i 70 anni di “Satana”
I soprannomi sono un universo affascinante. Spesso hanno percorsi ovvi: prendi Ferdinando I di Borbone per esempio, “Re Nasone”, e non c’è nessun mistero a celare il perché. Altri invece arrivano per motivi quasi casuali e poi prendono percorsi tortuosi che si incrociano e si allontanano da chi poi quel soprannome lo porta. Prendi Victor Piturca, ex bomber e allenatore rumeno che oggi compie 70 anni: “Satana”, lo chiamavano. Ma dietro il motivo che ha spinto l’ideatore originale del soprannome non c’erano tratti demoniaci legati all’ex ct della Romania, semplicemente un numero, 666, che era la targa della sua auto.
Nasce a Orodel, un piccolo comune nel distretto di Dolj, nella regione dell’Oltenia. È una terra nota in Romania per produrre persone estremamente testarde, orgogliose e dotate di un senso dell’umorismo tagliente. A Orodel si lavora e c’è poco spazio per divertirsi: l’unico spazio è quello degli sterrati in cui si gioca a pallone. Il giovane Victor comprende che il pallone è il biglietto per lasciare la provincia. Gli osservatori del Craiova in quel periodo battono l’Oltenia alla ricerca di talenti: notano Victor e lo portano nelle giovanili del club quando ha 14 anni. Quattro anni dopo il mister, Constantin Cernăianu, lo fa esordire in prima squadra, ma a quell’epoca il club è pieno di big, e Victor non trova spazio. Non è il tipo che accetta la panchina tranquillo e allora finisce in prestito alla Dinamo Slatina in B, ma anche al ritorno Piturca non viene visto come titolare e allora lascia Craiova e finisce al Panduri Targu Jiu, ed è qui che inizia a segnare a raffica.
I numeri di quella stagione sono ancora oggi citati come leggendari nei caffè sportivi dell’Oltenia. Pițurcă giocò 28 partite e segnò 28 reti, mantenendo la media perfetta di un gol a partita. Grazie quasi esclusivamente ai suoi gol, il Pandurii vinse il campionato di Divizia C, ottenendo la promozione nella serie cadetta. In quegli anni, Pițurcă iniziò a manifestare i tratti della personalità che lo avrebbero reso celebre. Mentre i compagni di squadra spesso uscivano insieme dopo le partite, Pițurcă era già allora un tipo molto riservato. Si dice che preferisse passare il tempo a studiare i portieri avversari o, già all’epoca, a coltivare la sua passione per i giochi di logica e di carte, affinando quella “faccia da poker” che non lo avrebbe più abbandonato.
Dopo l’esplosione al Pandurii e il passaggio al Drobeta Turnu Severin, il destino di Pițurcă si incrocia con le dinamiche opache della Romania di quegli anni. Approda all’Olt Scornicești, la squadra-giocattolo della famiglia Ceaușescu. In quel villaggio trasformato forzatamente in città, Victor non solo affina l’istinto del gol, ma cementa quel distacco emotivo che diventerà il suo marchio di fabbrica. È un uomo che osserva tutto, parla poco e non trema mai.
Il 1983 è l’anno della svolta: lo Steaua Bucarest capisce che quel centravanti d’area, che non spreca un pallone e non spreca un’emozione, è il tassello mancante. Con lo Steaua, Pițurcă diventa una macchina: è titolare nella notte in cui lo Steaua schianta il Barcellona ai rigori, portando per la prima volta la Coppa dei Campioni nell’Est Europa. Con lo Steaua vince tutto ciò che un calciatore può sognare, inclusa quella Coppa dei Campioni che resta il punto più alto del calcio rumeno, arrivando persino a conquistare la Scarpa di Bronzo europea grazie a un istinto predatorio che non faceva distinzioni tra amichevoli e finali. Chiude la carriera al Lens e diventa allenatore: è lì che arriva il soprannome. Girava per Bucarest con una Mercedes la cui targa conteneva la sequenza 666.
Fu un giornalista sportivo a notarla e a scriverne, ma il soprannome attecchì con una velocità impressionante perché, ironia della sorte, calzava a pennello. Quegli occhi nerissimi, lo sguardo fisso e imperturbabile e quell’aura di invulnerabilità che lo faceva sembrare immune al passare del tempo, diedero al termine “Satana” una sfumatura diversa: non malvagia, ma inquietante per la sua freddezza. Da allenatore, Pițurcă ha portato in panchina la stessa disciplina monastica che esigeva da se stesso. Ha guidato la Romania con il pugno di ferro, scontrandosi con i divi come Hagi o Mutu, perché per lui il collettivo era un meccanismo che non ammetteva capricci. Ha ottenuto qualificazioni storiche e vittorie insperate, trattando i presidenti dei club con il distacco di chi sa di non dover chiedere nulla a nessuno. La sua carriera è stata una lunga partita a poker con il destino, giocata sempre rilanciando, senza mai mostrare un brivido di paura.
Oggi spegne settanta candeline e in fondo, quella targa “demoniaca” è stata il suo travestimento perfetto: mentre il mondo cercava il diavolo in una sequenza di numeri, lui si limitava a essere un uomo dell’Oltenia che aveva capito tutto in anticipo. Forse il vero mistero non è come abbia fatto a vincere tanto, ma come faccia a non avere ancora un capello bianco. D’altronde, se hai la faccia da poker, non permetti nemmeno al tempo di capire se stai bluffando.
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