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali. L’ispirazione dello Spirito Santo è accessibile nella nostra vita quotidiana, attraverso le Scritture, la preghiera personale, l’incontro con gli altri, il servizio ai poveri. Anche se abbiamo la tentazione di tirarci indietro dinanzi alle sofferenze e alla malvagità che ci attornia, è andando verso l’altro che troviamo Cristo e la sua consolazione.

Abbiamo parlato di dialogo ecumenico e interreligioso, di rifiuto della violenza, di preghiera, di scuole, di famiglie, di opere sociali, di vita religiosa, di anziani, di fiducia, di accoglienza. Abbiamo delineato una visione: quella della Gerusalemme celeste, città dalle porte sempre aperte, illuminata dallo splendore dell’Agnello, le cui foglie redimono le nazioni.

Ora tutto questo deve continuare a prendere forma. Non tutto in una volta, né con eroismi impossibili, ma un passo alla volta: nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro e di incontro, e con i nostri amici. Rileggendo queste pagine con calma, condividendole e discutendole nei diversi contesti ecclesiali e pastorali, senza fretta e poco alla volta, esse possono diventare un aiuto concreto per comprendere meglio la nostra missione in Terra Santa.

Perché alla fine, ciò che ci sostiene non è la nostra forza, ma la gioia del Vangelo. Una gioia che non dipende dalle circostanze, che non viene meno anche quando tutto sembra avvolto dall’oscurità. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è con noi, che non ci abbandona, che cammina accanto a noi anche nelle notti più buie, perché è Risorto. Ed è vivo in mezzo a noi.

Il Vangelo di Luca si chiude con un’immagine bellissima: dopo l’ascensione di Gesù, i discepoli «tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,52). Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia.

Anche noi desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana – le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano – con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio.

Torniamo a Gerusalemme con gioia. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città, e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita.

Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa, Patrona della nostra diocesi, ci accompagni in questo cammino.

Che la benedizione di Dio Onnipotente e Padre di misericordia scenda su ciascuno di voi.

 

Gerusalemme, 25 aprile 2026

S. Marco Evangelista

+ Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


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