Basilicata

Ernesto Orrico: cosa è cambiato e cosa no in 15 anni nei Teatri a Cosenza

Intervista a Ernesto Orrico, attore, regista e produttore teatrale: da un suo vecchio post ad oggi, cos’è cambiato sui teatri a Cosenza. Tra opportunità e criticità


«MOLTO è cambiato, molto è rimasto uguale, qualcosa è peggiorato». Quasi contemporaneamente alla nostra chiacchierata con i rappresentanti del Centro Rat-Teatro dell’Acquario, Ernesto Orrico, attore, regista e produttore teatrale cosentino, sulle sue pagine social riprende e ripropone alcuni suoi pensieri sul tema dei teatri cosentini, risalenti a ben 15 anni fa. E contattato telefonicamente, oggi come allora, da cittadino e operatore, si ritrova a sollevare sempre lo stesso quesito: «ma i teatri della città possono essere abitati dagli artisti con continuità?».

Orrico, intanto mi racconti di lei e della sua esperienza qui in Calabria.

«Faccio questo lavoro da 30 anni, ho sempre vissuto a Cosenza che è la mia città, la città dove sono nato e dove ho scelto di vivere. Ho sempre fatto teatro qui anche se poi per fortuna mi è capitato di avere un sacco di esperienze fuori regione. Ho studiato e mi sono laureato al Dams, all’Unical, poi la parte pratica l’ho fatta al Teatro dell’Acquario e già a metà degli anni ’90, ho lavorato prima con il Centro universitario teatrale e poi con Teatro Rossosimona, di cui sono stato uno dei fondatori e dove sono tornato negli ultimi anni».

Se, quanto e perché è difficile fare l’attore di teatro alle nostre latitudini.

«Questo è un lavoro complicato un po’ ovunque. Ovviamente i lavori artistici al Sud scontano un ritardo reale da un punto di vista organizzativo. E inoltre, in Calabria, non esistono ormai da tantissimi anni quelli che una volta si chiamavano i “teatri stabili”, (le attuali categorie ministeriali sono “Teatro nazionale” e “Tric-Teatro di rilevante interesse culturale”). Ma questo è un problema, un dato di fatto oggettivo. Negli ultimi anni – parlo dalla fine degli anni ’90 in poi – le cose sono un po’ cambiate perché sono nate molte compagnie di produzione. Per cui, chi ha deciso di restare comunque ha potuto lavorare, pur tra mille difficoltà. Penso, appunto a Rossosimona, Scena Verticale e lo storico Centro Rat. Quindi la possibilità di restare e lavorare qui si è creata: anche la Regione si è dotata di una legge regionale che sostiene la produzione teatrale. Questo chiaramente ha aiutato».

Però, mi corregga se sbaglio, non sostiene le attività che riguardano la formazione.

«Sì, questo da molti anni non lo fa più. Negli anni ’90 ci son stati i famosi corsi di formazione professionale della Regione per attori, danzatori, coreografi, c’erano anche le categorie artistiche che venivano sostenute. Pensi che ancora negli anni ’90 esisteva l’Accademia di Arte drammatica a Palmi, che ormai non esiste più da 20 anni. Così come non esistono più determinati corsi del Teatro dell’Acquario dove mi sono formato io che erano appunto, come dice Carlo Antonante, sostenuti attraverso misure regionali o della Provincia».

Tornando al post che ha pubblicato: cos’è quindi che secondo lei è cambiato, cosa è rimasto uguale e cosa è peggiorato.

«Cosenza è un posto che con tutte le sue contraddizioni io continuo ad amare follemente. Ha una sua vitalità culturale innegabile. Ci sono proposte, associazioni che dal basso fanno attività. Ci sono tanti artisti che hanno deciso di rimanere qui e di fare il loro lavoro. Chiaramente c’è però un rapporto molto difficile, molto complicato, con le istituzioni. La Regione, pur avendo gli strumenti, dal punto di vista burocratico è sempre lentissima. Sono attese snervanti che mettono a dura prova i bilanci delle imprese che comunque usufruiscono di questi finanziamenti e questi sostegni. Nella realtà più vicina poi, come appunto la città di Cosenza, a mio ricordo almeno, non c’è mai stato un ragionamento organico con i sindaci che si sono succeduti negli ultimi 20/25 anni. Cioè non si è mai posta sul tavolo della discussione la domanda sul come far sì che gli spazi siano abitati dagli artisti in maniera continuativa.

I nostri teatri, quando va bene, offrono ospitalità a compagnie di giro. Che va benissimo, intendiamoci. Io sono assolutamente a favore di tutte le proposte teatrali che entrano nella nostra città e nella nostra regione, perché abbiamo bisogno di vedere buon teatro, buone proposte di spettacolo. Ma con la scomparsa del Teatro dell’Acquario, per esempio, è venuto meno proprio un luogo di riferimento fisico che era fondamentale in città da questo punto di vista. E arriviamo alla questione degli spazi: dei tre teatri che avevamo ne funziona uno solo, che fa solo programmazione, il Rendano. Il Morelli è chiuso e non si sa se riaprirà mai. L’Italia, sono tre anni che si annuncia la riapertura, ora lei mi dice che riaprirà a brevissimo (notizia ufficiosa che attende chiarimenti da parte del Comune, ndr), sono felice. Ma la questione vera è: i teatri possono essere abitati dagli artisti con continuità? È questa la domanda che mi facevo 15 anni fa e che purtroppo sono costretto a farmi anche ora».

Da cittadino e da operatore del settore, quali sarebbero per lei le soluzioni alternative?

«Come ha letto, proponevo di dare vita ad una fondazione che potesse gestire i teatri. Ma se di quei teatri adesso due sono chiusi, capisce bene che non so se quella cosa potrebbe avere più senso e non so se da un punto di vista politico ci sia il minimo interesse verso una progettualità del genere. Ci sarebbe bisogno di un sindaco che si siede allo stesso tavolo con un presidente della Regione, con altri operatori del territorio, decidendo insieme dove trovare i finanziamenti e non è una cosa semplice. Però, in altre parti d’Italia, dove le cose funzionano diversamente, hanno fatto così. Ma non ieri… venti, trenta, quarant’anni fa. Quindi, da un punto di vista burocratico c’è una scarsa organizzazione e anche una cattiva comunicazione con la città».

Cosa consiglierebbe ad un giovane che sogna di fare il mestiere dell’attore in Calabria: scappa o provaci?

«Provaci, nonostante sia un percorso molto accidentato. Per i motivi già detti. A Cosenza però ci sono delle buone proposte. Ma in città e in tutta la Calabria, ad esempio, non c’è un’Accademia d’arte drammatica. Non c’è. Punto. Quindi se a 18 anni vuoi fare il percorso professionalizzante te ne devi andare a Roma, a Milano, a Napoli. Se invece vuoi fare delle esperienze sul territorio, comunque le opportunità ci sono. Ci sono dei laboratori di formazione dove puoi fare delle prime esperienze, sperimenti un primo approccio, con dei professionisti bravi, formati bene. Ma manca un’accademia di recitazione pubblica. È un dato di fatto di cui dovrebbero prendere coscienza le istituzioni. E da qui, forse, dovrebbero iniziare a chiedersi: come sopperiamo a questa mancanza?».


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