I migranti in Italia
A sfogliare il volume c’è il rischio che ti si apra un mondo, ti si spalanchino gli occhi e cominci a capire il mondo in cui viviamo. L’immigrazione è un tema dove abbondano preconcetti e slogan, dove è difficile avere sguardi ampi, che travalichino la piazza che ogni sera si attraversa con paura quando è buio. Non si tratta qui di numeri e percentuali, ma di persone per lo più fragili, che facciamo fatica a volte persino a incontrare.
Il volume di cui parlo è la trentacinquesima edizione del Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes 2026, un testo di 360 pagine, curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, che raccoglie il contributo di 32 autrici e autori. Presentato a Roma il 19 ottobre 2026 presso la Pontificia Università Urbaniana col titolo «Confini e frontiere», il Rapporto è frutto di un lavoro immane.
Vi trova spazio una vasta indagine, che ha coinvolto circa 400 uffici Caritas e Migrantes sparsi in Italia, volta a capire le ragioni che spingono gli immigrati a voler restare nel nostro paese. È un desiderio espresso dal 67,4% degli intervistati: dicono di aver sperimentato supporto, vicinanza e amicizia nella società e nell’associazionismo civile ed ecclesiale.
Una indagine diversa, promossa da Caritas Italiana, ha verificato l’opacità delle procedure di ingresso connesse al Decreto Flussi, che possono nascondere indebitamento, dipendenza e irregolarità. Il Decreto stabilisce ogni anno le quote di stranieri non comunitari ammessi in Italia per motivi di lavoro subordinato e autonomo. La complessità delle procedure e il numero basso delle persone ammesse sono problemi più volte denunciati, oltre all’alta probabilità di truffe a cui il Decreto è soggetto.
Per il prossimo anno 2027 sono ammessi in Italia, per motivi di lavoro subordinato, anche stagionale, e di lavoro autonomo, complessivamente 165.850 cittadini non comunitari, così ripartiti: 76.200 per lavoro subordinato non stagionale, di cui n. 14.000 destinati al settore dell’assistenza familiare; 89.000 ingressi per lavoro subordinato stagionale nei settori agricolo e turistico; 650 ingressi per lavoro autonomo.
A queste indagini si aggiunge una ricerca della Fondazione Migrantes sulle pratiche partecipative e di cittadinanza dei giovani di origine straniera e infine un’altra sulle comunità degli immigrati cattolici. Per la prima volta si sono censiti sacerdoti, religiosi e religiose con cittadinanza non italiana che vivono e supportano le loro comunità di fede.
A concludere il lavoro un elenco, importantissimo, di dieci impegni urgenti che la Caritas Italiana e Fondazione Migrantes chiedono alla politica di assumersi «per orientare politiche verso un’inclusione effettiva e una piena cittadinanza sociale». Il quadro che ci viene presentato ha aspetti interessanti.
È raddoppiato rispetto al 1990 il numero di migranti nel mondo, ora a quota 304 milioni. In Europa i migranti sono circa 59 milioni, distribuiti prevalentemente in Germania (17,2 milioni), Francia (9,6 milioni) e Spagna (9,5 milioni). In Italia al 1° gennaio 2026 risultano 5.559.527 cittadini stranieri residenti, il 9,4% della popolazione. L’aumento annuo è di circa 188.000 persone, mentre gli italiani diminuiscono ogni anno di circa 189.000 unità. La presenza di stranieri residenti ci è quindi indispensabile, perché «contribuisce alla tenuta demografica e alla forza lavoro, ma la stabilizzazione non è automatica».
Abbiamo noi bisogno di loro, ma a rischiare di diventare schiavi sono loro. Non solo sono concentrati nei lavori meno qualificati (il 29% contro l’8% degli italiani), pur crescendo più degli italiani nell’occupazione (+3,6% per i non comunitari e + 0,5% per gli italiani), ma hanno anche, molto più spesso degli italiani, titoli di studio e qualifiche al di sopra di quanto necessario alle loro mansioni (il 40% di quelli assistiti dalla Caritas possiede almeno un diploma di scuola superiore) e un divario retributivo rispetto agli italiani del 10,6%, con punte del 19% nelle grandi imprese. Oltre l’80% di loro guadagna meno di 25.000 euro annui, ma secondo la stima della Fondazione Leone Moressa, nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri avrebbero generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil italiano. «Lavoro nero e grigio, formalità contrattuali minime, retribuzioni minime e discontinuità» li rendono soggetti deboli, a cui non vengono spesso riconosciuti i loro diritti: «danno molto al paese, ma ricevono poco».
È assurdo, quindi, che facciamo di tutto per non farli arrivare. Non sono solo frequenti le truffe connesse al Decreto Flussi (dopo ingressi formalmente regolari si può scoprire all’arrivo che il lavoro promesso non esiste affatto), ma sono addirittura in aumento del 25% le vittime di tratta a livello globale. Abbiamo lunga esperienza di accoglienza di migranti, ormai strutturale, ma continuiamo a non farli arrivare in modo sicuro e una volta entrati li abbandoniamo, lasciandoli privi di quelle opportunità e di quei diritti che pur sulla carta sono a loro riconosciuti.
