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«Ho avuto una donatrice donna, il corpo ha faticato ad adattarsi. I medici dicevano che non ce l’avrei fatta»


C’è una frase che, più di ogni altra, restituisce il senso del percorso di Achille Polonara: «Quando incontri una malattia, sei tu contro la malattia». L’ex ala della Nazionale di basket, 34 anni, l’ha pronunciata durante la serata di gala che ha aperto a Firenze la 30ª edizione del Premio Internazionale Fair Play Menarini, il riconoscimento che da quasi trent’anni celebra gli atleti capaci di distinguersi non solo per i risultati sportivi ma per lealtà, correttezza e rispetto. Un premio arrivato proprio in virtù della forza dimostrata da Polonara di fronte alla malattia, e che l’ex cestista ha accolto con gratitudine: «Sono davvero felice di entrare a far parte di questa realtà. Durante tutta la mia carriera ho sempre cercato di dare tutto per la maglia, in qualsiasi squadra abbia giocato».

L’addio al basket giocato e la nuova vita

Polonara ha lasciato lo sport professionistico dopo un trapianto di midollo reso necessario da una nuova diagnosi di leucemia mieloide acuta, arrivata a tre anni di distanza da un precedente tumore al testicolo, e dopo un lungo periodo di coma. Una scelta che, come racconta in un’intervista rilasciata a Vanity Fair, ha sorpreso anche chi gli sta più vicino: «Anche mia moglie è rimasta sorpresa. Ho spiazzato un po’ tutti, sì. Ma quello che va in campo sono io e in questi casi credo che la decisione finale deve prenderla il giocatore». Oggi il rapporto con il tempo e con i progetti è cambiato radicalmente: «Prima ero un ragazzo molto ambizioso, pieno di progetti. Oggi vivo molto la giornata. Sono convinto della scelta di aver smesso perché non ero più quello di prima e volevo che i tifosi conservassero un bel ricordo di me».

Il racconto della diagnosi e il pensiero più buio

Sempre a Vanity Fair, Polonara è tornato con la memoria al momento della diagnosi, un anno fa a Bologna, senza nascondere quanto sia stato vicino al punto di rottura: «Ho subito pensato di non farcela.

A due anni di distanza dal primo tumore, combattere, guardare avanti con fiducia… no: volevo farla finita. Ho anche pensato: “Adesso mi butto dalla finestra”». A fargli cambiare prospettiva è stata la moglie Erika: «Mi ha aiutato a capire che dovevo farlo soprattutto per i bambini, dovevo lottare per loro. Non avrebbero accettato che un padre non avesse lottato fino all’ultimo». Una vicinanza che Polonara descrive come costante, anche nei momenti più difficili del coma, quando i medici prospettavano a Erika scenari drammatici: «Ha sofferto molto anche quando ero in coma e i medici le dicevano che non ce l’avrei fatta, che non mi sarei svegliato o che sarei rimasto paralizzato».

Le difficoltà post-trapianto e il supporto psicologico

Il percorso dopo il trapianto non è stato lineare. Polonara racconta le complicazioni legate alla compatibilità con la donatrice: «Ho avuto una donatrice americana e trattandosi di una donna le sue cellule hanno avuto difficoltà ad ambientarsi nel corpo di un uomo». Un periodo segnato anche da problemi intestinali curati con il cortisone, e da una terapia di mantenimento che dovrà proseguire per tre anni. A fare la differenza, spiega, è stato anche il sostegno psicologico, inizialmente vissuto con diffidenza: «Pensavo non mi servisse, che fosse una vergogna. Ma sfogarmi mi ha fatto bene».

Il futuro: una proposta in Serie A2

Guardando avanti, Polonara non esclude un ritorno nel mondo del basket, questa volta da allenatore: «Non ho ancora firmato. Sto valutando una proposta che mi è arrivata da una squadra in A2». Un progetto che nasce da un legame con lo sport mai reciso: «Mi piacerebbe restare in questo mondo. Magari allenare, ma prima dovrò capire se sarà davvero la strada giusta».




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