Fortunata di Dio, prima nazionale a Cosenza: a teatro l’umanità di “mamma Natuzza”
Al Rendano di Cosenza, lunghi applausi e standing ovation per la prima nazionale di “Fortunata di Dio”: a teatro, va in scena l’umanità di “mamma Natuzza”. La recensione dell’opera musicale con le interviste ai protagonisti e ad Ermelinda Evolo, nipote della mistica di Paravati.
COSENZA – Al Teatro Rendano di Cosenza non è andata in scena semplicemente una prima nazionale, ma un abbraccio collettivo, un sussulto profondo, un ritorno atteso. Il ritorno di “mamma Natuzza”, la mistica di Paravati amata e conosciuta in tutto il mondo. “Fortunata di Dio”, l’opera scritta da Ruggero Pegna e Andrea Ortis, rispettivamente anche produttore e regista, con le musiche originali del maestro Francesco Perri, ha travolto il pubblico in un flusso continuo di emozioni, tra lunghi applausi e standing ovation. Il cuore pulsante dell’opera è una sola parola: “mamma”. Attorno a questo termine lo spettacolo si stringe e si apre. La narrazione si fa carne. La fede diventa umano tremore. Non era semplice raccontare Natuzza. Troppo amata dal popolo per essere ridotta a personaggio teatrale, troppo complessa per essere rinchiusa nelle categorie rassicuranti della cronaca religiosa. Eppure, l’opera compie un gesto netto: sottrarla al folklore e restituirla alla sua dimensione più autentica.
Lo spettacolo è nato dalla profonda gratitudine di Ruggero Pegna nei confronti di Fortunata Evolo (per tutti, “mamma Natuzza”), alla quale attribuisce, attraverso le sue preghiere e predizioni, la guarigione dalla leucemia. Con grande commozione, il promoter calabrese ha ringraziato il pubblico affermando: «È stato tutto semplicemente straordinario! Diceva di non fare miracoli, perché quelli li fa il Signore, ma questa volta li hanno fatti insieme…». L’opera musicale ha ricevuto il patrocinio e la collaborazione della Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, fondata dalla mistica di Paravati, che ha inoltre concesso l’utilizzo di fotografie provenienti dal proprio archivio storico.
Fortunata di Dio: l’opera dedicata a “mamma Natuzza”
Nata e vissuta a Paravati, proclamata Serva di Dio nel 2019, oggi al centro del processo di beatificazione, Natuzza era già stata consacrata dal popolo prima di qualsiasi atto ufficiale: dalle madri, dagli ultimi, dagli ammalati, da chi riconosceva in quella donna umile e analfabeta una presenza fuori dal tempo. A lei vengono attribuiti fenomeni che ancora oggi interrogano credenti e studiosi: stigmate, emografie, guarigioni inspiegabili, colloqui con angeli, santi, con la Madonna e con Cristo. Eventi che per decenni hanno attraversato la cronaca italiana lasciando dietro di sé domande senza risposta definitiva.
“Fortunata di Dio” evita però ogni deriva sensazionalistica. Il suo baricentro è altrove: nell’umanità assoluta di “mamma Natuzza”. Ed è qui che emerge la prova magistrale di Annalisa Insardà: l’attrice ne incarna il candore, la semplicità disarmante, la maternità universale. La Natuzza che prende vita sulla scena è madre prima ancora che mistica, donna prima ancora che icona religiosa. Ogni pausa, ogni sguardo, ogni inflessione dialettale sembra provenire da una cucina contadina, da una piazza assolata del Sud, da case povere in cui la fede non era teoria ma quotidianità vissuta. Lo spettacolo racconta infatti una spiritualità domestica: rosari sussurrati, figli accuditi con amore, sacrifici silenziosi.
In scena riaffiora un’Italia quasi scomparsa fatta di cortili pieni di voci, botteghe artigiane, sedie davanti alle porte, discussioni in piazza. Un Paese in cui sacerdote, medico e sindaco erano ancora punti cardinali della comunità. Ed è proprio questa dimensione a rendere “Fortunata di Dio” molto più di una biografia teatrale: un atto d’accusa dolce ma incisivo contro la solitudine contemporanea. Alla Calabria della condivisione si contrappone il silenzio alienante della tecnologia; alla comunità si sostituisce l’individualismo digitale. Ortis e Pegna mettono in scena la frattura di un Paese che ha scambiato il dialogo con la connessione permanente e l’ascolto con la velocità.

Annalisa Insardà: «Natuzza è una scoperta continua»
Prima di calcare il palcoscenico, Annalisa Insardà ci ha confessato: «Natuzza è una scoperta continua, un adeguamento continuo. La sua semplicità è molto lontana dal nostro tempo, da questo nostro essere schiacciati dalla schiavitù di un ego ipertrofico, da questa contemporaneità soffocante. Spostarsi da questa nostra consapevolezza a quella semplicità è la cosa più difficile. La sfida più grande è tentare di far aderire la mia interpretazione a una persona amata in tutto il mondo».
Il ritorno di Natuzza a Paravati
Tra i momenti più intensi spicca il ritorno di Natuzza a Paravati dopo il ricovero in un ospedale psichiatrico: una scena che scuote il pubblico nel profondo. È il ritorno di una donna ferita e incompresa, ma anche il ritorno di una verità interiore che nessuna diagnosi riesce a cancellare. In quell’istante il teatro smette di essere rappresentazione e diventa terremoto emotivo. L’intero cast (Gipeto, Leonardo Mazzarotto, Valeria Zazzaretta, Michele Radice e Luca Attadia) si misura con più ruoli, alcuni realmente esistiti e altri al servizio della drammaturgia, regalando al pubblico interpretazioni intense, emozionanti, a tratti ironiche e coinvolgenti.

