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Embargo petrolifero, voli spia e mirino giudiziario su Castro: così Trump aumenta la pressione su Cuba

La guerra in Iran non è ancora archiviata ma la Casa Bianca già guarda al suo prossimo obiettivo. Cuba. Come più volte anticipato da Washington, dopo Venezuela e Iran nel menù dell’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump c’è infatti proprio l’Avana. Questa settimana, ricostruisce il New York Times, la squadra del tycoon ha intensificato drasticamente la pressione sul regime cubano. L’embargo petrolifero totale decretato dagli americani a seguito dell’estrazione del dittatore venezuelano Nicolas Maduro, grande sostenitore di Cuba, ha portato le autorità dell’isola ad annunciare l’esaurimento delle riserve di greggio. Intanto, mentre si moltiplicano i voli militari e di intelligence Usa su Cuba, il cerchio si starebbe stringendo anche attorno a Raúl Castro, fratello di Fidel, al centro di una possibile incriminazione da parte dei procuratori federali di Miami.

Ad imprimere un’accelerazione sul fronte caraibico ci ha pensato anche il direttore della Cia John Ratcliffe che giovedì ha compiuto all’Avana un’insolita (e storica visita) per recapitare un messaggio perentorio al nipote di Castro, Raúl G. Rodriguez Castro, noto come “Raulito”: chiudere le stazioni di intelligence di Russia e Cina utilizzate dai due Paesi per intercettare le comunicazioni americane e adottare misure per riaprire l’economia (pallino, quest’ultimo, sempre centrale nelle mosse internazionali del presidente Trump).

È però la notizia di una probabile incriminazione di Raúl Castro (oltre all’ipotesi di un imminente rafforzamento della presenza militare Usa nella regione) a far temere il peggio tra gli esponenti del regime. La Casa Bianca ha usato proprio tale strumento come pretesto per rimuovere a gennaio il capo del regime venezuelano con un raid mirato delle forze speciali. Il New York Times non è in grado di confermare se l’esercito statunitense si stia preparando ad un blitz simile a Cuba (uno scenario che non sarebbe imminente) ma sottolinea che fonti a conoscenza del pensiero dell’amministrazione sostengono che alti funzionari governativi desiderano quantomeno mantenere la possibilità di riproporre il modello adottato in Venezuela.

Il quotidiano Usa riporta inoltre che, anche se non dovesse mai essere approvato un raid all’Avana, la Casa Bianca riterrebbe che la sola minaccia di una cattura di Castro (una sorta di operazione psicologica per gli esperti) potrebbe spingere le autorità cubane a cedere alle richieste di Washington. Se non è del tutto chiaro cosa vogliano davvero Trump e il suo segretario di Stato Marco Rubio, prosegue il New York Times, il loro obiettivo è inequivocabile: poter affermare che gli Stati Uniti hanno posto fine al controllo comunista di Cuba senza spingere il Paese nel caos più totale.

Le immagini dell’eventuale arresto da parte delle forze speciali americane di Raúl Castro, un novantenne le cui condizioni sono descritte come fragili, non gioverebbero particolarmente all’amministrazione repubblicana. Una considerazione che però a Washington non starebbe trovando grande spazio. Nel frattempo, i pubblici ministeri di Miami stanno ancora discutendo il possibile atto d’accusa contro il fratello di Fidel Castro. Da quel che si apprende, esso potrebbe includere accuse legate al traffico di droga e anche all’abbattimento, avvenuto nel 1996 a Cuba, di aerei di un’organizzazione umanitaria.

All’epoca dei fatti Raúl Castro ricopriva la carica di ministro della Difesa e avrebbe approvato l’abbattimento dei velivoli. Un episodio che portò l’allora presidente Bill Clinton ad approvare nuove misure punitive contro l’Avana.


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