Calabria

I Florio prima dei Florio, “L’alba dei leoni” in Calabria

Le storie lo sanno, quando sono pronte a essere raccontate, a uscire dal ripostiglio della mente in cui stanno chiuse per affrontare il flusso della narrazione, lo sanno quando il coraggio necessario per scriverle diventa una sfida. E «una sfida affascinante» è stato scrivere «L’alba dei leoni. La saga dei Florio» per Stefania Auci, la scrittrice trapanese che con «I leoni di Sicilia» (2019) e con «L’inverno dei leoni» (2021, Premio Bancarella 2022), i romanzi che raccontano la saga della famiglia Florio, ha appassionato tantissimi lettori e lettrici, italiani e stranieri, e conquistato telespettatori e telespettatrici con la serie trasmessa in tv nel 2023.
Arrivati nel 1799 a Palermo da Bagnara Calabra, i Florio, con un destino tutto da inventare, erano diventati imprenditori che sarebbero riusciti a cambiare il loro status sociale e dare vita a un grande impero economico. Ma com’erano stati prima di Palermo? Quale la loro vita? Era stato il devastante terremoto del 1783 a spingerli a lasciare Bagnara e affrontare il mare e nuove realtà? O c’era comunque la brama di crescere e quindi uscire dal borgo?
Un prequel di questa affascinante saga era necessario e perciò Stefania Auci ha deciso di andare alle origini della famiglia e di seguirla, cronologicamente, dal 15 ottobre 1772 al 23 maggio del 1799: «Una sfida, anche perché – scrive l’autrice nella nota in calce al romanzo – reperire fonti settecentesche è praticamente impossibile, dato che il borgo marinaro di Bagnara è stato tartassato dalla sorte e dai terremoti» e dalle enormi difficoltà che la Calabria del tempo viveva, marginalizzata da crisi, disastri e strategie politiche, benché con il suo territorio vasto, complesso e ricco di potenzialità fosse, sin dal tempo dell’arrivo dei Normanni, al centro degli interessi di dominatori e governanti.
Ma gli eventi di quella seconda metà di un travagliato Settecento borbonico, nel Mezzogiorno d’Italia, segnato da calamità naturali, riforme e rivoluzioni, guerre intestine e brigantaggio, non cambiano la vita di una famiglia semplice come i Florio in una Bagnara immobile, stretta tra mare e montagna, abitata da esistenze minime, impegnate a seguire il flusso del tempo con giornate scandite dalla fatica per provvedere alla famiglia e affrontare miseria e malanni. E quelle esistenze la Auci racconta, ricostruendo usi e abitudini, nello scorrere del quotidiano che asseconda la corrente: sfumata sullo sfondo la grande storia, incombente come una minaccia il castello dei feudatari Ruffo, simbolo manzoniano del potere. Intanto tra case e casupole, tra marinai, mastri e contadini, la giornata arranca, e le domande sull’amore, sulla vita e sulla morte non vengono neppure pronunciate, forse solo pensate, per quel fatalismo atavico proprio della gente del Meridione.
Come per la famiglia patriarcale del mastro forgiaro Vincenzo Florio, orgoglioso tuttavia del nome, della parola data e dell’onestà. Ecco perché quando nell’ottobre del 1772 – in tale data si apre il sipario narrativo – sparisce Francesco, il giovane figlio ribelle alla regola di famiglia che lo vorrebbe a lavorare nella forgia del padre, i Florio, se temono per la sorte del ragazzo, paventano pure una fuga di libertà per il terribile sospetto che possa essersi unito ai briganti. Sono le prime battute di una narrazione coinvolgente che, mentre con un certo pathos esplora, attraverso lo sguardo di Francesco, vittima inconsapevole, un tema complesso come il brigantaggio, tra fascino della ribellione all’ingiustizia sociale, desiderio di libertà e ambiguità morale, parallelamente racconta la famiglia e la comunità del borgo.
Se il padre Vincenzo è duro come il ferro che forgia, restio al cambiamento e poco empatico per mentalità maschilista verso moglie e figli, la madre Rosa è il perno amorevole di quel gruppo familiare, cui è rivolto il suo inesausto impegno quotidiano. Un personaggio che splende, in una patria femminile di solidarietà in contrapposizione al chiuso mondo maschile, entrambi ben rappresentati dalla Auci: sono le donne, pur nella consapevolezza di essere sottomesse a padri e mariti, nell’accettazione di quel che sembra un destino comune a tutte, sono loro, razionali e sognatrici, a vivere, anche attraverso la sorellanza con le altre, spazi di libertà rubata alle incombenze di tutti i giorni. Come Rosa che, nonostante il parere contrario del marito, continua il lavoro di sarta e ricamatrice e su quelle sete (la Calabria da tempo vantava una fiorente sericoltura, prima che decadesse anch’essa) coltiva piccoli sogni. Pronta ad assecondare pure i sogni di libertà e di amore dei figli, anche se consapevole che non è facile contraddire la realtà.
Tutto scorre, dunque, attraverso la prosa fluida della Auci, tra matrimoni, figli, fatiche, difficoltà, fino a quel colpo devastante che tutto travolge, il terremoto del febbraio 1783. Poi, nulla sarà uguale a prima, neanche le coscienze, e in quello spazio oscuro del dopo, così difficile da descrivere, tra lutto e disperazione, alla natura matrigna si può opporre solo la speranza di non soccombere. Oppure di cambiare per non rassegnarsi all’ineluttabilità del destino.
Allora, per i giovani Paolo e Ignazio, i figli adorati di Rosa e Vincenzo, nati a rischio della vita stessa della madre, si tratta di voltare le spalle alla montagna e guardare al mare. È il 1799, è l’alba dei leoni, nel nome dei Florio.


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