Cultura

Ian Sweet – Shiverstruck | Indie For Bunnies

Jilian Medford, titolare del progetto Ian Sweet, arriva al capitolo numero cinque della sua carriera, uscito dopo nemmeno tre anni dal precedente lavoro, “Sucker“.

Credit: Wrenne Evans

Stando alla press-release “Shiverstruck” nasce dalle pressioni del mondo dell’industria musicale, la fine di una relazione durata tre anni e il ritorno a vivere nella sua città natale, Los Angeles.

Scritto mentre viveva a NYC, il disco ha visto la Medford impegnarsi a fondo nel songwriting senza risparmiare tempo ed energie per fare in modo che “fosse la riflessione più sincera di chi sono e di dove sono arrivata adesso nella mia vita“.

Ian Sweet si è poi trasferita ai Maze Studios di Atlanta insieme al noto produttore Ben H. Allen III (Deerhunter, Animal Collective, Soccer Mommy) con buona parte del lavoro fatto: lì si sono aggiunti il batterista Harold Brown e l’ingegnere Ben Etter, che li hanno aiutati a completare le dieci tracce che compongono “Shiverstruck”.

“987″ è la canzone più intima non solo di questo album, ma probabilmente, secondo la nostra memoria, anche di tutta la carriera della Medford fino a oggi: chitarra appena arpeggiata, alcuni deliziosi archi e una delicatezza così bella e gentile che emoziona sin dai primi secondi.

Già diversa, invece, la successiva “Criminal Kissing” che, pur mantenendo una certa dolcezza, trova una morbidezza indie-pop melodicamente deliziosa, costruita con chitarra, synth e batteria, che ci fa tornare in mente Beabadoobee, per fare un paragone contemporaneo. Il coro è praticamente perfetto e vincente alle nostre orecchie.

“Jilian”, un’altra traccia personale e uno dei singoli che hanno anticipato l’uscita del disco, è una traccia elegante e soft, ma allo stesso non nasconde la grande emotività della Medford.

La title-track “Shiverstruck”, invece, torna a un clima più riflessivo e malinconico, con chitarra acustica, organo e batteria, mettendo in luce i sentimenti; “Speed Demon” poi chiude il disco sempre in maniera tranquilla, ma allo stesso tempo trova un interessante uso delle percussioni e, nella sua parte finale, cresce con synth belli e rigogliosi.

Davvero un bel disco indie-pop con tonalità variegate, spunti da non sottovalutare e, come dicevamo all’inizio della nostra breve analisi, voglia di intimità e di riflessione da parte della Medford: un lavoro che vale la pena ascoltare e custodire nel proprio cuore.


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