I compiti durante le vacanze e Daniele Novara: il Ministero invita a fermarsi, ma molti docenti continuano. Tra autonomia didattica, diritto al riposo e fallimento pedagogico

Ogni anno si ripete lo stesso copione. Le scuole chiudono. Gli studenti salutano i compagni. Le famiglie programmano vacanze, attività sportive, momenti di socializzazione e di riposo.
Eppure, per milioni di alunni italiani, la scuola non finisce davvero mai.
Compiti assegnati per l’estate, attività caricate sui registri elettronici a vacanze iniziate, esercizi inviati tramite chat, email o piattaforme digitali continuano a occupare il tempo che dovrebbe essere destinato al recupero psicofisico, alla crescita personale e alle esperienze educative extrascolastiche.
Il fenomeno è talmente diffuso da avere spinto lo stesso Ministero dell’Istruzione e del Merito a intervenire.
Con la Nota ministeriale n. 2443 del 28 aprile 2025, il Ministro prof. Giuseppe Valditara ha richiamato esplicitamente l’attenzione delle scuole sulla necessità di programmare accuratamente i compiti e di evitare assegnazioni improvvisate tramite registro elettronico, soprattutto in orari serali, nei fine settimana e durante i periodi di sospensione delle attività didattiche.
Una raccomandazione che richiama il principio del diritto alla disconnessione educativa e che restituisce centralità ad un concetto troppo spesso dimenticato: la scuola non può occupare ogni spazio della vita degli studenti.
Eppure i dati raccontano una realtà diversa.
Secondo le rilevazioni diffuse da Skuola.net, durante le vacanze natalizie del 2025 circa sette studenti su dieci hanno ricevuto assegnazioni scolastiche durante il periodo di sospensione delle lezioni e oltre un quarto degli alunni ha ricevuto gran parte dei compiti quando le vacanze erano già iniziate.
La domanda diventa inevitabile.
Perché, nonostante le indicazioni ministeriali, una parte della scuola continua a considerare il tempo libero degli studenti come una semplice estensione dell’orario scolastico?
Il Ministero richiama una questione che esiste da oltre sessant’anni
Chi considera il tema dei compiti una questione recente commette un errore storico.
Già la Circolare Ministeriale n. 62 del 20 febbraio 1964 invitava i docenti a evitare carichi eccessivi di lavoro domestico e a coordinare le assegnazioni per non sovraccaricare gli studenti. La circolare sottolineava che l’azione educativa non coincide esclusivamente con lo studio individuale a casa e che occorreva rispettare tempi di crescita equilibrati degli alunni.
Ancora più significativa risulta la Circolare Ministeriale n. 177 del 14 maggio 1969, dedicata espressamente al riposo festivo degli alunni e ai compiti scolastici da svolgere a casa.
In quel documento il Ministero evidenziava come la crescita dei giovani richiedesse anche attività sportive, ricreative, artistiche e sociali e invitava i docenti a non assegnare compiti per il giorno successivo ai giorni festivi, salvo casi eccezionali.
Sessant’anni dopo, molte delle problematiche denunciate allora sembrano ancora attuali.
L’autonomia didattica non è un lasciapassare per ignorare il benessere degli studenti
Alcuni sostengono che la Nota ministeriale del 2025 non sia vincolante.
Formalmente è vero.
L’autonomia scolastica prevista dal DPR 275 del 1999 attribuisce alle istituzioni scolastiche ampi margini di organizzazione didattica.
Tuttavia esiste una differenza sostanziale tra autonomia e arbitrio.
L’autonomia professionale non autorizza scelte pedagogicamente discutibili.
Non giustifica comportamenti che invadono sistematicamente il tempo privato degli studenti.
Non consente di ignorare le acquisizioni della ricerca educativa contemporanea.
La libertà di insegnamento prevista dall’articolo 33 della Costituzione non può essere interpretata come libertà di sovraccaricare.
Ogni libertà professionale trova infatti un limite nei diritti degli studenti e nei principi di proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza dell’azione educativa.
Maurizio Parodi e la denuncia di una scuola che invade la vita dei bambini
Pochi studiosi italiani hanno affrontato il tema dei compiti con la continuità e la radicalità di Maurizio Parodi.
Dirigente scolastico, formatore e fondatore del movimento “Basta Compiti!”, Parodi sostiene da anni che il problema non riguarda soltanto il carico di lavoro ma il modello culturale che lo sostiene.
Secondo Parodi, i compiti aggravano le diseguaglianze sociali, favoriscono il rifiuto della scuola e limitano drasticamente il tempo libero destinato al riposo, alla ricreazione, allo sport e alle attività espressive.
La sua posizione non si limita alla critica.
