Eredi di niente: le piazze dei giovanissimi e il patto tra generazioni

Le immagini di piazza del Duomo, il 17 e 18 ottobre, raccontano una scena che le categorie abituali faticano a decifrare. A Milano, come a Bologna e Torino, a staccarsi dai cortei pacifici contro il carovita non sono stati militanti organizzati, ma ragazzi giovanissimi, spesso minorenni, senza sigle né affiliazioni. Tra i fermati a Milano, la grande maggioranza non aveva ancora diciotto anni; tra gli identificati, perfino dei dodicenni. Si sono convocati su TikTok, WhatsApp e Telegram, hanno filmato tutto e condiviso i video come trofei. L’intelligence parla di uno «spontaneismo nichilista» difficile da intercettare.
Una settimana dopo, la scena si è ripetuta. Sabato 24 ottobre, nonostante città blindate e perquisizioni preventive, ci sono stati scontri a Torino, Bologna, Firenze e Roma, dove la polizia ha usato gli idranti e un gruppo ha forzato gli ingressi del Colosseo. Tra i fermati in tutta Italia, uno su tre era minorenne. Da una parte chi li chiama in piazza dai social, dall’altra adulti che arrivano tardi: in mezzo, ragazzi che la deterrenza da sola non raggiunge.
La condanna della violenza è doverosa e non ammette ambiguità. Ma quelle piazze pongono una domanda importante per chi si occupa di passaggi generazionali: che cosa stiamo trasmettendo, e a chi? Uno dei ragazzi in piazza ha riassunto la sua rabbia così: se sei povero, non puoi avere niente. È una frase che parla di proprietà, nel senso più ampio: di accesso, di appartenenza, della possibilità di sentirsi eredi di qualcosa. Quando una generazione non si percepisce erede di nulla, né di un patrimonio, né di un progetto, né di una comunità, la piazza diventa l’unico luogo in cui prendersi la scena, e lo schermo l’unico specchio in cui esistere.
C’è poi un’immagine che colpisce più delle altre: padri che inseguono i figli incappucciati per le vie del centro. È la fotografia di una trasmissione interrotta. Gli adulti arrivano dopo, a gesto compiuto, quando il legame si può ristabilire solo con l’autorità e non più con l’esempio.
Le imprese familiari conoscono bene questo rischio. Per decenni hanno trattato i giovani come eredi in attesa: tenuti ai margini finché non fossero “pronti”, ascoltati di rado, coinvolti tardi. Il risultato è spesso il disimpegno: figli che si allontanano o che entrano in azienda senza sentirla propria. Eppure, quando trovano qualcosa da custodire, i giovani non si sottraggono. La lezione vale per l’intera società. L’ingaggio delle nuove generazioni non si ottiene con la retorica dell’inclusione né con la sola repressione, ma con tre scelte concrete.
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