Società

Esame di Maturità, premia chi si ‘vende bene’ e delude chi studia per cinque anni. Lettera

Inviata da Mara Bonucci – Ogni anno, in questo periodo, mi faccio da 30 anni una domanda: “Che senso ha l’esame di maturità?”.

Ogni volta è una conferma: chi si è fatto il “mazzo” per 5 anni esce spesso deluso; chi si “vende bene” prende un voto più alto delle aspettative…

E allora mi chiedo: “E’ così che si misura la vera maturità di una persona? Non è forse più maturo chi si è impegnato con costanza di chi se la gioca con il pensiero “tanto non ho niente da perdere?”.

L’ho sognato per 20 anni il mio esame… Ero passata con 48/60, per l’impegno mi meritavo di più…ma avevo professori che quando facevi un’interrogazione perfetta ti davano 7! Un 7 che corrispondeva a 10 che però all’esame, nella media, era un 7…

Condivido a pieno che ci sia un qualcosa che chiuda il ciclo di studi, un esame simbolico che vedo più giusto in una discussione di una tesi come si fa all’Università: se proprio bisogna parlare di punteggi in 100/100 io valuterei con 80 punti il percorso dei 5 anni e 20 la discussione della tesi finale (elaborato, compito di realtà…chiamatelo come vi pare) da esporre di fronte alla commissione formata dagli insegnanti del consiglio di classe con un eventuale presidente esterno (o il Dirigente scolastico).

Sì, solo 20 punti, perché il peso maggiore, al contrario di ora, deve essere dato alla costanza e all’impegno dei 5 anni (non al triennio, a tutti e 5 gli anni). E con una commissione interna quanti soldi pubblici risparmiati! Una discussione di un elaborato che comprenda le materie di indirizzo, una rielaborazione con una tesi sperimentale volendo (così siamo sicuri che non sia fatta dall’AI… che non è altro che l’evoluzione dell’enciclopedia e dei motori di ricerca di qualche tempo fa: se non hai la capacità di rielaborazione ottieni comunque un prodotto finale sterile, qualsiasi strumento tu utilizzi).

E poi una bella cerimonia, una festa che serva da vera chiusura positiva di un ciclo, che rimanga stampata nei ricordi dei ragazzi perché è un passaggio importante che un giorno va raccontato ai propri figli e nipoti.

Anche ora si racconta ma spesso con un po’ di amaro in bocca…vorrei tanto che alla scuola in generale si associasse un’emozione positiva, mentre spesso domina la noia, l’ansia, la paura di sbagliare, di non ricordare, di fare brutta figura, il giudizio. Una scuola spesso punitiva e competitiva, dove sembra che il voto sia l’unica vera cosa importante. Poi si fa la certificazione delle competenze…o delle conoscenze momentanee?

Perché sì, provate a interrogare di nuovo gli studenti sugli argomenti trattati ad inizio anno e vedete se vi rispondono, magari avevano preso 10! Il 98% degli studenti non studia per il piacere di sapere, ma solo per il voto! Da 6 a 10 in base a quanto uno è ambizioso. Perché il messaggio che passa dall’alto è questo: o prendi tutte sufficienze o c’è la sospensione del giudizio o perdi l’anno.

E la vera competenza che ogni studente sviluppa nella scuola spesso è…copiare! Mille strategie, bigliettini nascosti ovunque. Ma bisognerebbe analizzare questa cosa: se vieni beccato a suggerire al compagno vieni punito; ma in quel momento non ci si pensa a guardare il bello: un compagno che ne aiuta un altro, un gesto di altruismo che viene punito! Una volta un mio studente mi fece riflettere con una frase: “a scuola ci insegnante a essere individualisti, non a collaborare”. Basterebbe impostare le verifiche diversamente, no?

I voti…un’arma a doppio taglio che io eliminerei all’istante. E se proprio dobbiamo tenerli, allora diamoli anche ai prof. Una bella valutazione anonima dai nostri “clienti”, un bel customer satisfaction a fine servizio…chi meglio di loro ci può giudicare? E se il voto è insufficiente? Rimandato all’anno prossimo o bocciato… Mi sembra equo! A volte ci dimentichiamo che i docenti lavorano perché ci sono studenti da formare e quei ragazzi non sono un voto ma delle persone con un vissuto, spesso tormentate dal dover gestire situazioni complicate.

Faccio l’insegnante di sostegno per scelta, non per ripiego come alcuni, perché la cosa più bella del mio lavoro è stare tra i ragazzi, aiutarli a prepararsi alle verifiche, dargli la forza e il coraggio per affrontare prove su prove e fargli sentire che c’è una figura adulta che è con loro e di cui si possono fidare.

E quando alla fine della scuola ti abbracciano e ti dicono grazie con il cuore, capisci che i tuoi sforzi da qualche parte sono finiti, che la statua dentro il pezzo di marmo sta prendendo forma e che tu in qualche modo hai contribuito a tutto questo. E allora capisci che fare l’insegnante sì, è il lavoro più bello del mondo!


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