Lazio

fermato il compagno, è accusato di femminicidio

Per due settimane il suo nome è rimasto impigliato nell’archivio dei drammi della disperazione, catalogato frettolosamente come l’ennesimo gesto estremo consumato all’ombra dei palazzoni d’edilizia popolare di Tor Bella Monaca.

Ma dietro quel volo di oltre quindici metri, iniziato dal terrazzo condominiale della torre al civico 52 di via dell’Archeologia, si nascondeva una verità molto più cupa e violenta.

Dafne Rebaudo, trent’anni ancora da compiere, non si è tolta la vita. È stata spinta. A scaraventarla nel vuoto, al culmine dell’ennesima lite violenta, sarebbe stato il suo convivente, M.T, quarant’anni, cittadino di origini nordafricane.

Per lui, al termine di un’indagine serrata che ha passato al vaglio ogni singolo dettaglio, è scattato il fermo d’indiziato di delitto: l’accusa è pesante come un macigno ed è quella di omicidio volontario, aggravato dalla convivenza e contestato nella forma del femminicidio.

Immagine di repertorio

Il castello di bugie e la trappola delle telecamere

A ricucire i pezzi della tragedia sono stati gli investigatori del VI Distretto di Polizia del Casilino, coordinati dal pubblico ministero Francesco Saverio Musolino e affiancati dal sostituto Antonio Verdi del pool della Procura capitolina, specializzato nelle tutele delle fasce vulnerabili.

I dubbi degli inquirenti si erano accesi fin dalle prime ore successive alla tragedia del 13 luglio. Convocato negli uffici di polizia, l’uomo aveva fornito un resoconto frammentario, condito da alibi fumosi e continui cambi di versione sugli orari dei suoi spostamenti.

Un racconto che ha insospettito chi indaga e che si è scontrato brutalmente con la realtà dei fatti non appena sono stati analizzati i nastri degli impianti di videosorveglianza della zona. I fotogrammi delle telecamere hanno smentito seccamente l’uomo, posizionandolo nell’edificio negli istanti esatti in cui il corpo di Dafne si schiantava al suolo.

La breccia nell’omertà del “palazzo-fortezza”

A fare da sfondo al delitto è un perimetro complesso: uno stabile da tempo soffocato dalla presenza della criminalità predatoria e dai pusher che ne occupano illegalmente parte degli appartamenti. Eppure, proprio dove regnano la paura e la diffidenza, il muro d’omertà ha iniziato a sgretolarsi.

Rassicurati dalla presenza costante delle forze dell’ordine, diversi residenti hanno deciso di rompe il silenzio, varcando la soglia del commissariato per raccontare quello che sapevano. Hanno descritto una relazione tossica, segnata da frequenti pregressi e violenti diverbi.

E soprattutto hanno riferito di una lite furibonda, scoppiata proprio tra le rampe di scale dello stabile pochi minuti prima che il corpo della giovane ragazza finisse sul cemento del cortile interno.

Rintracciato e sottoposto a fermo, l’uomo si trova ora ristretto in carcere dove si attende la convalida della misura cautelare da parte del Giudice per le Indagini Preliminari. Per Dafne, invece, la verità ha finalmente preteso il suo conto.

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