Gli Stati Uniti: “Respinte 6 navi”. Ma con l’Iran colloqui imminenti
Il bastone e la carota. L’ottimismo per l’avvicinarsi di un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran prende il largo mentre diecimila militari americani, oltre una dozzina di navi da guerra e decine di velivoli sono impegnati oggi per il terzo giorno nella maxi-operazione di contro-blocco imposta dagli Stati Uniti sullo stretto di Hormuz. A tirare le somme delle prime 24 ore di stop alle navi provenienti o dirette in Iran – una mossa con cui Washington punta a strangolare economicamente l’Iran per portarlo a più miti consigli sul nucleare – è Centcom, il Comando centrale Usa per il Medioriente. “Nessuna nave è stata in grado di superare il blocco e 6 mercantili si sono conformati alle direttive delle forze americane, invertendo la rotta per rientrare in un porto iraniano affacciato sul Golfo dell’Oman”. Eppure la Bbc ha esaminato i dati di tracciamento di Marine Traffic, l’ente che sovrintende al traffico marittimo, e ha rivelato che almeno quattro imbarcazioni legate all’Iran hanno attraversato lo Stretto. Altre potrebbero aver falsificato il proprio segnale per nascondere la loro posizione. Il caso più emblematico riguarda la petroliera di proprietà cinese, la Rich Starry, che batte bandiera del Malawi, e da qualche anno è sanzionata dagli Usa per scambi commerciali con l’Iran. Partita dagli Emirati Arabi, destinazione Cina, la nave ha prima invertito la rotta durante l’avvicinamento allo Stretto, ma lo ha infine attraversato. Provenienza e approdo non toccano dunque i porti iraniani. Ma potrebbe essersi trattato di un test di Pechino, per verificare l’applicazione del blocco americano.
La Cina, principale acquirente del petrolio iraniano, ha definito lo stop a Hormuz un “atto pericoloso e irresponsabile” e il presidente Xi Jinping ha presentato ieri al principe ereditario degli Emirati arabi, lo sceicco Khaled bin Zayed ospite a Pechino, un piano di pace in 4 punti, dai contenuti molto generici. Venerdì, intanto, il presidente francese Macron e il premier britannico Starmer presiederanno la riunione di Parigi su Hormuz.
In questo contesto, l’ottimismo cresce per un secondo round di colloqui Usa-Iran. Donald Trump sostiene che “nei prossimi due giorni in Pakistan potrebbe accadere qualcosa”. Per un funzionario della Casa Bianca, “abbiamo tutti gli ingredienti necessari a un accordo, ma non è ancora tutto pronto”. I resoconti confermano che la trattativa in Pakistan si è arenata sullo stop per 20 anni delle attività nucleari iraniane avanzato dagli Usa, a cui Teheran ha risposto con una controproposta di 5.
Per non compromettere i colloqui, dopo aver stimato che i danni di guerra ammontano a 270 miliardi di dollari, l’Iran starebbe valutando una sospensione a breve termine dei traffici attraverso Hormuz, ma chiede che paghino Arabia saudita, Bahrein, Emirati, Giordania e Qatar. Riad sta premendo su Trump per la revoca dello stop a Hormuz, nel timore che la crisi tocchi il Mar Rosso, ormai cruciale per il l’export di petrolio del Regno.
L’intesa potrebbe essere vicina, per evitare la recessione globale su cui mette in guardia l’Fmi. Ma tutto è ancora possibile, compresa una ripresa dei raid.
E serve fare i conti anche con Israele. Mentre si tratta a Washington sul Libano, il capo del Mossad, David Barnea, spiega che l’operazione israeliana contro l’Iran terminerà “quando verrà sostituito il regime” degli ayatollah.
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