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Giallo di Pietracatella, il racconto dell’infermiere: le flebo somministrate a Sara e Antonella erano sigillate | isNews

Madre e figlia, è emerso dalle testimonianze, stavano già malissimo, con il veleno che stava agendo all’interno dell’organismo di madre e figlia. La ricina è un veleno che non ha antidoti ha voluto ribadire il legale di uno dei medici indagati


CAMPOBASSO. Giallo di Pietracatella, le sacche per le flebo somministrate a Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi erano perfettamente sigillate. Nessun errore medico e nessuna manomissione, visto che tutta la procedura è avvenuta davanti a testimoni. Ma il veleno stava già agendo all’interno dell’organismo delle due donne in maniera devastante.

Questa la ricostruzione fatta durante l’audizione dell’infermiere che praticò le flebo a mamma e figlia. L’uomo, amico di famiglia e dipendente di una struttura sanitaria di Campobasso, su richiesta di uno dei medici indagati è stato riascoltato in Questura dalla Squadra mobile. Quando il 26 dicembre era andato nella casa di Pietracatella per somministrare le flebo, dopo il primo accesso e la prima dimissione dal Pronto soccorso dell’ospedale ‘Cardarelli’, Sara e Antonella stavano già malissimo. La ricina, ingerita forse con un cibo o in un liquido, il 23 o il 24 dicembre, stava purtroppo facendo il suo corso letale.

Al termine dell’interrogatorio, il secondo al quale è stato sottoposto in queste settimane, l’infermiere non ha parlato con i giornalisti. Qualche dichiarazione l’ha fatta invece l’avvocato Pietro Terminiello, legale di uno dei medici indagati, che ha ribadito l’estraneità del suo assistito al reato contestato.

“Con gli strumenti ordinari a disposizione di un Pronto soccorso di un ospedale, di Campobasso ma anche di un qualunque altro ospedale italiano – ha affermato – non si poteva capire quel genere di avvelenamento. Con strumenti diagnostici ordinari era escluso e questo è un aspetto importante. Peraltro c’è da dire che anche laddove, per assurdo, si fosse compreso che si trattava di avvelenamento da ricina, comunque non c’era antidoto, e questo è l’aspetto più importante”.

Oltre che sulla responsabilità dei medici, tre del Pronto soccorso e due della Guardia medica, la Procura di Larino indaga per duplice omicidio contro ignoti. Oltre un centinaio le persone che sono state finora sentite, tutte come informate dei fatti. Ora l’attesa è tutta per il nuovo interrogatorio di Laura Di Vita, cugina 
di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, previsto per i prossimi giorni.

Intanto, proseguono anche gli accertamenti degli investigatori sulle chat andate avanti per mesi in rete sul tema veleni e ricina. Conversazioni su alcune community, andate avanti dalla scorsa estate, su cui stanno facendo analisi specifiche esperti informatici e operatori dello Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia, a Campobasso per supportare la Squadra mobile e la Procura nell’indagine.


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