Trentino Alto Adige/Suedtirol

Il 95% delle navi da trasporto utilizza ancora combustibili convenzionali


(ANSA) – CERNOBBIO, 05 SET – Il trasporto marittimo rappresenta il 14% delle emissioni dei trasporti nell’UE-27 e il 7% in Italia, ma oltre il 95% della flotta europea e italiana utilizza ancora combustibili convenzionali. Lo afferma il Rapporto strategico realizzato da Teha Group in collaborazione con Edison e NextChem, secondo il quale “la decarbonizzazione non è più solo un obbligo ambientale, ma un fattore di competitività, perché regolazione, costo della CO₂, disponibilità di infrastrutture e volatilità dei fuel stanno ridefinendo gli economics del settore e l’attrattività dei porti”.
Secondo lo studio, i porti sono lo snodo centrale della transizione: in Europa, la decarbonizzazione è il driver di investimento che ha registrato la maggiore crescita di rilevanza negli ultimi cinque anni. La capacità di offrire infrastrutture e fuel alternativi a condizioni competitive sarà sempre più determinante per attrarre e preservare i traffici. L’Italia parte da fondamentali marittimi distintivi, ma deve accelerare la trasformazione energetica dei propri porti per preservarne la competitività.
La transizione è già iniziata: i fuel alternativi rappresentano il 51% del tonnellaggio navale oggi ordinato a livello globale. Il percorso – si legge nel Rapporto – sarà necessariamente graduale e multi-fuel, con un ruolo rilevante nel breve-medio periodo delle soluzioni più mature, tra cui GNL, bio-GNL un interesse crescente nel bio-metanolo, e una futura penetrazione di idrogeno e ammoniaca verdi e nel lungo periodo degli e-fuel.
Per sviluppare le infrastrutture portuali e le filiere energetiche e industriali a monte necessarie alla transizione sono richiesti 36 miliardi di euro di investimenti al 2050 nello scenario Teha ‘Industry driven’. La trasformazione del fuel mix consentirebbe, nello stesso scenario, una riduzione delle emissioni del 54% al 2050.
I 36 miliardi di euro di investimenti potrebbero attivare 105 miliardi di euro di valore della produzione e generare 45 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a 1,24 volte l’investimento iniziale. Oltre la metà del valore aggiunto generato (51,4%) ricadrebbe nel Mezzogiorno. Lo studio spiega che “trasformare questo potenziale in un vantaggio competitivo richiede una visione industriale di lungo periodo e una roadmap coordinata per il sistema-Paese. Senza gli investimenti necessari, l’Italia rischia di perdere circa 80 miliardi di euro di valore aggiunto al 2050”. (ANSA).


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