È infine, per l’esteso uso nei loro confronti della detenzione preventiva e per il minore accesso alle misure alternative, gli stranieri sono numerosi nelle carceri italiane, costituendo il 31,7% della popolazione.
Anche il Dossier Statistico Immigrazione 2026 del Centro studi e ricerche Idos, presentato a Roma il 27 ottobre scorso, è un ottimo strumento di conoscenza e di riflessione. Nel loro volume salta agli occhi il costante aumento di bisogni umanitari nel mondo a fronte di una drastica riduzione delle risorse globali impiegate. L’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps) erogato dai Paesi aderenti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) è crollato di quasi 50 miliardi di dollari in due anni, passando dai 223,9 miliardi del 2023 ai 174,3 miliardi del 2025. L’Italia ha stanziato per l’Aps 6,5 miliardi di euro, ovvero lo 0,3% del Reddito nazionale lordo, una quota ancora lontana dallo 0,7% fissato come obiettivo internazionale.
Anche secondo l’Idos il modello del Decreto Flussi è del tutto fallimentare. A ogni passaggio della procedura si perdono infatti possibili ingressi di lavoratori regolari. Nel 2024, a fronte di quasi 721.000 domande di assunzione e 147.000 quote decretate nell’anno, sono stati rilasciati solo 72.704 nulla osta e 35.287 visti, mentre le richieste di permesso di soggiorno si sono fermate a 24.858: solo 17 persone su 100 risultano avere alla fine un lavoro e un titolo di soggiorno regolare (16,9%). Insieme alle possibilità di ingresso sul territorio, si restringono per di più i canali di riconoscimento della protezione. Nel 2025 l’Italia ha registrato 135.485 domande di asilo (-14,6% sul 2024), di cui 6.820 erano reiterate.
Mi viene da pensare che i posti lavorativi vengano comunque colmati, ma da coloro che riescono a entrare da irregolari. L’invisibilità giuridica li mette davanti alla scelta, per sopravvivere, tra il delinquere e il lasciarsi sfruttare.
I 10 impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione
Sarebbe il caso di trarne, una volta per tutte, le conseguenze. Al di là delle tante idee che dovremmo ciascuno modificare, la Caritas italiana e Fondazione Migrantes ci aiutano soprattutto a fissare gli obiettivi a cui tendere e a discernere i passaggi da compiere con i Dieci impegni urgenti per una politica migratoria fondata su legalità, integrazione e partecipazione, rivolti sia agli eletti sia agli elettori:
«1. Rafforzare le vie legali e sicure di ingresso»;
«2. Prevedere un permesso di soggiorno “per radicamento sociale”». Si chiede qui un percorso di regolarizzazione per le persone che dimostrino un radicamento nel territorio, valutando la durata della presenza, i legami familiari, la conoscenza della lingua e l’inserimento sociale e lavorativo;
«3. Promuovere riconoscimento delle qualifiche, formazione continua e avanzamento professionale». A questo è necessario aggiungere il contrasto alle gravi situazioni di lavoro irregolare e sfruttamento lavorativo, che coinvolgono settori cruciali dell’economia italiana;
«4. Finanziare adeguatamente il Fondo nazionale per le politiche migratorie», ovvero garantire risorse stabili affinché l’integrazione sia una politica pubblica.
«5. Tutelare i minori stranieri e riconoscere il ruolo delle nuove generazioni». Per Caritas e Migrantes è fondamentale giungere a una riforma della cittadinanza che valorizzi il percorso di chi ha costruito in Italia la propria esperienza di vita;
«6. Ripensare il sistema di welfare», perché ora i cittadini stranieri ne sono pressoché esclusi;
«7. Puntare su una strategia nazionale contro razzismo e discriminazioni»;
«8. Valorizzare il protagonismo delle comunità migranti nella vita sociale e civile». Le politiche di integrazione risultano infatti più efficaci quando le persone migranti non sono considerate semplici destinatarie di servizi, ma soggetti attivi capaci di contribuire con competenze, relazioni, culture e progettualità al bene comune;
«9. Sostenere il contributo delle comunità religiose dei migranti alla coesione sociale». Le comunità di fede di origine straniera rappresentano, secondo Caritas e Migrantes, una risorsa per l’integrazione e un’opportunità di arricchimento reciproco per l’intera società;
«10. Fondare le politiche migratorie su dati, valutazione e responsabilità».
L’auspicio finale di Caritas e Migrantes è che il dibattito sull’immigrazione sia sottratto «alla logica dell’emergenza e della contrapposizione e ricondotto a evidenze, risultati e responsabilità istituzionale per alimentare anche una comunicazione basata su dati di realtà». È questo, io spero, l’auspicio di tutti.
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