Electrolux, sindacati all’attacco: scioperi a sorpresa e corteo
Roma – La paura è che il piano di riorganizzazione, con oltre 1.700 esuberi e riduzioni delle produzioni in Italia con la chiusura di una fabbrica nelle Marche, sia solo un tassello di un piano più grande per far passare Electrolux sotto il controllo del colosso cinese Midea. Un rischio reale per i sindacati metalmeccanici che ieri hanno riunito il coordinamento delle fabbriche, decidendo uno sciopero di otto ore il 25 maggio, giorno del confronto al ministero delle Imprese, con manifestazione a Roma davanti al Mimit. Non solo. Saranno poi organizzati scioperi a sorpresa nei cinque stabilimenti: Porcia, Susegana, Forlì, Solaro e Cerreto d’Esi. Stop agli straordinari e a qualsiasi tipo di collaborazione con l’azienda. «La dico di pancia – sottolinea Stefano Bragagnolo, rappresentante Uilm nel sito veneto di Susegana – per me ci sono già dei preaccordi con Midea. E il lavoro sporco lo faranno gli svedesi».


Anche il numero uno di Federmeccanica, impegnato in un confronto con il segretario della Fiom-Cgil Michele De Palma a Bari, è convinto che «fenomeni come quello Electrolux non li possiamo solo subire: serve un piano per reindustrializzare l’Europa», dice Simone Bettini. «Da una parte il gruppo è posizionato in America, dall’altra c’è un problema di crisi in Europa, mentre c’è un cinese pronto a mettere sul tavolo 10 miliardi di euro per comprare dagli svedesi tutto il gruppo nel mondo. E noi siamo in- mezzo. Toccherebbe al governo trovare una ricetta». Sulla stella linea anche De Palma: «Da parte del governo serve un sostegno reale». Il leader dei metalmeccanici di Cgil prende la questione cinese in modo trasversale, riprendendo l’interesse del produttore di auto Byd per le fabbriche europee, Stellantis compresa: «Non sono contrario a investimenti di altri produttori, compresi i cinesi, ma il governo deve intervenire per evitare che le nostre fabbriche diventino fabbriche cacciavite».
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Midea ha già tentato di mettere le mani su Electrolux in passato. La svolta ad aprile: accordo per una partnership in Usa in contemporanea con la chiusura della fabbrica in Ungheria e il trasferimento di una parte della produzione in Cina. Antipasto di quello che ora vogliono fare in Italia?. Il dubbio c’è. «Lo ha dichiarato la stessa azienda – dice ancora Bragagnolo – il piano prevede una riduzione drastica dei prodotti a bassa marginalità. Dove andranno? Dove i margini crescono». Nella fabbrica vicino a Treviso lunedì la produzione rimarrà ferma: colpa della carenza di componenti della filiera locale di approvvigionamento. Un fulmine a ciel sereno per Fabio Torelli, segretario della Fiom di Forlì: «Fino a marzo si era discusso di stabilizzazione dei precari – racconta – poi lo stop alla trattativa. Ora capisco il perché, anche se i dirigenti locali dicono che non erano a conoscenza della questione». Anche per Torelli c’è «un piano per portare fuori dall’Europa la produzione di elettrodomestici a favore dei paesi asiatici».


C’è però il tema dei soldi. Electrolux ha ricevuto dall’Italia, 700 milioni tra incentivi e sgravi negli ultimi dieci anni. «Inaccettabile – dice il segretario della Uil Perpaolo Bombardieri – li restituisca». Il fuoco di fila politico è trasversale, da Fratoianni di Avs ad Appendino del M5S, mentre il presidente del Veneto Alberto Stefani sarà ai cancelli della fabbrica trevisana. «Sarà una vertenza lunga e difficile – dice Gianluca Ficco della Uilm – al di fuori della questione cinese, Electrolux è in una situazione di crisi conclamata, lo raccontano i numeri degli ultimi quattro anni».
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