Le musiche originali del maestro Francesco Perri
Uno dei cardini dell’opera è la partitura originale del maestro Francesco Perri, articolata in circa 40 brani, che guida la scena, la interroga e ne svela i paesaggi più profondi e invisibili. La scrittura musicale assegna a ciascun personaggio una propria identità timbrica, costruendo una vera e propria geografia interiore del racconto, come se l’intera opera fosse una mappa psicologica tradotta in suono. Le musiche sono state eseguite dal vivo dallo stesso compositore al pianoforte insieme a Pierpaolo Greco al violoncello, Stefano De Marco alle chitarre, Michele Potenza alle percussioni ed Enza Cristofaro alla voce.
La magia delle scenografie e del visual design
Suggestive le scenografie mobili firmate da Lele Moreschi e realizzate da Filippo Iezzi, capaci di trasformare continuamente lo spazio scenico, mentre il light e visual design di Virginio Levrio raggiunge il suo apice nella straordinaria scena dell’apparizione della Madonna, ricostruendo con forte impatto visivo la Villa della Gioia e il Santuario di Paravati, oggi meta di pellegrinaggio.
Come si illumina ciò che per definizione appartiene al buio del non-visibile? A spiegarlo nella nostra intervista è l’esperto Virginio Levrio (disegno luci e video): «La difficoltà principale consiste nel creare atmosfere di supporto alla narrazione e creare momenti specifici per la crescita della storia nel tempo. L’opera parte dalla nascita di Natuzza fino agli ultimi attimi di vita. Sono fasi visive che devono rappresentare epoche diverse. Poi, ci sono momenti più lirici, liturgici, speciali in cui la luce non ha semplicemente il compito di illuminare la scena ma quello di raffigurare una presenza eterea. Abbiamo creato geometrie e colori che potessero sottolineare anche la sfera emotiva dei personaggi. Inoltre, le videoproiezioni amplificano la narrazione e le ricostruzioni 3D, che prendono vita come i pensieri di Natuzza».

La riflessione sulla crisi spirituale dell’uomo contemporaneo
Il nucleo più profondo dello spettacolo emerge però nella riflessione sulla crisi spirituale dell’uomo contemporaneo. Emblematica è l’evocazione de “L’incredulità di San Tommaso” di Caravaggio in cui viene illustrato il passaggio dal dubbio razionale alla rivelazione spirituale. Il dipinto non viene interpretato come un elogio dell’incertezza, ma come una rappresentazione dei limiti del materialismo di fronte alla profondità dello spirito. L’apostolo che pretende di toccare la ferita del Cristo prima di credere diventa metafora della modernità, che ha sostituito il “credere” con il “dimostrare”. Non è più sufficiente sentire: occorre verificare, certificare, misurare. Eppure, esistono dimensioni dell’esistenza, come dolore, maternità, speranza, amore, fede, che sfuggono alla razionalità scientifica. Natuzza diventa così il simbolo di ciò che il materialismo contemporaneo fatica a comprendere: la possibilità stessa del mistero. In definitiva, si invita lo spettatore a riscoprire l’ineffabile e l’interiorità come componenti essenziali dell’identità umana, andando oltre la semplice professione o la prova empirica.
Il racconto di un’Italia sospesa tra tragedia e rinascita
In questo percorso si intrecciano anche le ferite della storia italiana recente: la Strage di Bologna, il disastro di Ustica, il terremoto dell’Irpinia. Eventi che hanno incrinato la fiducia collettiva nelle istituzioni. Accanto al dolore riaffiorano però anche momenti di orgoglio nazionale, come il trionfo della Nazionale italiana di calcio o il coraggio dei magistrati del Maxiprocesso di Palermo nella lotta alla mafia. È un’Italia sospesa tra tragedia e rinascita, nel pieno delle trasformazioni che porteranno al Trattato di Maastricht. Dentro questo passaggio storico, Fortunata di Dio pone una domanda radicale: chi sono oggi i nostri punti di riferimento?

Il regista e coautore Andrea Ortis: «Quest’opera è stata una follia d’amore insieme a Ruggero Pegna»
Il regista Andrea Ortis ha sottolineato il coinvolgimento del pubblico e la dimensione emotiva del progetto: «L’applauso finale in piedi è la dimostrazione che si può parlare di storie molto particolari e complesse, con temi stratificati e spirituali. Credo ci sia molto bisogno di parlare di spirito e anima, ed è bello tornare a credere e lasciare alle persone la possibilità di credere in qualcosa che non sia solo la materia. Ho conosciuto molte persone, ho conosciuto la gente di Calabria, ed è la cosa più bella. Quest’opera è stata una follia d’amore insieme a Ruggero Pegna».
Ermelinda Evolo, nipote di Natuzza: «Mi è sembrato di rivivere momenti di vita familiare»
Tra le voci del dopo-spettacolo, quella di Ermelinda Evolo, nipote di Natuzza. Nelle sue parole, raccolte nella nostra intervista, riaffiora il senso più intimo dell’opera: «Ho provato un’emozione meravigliosa. Mi è sembrato di rivivere momenti di vita familiare. Annalisa Insardà è entrata nel personaggio. Mi è sembrato di avere la zia ancora vicino a noi. Era una donna dolcissima, una madre affettuosa». Forse è questa la sua forza più grande: ricordare che una modernità senza anima produce soltanto solitudine. Mentre Natuzza, ancora oggi, continua a parlare al cuore con il linguaggio più semplice e rivoluzionario: quello dell’amore. Quando le luci del Rendano si sono spente, è rimasta una vibrazione sottile. Una parola, ancora una volta sospesa nell’aria, come un richiamo antico: “mamma”.
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