Nel corso degli anni ha promosso petizioni, lettere ai Garanti dell’Infanzia e perfino una petizione al Parlamento Europeo, denunciando quella che definisce una sistematica compressione del diritto al tempo libero di bambini e adolescenti.
Si può condividere o meno la proposta di abolire integralmente i compiti.
Ma è difficile ignorare le domande che essa pone.
Quando i compiti aumentano le diseguaglianze
Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il rapporto tra compiti e giustizia sociale.
La scuola assegna lo stesso esercizio a studenti che vivono situazioni radicalmente diverse.
C’è chi dispone di una stanza personale, di genitori laureati, di strumenti culturali adeguati e di sostegno costante.
E c’è chi non possiede nulla di tutto questo.
Parodi osserva che proprio gli studenti più fragili rischiano di essere lasciati soli nel momento in cui avrebbero maggiore bisogno della presenza professionale del docente.
La conseguenza è evidente.
Il compito a casa rischia di trasformarsi in un moltiplicatore delle differenze sociali anziché in uno strumento di apprendimento.
Psicologia dell’apprendimento: perché il riposo non è tempo perso
Le neuroscienze contemporanee hanno ampiamente dimostrato che l’apprendimento richiede alternanza tra attività e recupero.
La memoria si consolida durante i periodi di pausa.
La creatività si sviluppa nei momenti di esplorazione libera.
Le competenze relazionali crescono nelle esperienze sociali.
Il gioco non rappresenta una distrazione dall’apprendimento.
È una forma di apprendimento.
La socializzazione non rappresenta una perdita di tempo.
È una dimensione educativa fondamentale.
Lo sport non è un’attività accessoria.
È uno strumento di sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale.
Quando la scuola occupa ogni spazio disponibile rischia di compromettere proprio quei processi che vorrebbe rafforzare.
Daniele Novara e il “tedio demenziale” dei compiti estivi
Su questo punto si inseriscono le riflessioni di Daniele Novara.
Il pedagogista definisce i compiti estivi un “tedio inutile e demenziale” e propone una diversa idea di apprendimento.
Secondo Novara, l’estate dovrebbe essere dedicata a letture libere, esperienze concrete, attività culturali, volontariato, musica, relazioni e scoperta del territorio.
La sua tesi è semplice ma provocatoria.
L’apprendimento non coincide con la ripetizione.
L’apprendimento coincide con l’esperienza.
Una tesi che trova riscontro in numerosi studi contemporanei sull’apprendimento significativo.
Il paradosso dell’intelligenza artificiale
I dati più recenti mostrano inoltre un fenomeno nuovo.
Più della metà degli studenti delle scuole superiori dichiara di aver utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per svolgere almeno una parte dei compiti assegnati durante le vacanze.
Non si tratta soltanto di una questione tecnologica.
È un indicatore pedagogico.
Quando un compito viene percepito come inutile, ripetitivo o privo di significato, aumenta la tentazione di delegarlo.
L’intelligenza artificiale non sta creando il problema.
Sta semplicemente rendendo visibile una crisi motivazionale già esistente.
Il diritto al riposo è un diritto educativo
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce ai minori il diritto al riposo, al gioco e al tempo libero.
Parodi richiama da anni l’articolo 31 della Convenzione come riferimento fondamentale nella riflessione sui compiti.
Il tema non riguarda quindi soltanto l’organizzazione scolastica.
Riguarda una precisa idea di infanzia, adolescenza e sviluppo umano.
Una società che considera ogni momento della vita esclusivamente in funzione della produttività rischia di perdere di vista la persona.
Anche la scuola dovrebbe interrogarsi su questo.
Una scuola che educa non occupa tutto il tempo disponibile
Forse la domanda più importante non è se i compiti debbano essere aboliti o mantenuti.
La domanda è un’altra.
Che cosa significa educare nel XXI secolo?
Se educare significa accompagnare la crescita della persona, allora la scuola deve riconoscere che esistono apprendimenti che avvengono fuori dalle aule.
Apprendimenti che nascono nelle famiglie.
Nello sport.
Nella lettura libera.
Nei viaggi.
Nell’amicizia.
Nel volontariato.
Nella scoperta del mondo.
Una scuola realmente moderna non teme questi apprendimenti.
Li valorizza.
Li riconosce.
Li integra.
E comprende che il tempo delle vacanze non è un vuoto da riempire con esercizi e schede.
È uno spazio educativo prezioso che merita rispetto.
Forse proprio da qui dovrebbe ripartire il dibattito sui compiti.
Non dalla quantità delle pagine assegnate.
Ma dalla qualità della crescita che vogliamo offrire ai nostri studenti.
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