I precari sardi del Consiglio nazionale delle Ricerche chiedono stabilità: protesta con flash mob
Sassari
In contemporanea al resto d’Italia
Anche la Sardegna ha preso parte oggi, 8 luglio, alla mobilitazione promossa dai Precari Uniti del Consiglio nazionale delle Ricerche per richiamare l’attenzione sulla condizione del personale precario della ricerca pubblica.
Nell’Isola sarebbero circa una trentina i ricercatori coinvolti, di cui alcuni dell’Oristanese, mentre a livello nazionale il fenomeno interessa oltre 3 mila lavoratrici e lavoratori, pari a circa un terzo dell’organico complessivo dell’ente.
In Sardegna il flash mob si è svolto a Sassari, in contemporanea con altre città che ospitano le sedi del Cnr italiane con l’obiettivo di denunciare una situazione che, secondo il movimento, mette a rischio non solo il futuro occupazionale di migliaia di professionisti ma anche la continuità dei progetti scientifici e la capacità del sistema pubblico della ricerca di trattenere competenze altamente qualificate.

Il flash mob dei precari
I Precari Uniti sottolineano come molti ricercatori abbiano già concluso il proprio contratto o siano prossimi alla scadenza senza prospettive certe di stabilizzazione. Positivo, secondo il movimento, l’avvio delle procedure previste dalla cosiddetta Legge Madia, ma i numeri restano lontani dalle aspettative: le stabilizzazioni hanno riguardato finora 185 lavoratori sui 691 aventi diritto.
Tra i precari figurano ricercatori con anni di esperienza maturata all’interno del Cnr, delle università e degli enti di ricerca italiani, oltre a studiosi rientrati dall’estero grazie ai finanziamenti del Pnrr e oggi nuovamente alle prese con l’incertezza lavorativa.
Per rappresentare simbolicamente la situazione, durante la mobilitazione sono stati esposti manichini e fantocci raffiguranti ricercatrici e ricercatori precari, insieme a cartelli e installazioni dedicate al tema della precarietà nella ricerca italiana e alla conclusione dei finanziamenti straordinari del PNRR senza adeguate garanzie di continuità.
“Quando un ricercatore lascia il sistema non si perde soltanto un posto di lavoro, ma anche un patrimonio di competenze, esperienza e investimenti pubblici costruiti negli anni”, spiegano i promotori dell’iniziativa, che chiedono un piano stabile di reclutamento e la valorizzazione del personale già formato.
Mercoledì, 8 giugno 2026
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