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Educatrici introvabili e asili nidi pieni: l’offerta cresce, ma il personale scarseggia. I dati che raccontano le disuguaglianze educative

Poco meno di 378.500 posti autorizzati, 14.570 strutture attive, un incremento del 3,4% rispetto all’anno educativo precedente.

Sono i numeri principali del rapporto Istat sull’offerta di nidi e servizi integrativi per la prima infanzia relativo al 2023/2024. A prima vista sembrerebbe un segnale positivo, e in parte lo è. Tuttavia, il dato più significativo – il tasso di copertura, ovvero i posti ogni 100 bambini residenti nella fascia 0-2 anni – si attesta al 31,6% a livello nazionale. Un valore ancora inferiore al parametro del 33% fissato come Livello Essenziale delle Prestazioni, che i Comuni dovrebbero garantire entro il 2027, e molto lontano dal target europeo del 45% per il 2030.

Il confronto con altri paesi europei è impietoso. Anche includendo i bambini anticipatari alla scuola dell’infanzia e le ludoteche, la quota di bambini 0-2 anni che frequenta una struttura educativa in Italia si ferma al 34,5%, contro il 71,5% dei Paesi Bassi, il 69,9% della Danimarca, il 57,4% della Francia e il 55,8% della Spagna.

Chi ha guidato l’aumento dell’offerta? In larga parte il settore privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno precedente. Solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda servizi a titolarità comunale. Rimane sostanzialmente stabile la quota dei servizi integrativi (centri bambini-genitori, spazi gioco, servizi domiciliari), che rappresentano il 6,4% dell’offerta complessiva. L’incremento si concentra invece sui tradizionali nidi d’infanzia (80,2% dei posti) e sulle sezioni primavera, la cui quota sale dal 12,6% al 13,4%.

Il divario Nord-Sud non si riduce

Dietro la media nazionale si nascondono disparità territoriali che il rapporto definisce “storiche” e ancora lontane dall’essere colmate, nonostante gli investimenti del PNRR e il calo delle nascite (che riducendo la popolazione di riferimento migliora meccanicamente il tasso di copertura). Nelle regioni del Sud, esclusa la Sardegna, il rapporto posti/bambini è in media del 19,0%; nelle Isole (Sicilia in primis) del 19,5%. Al Centro sale al 40,4% (con un picco del 48,4% in Umbria), nel Nord-est al 39,1%, nel Nord-ovest al 36,6%.

Il tipo di comune incide in modo altrettanto netto: nei capoluoghi di provincia si registrano 39,8 posti ogni 100 bambini, nei comuni non capoluogo la media scende a 28,2. Mentre al Nord e al Centro anche i comuni minori hanno ormai superato la soglia del 33%, nel Mezzogiorno persino i capoluoghi restano al di sotto di quel parametro, e nei comuni più piccoli il divario si amplia ulteriormente.

Un indicatore indiretto del bisogno insoddisfatto è il ricorso alle iscrizioni anticipate alla scuola dell’infanzia – una soluzione meno adeguata per i bambini di due anni. Nel Sud e nelle Isole questa pratica riguarda ancora il 7,3% dei bambini sotto i tre anni, contro il 3,2% del Centro-Nord e il 4,6% della media nazionale.

Liste d’attesa in aumento nonostante il calo delle nascite

Uno dei dati più rilevanti del rapporto riguarda la domanda. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il calo delle nascite non ha ridotto la pressione sui servizi. Nell’anno educativo 2023/2024, quasi la metà dei gestori (49,9%) ha registrato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente; solo nel 5,4% dei casi le domande sono diminuite. L’aumento riguarda sia il pubblico sia il privato ed è correlato a due fattori: il crescente riconoscimento della funzione educativa del nido e la diffusione del Bonus asilo nido INPS, che ha reso le rette più sostenibili per le famiglie.

Tuttavia, l’offerta non tiene il passo. Il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera non è riuscito ad accogliere tutte le domande per carenza di posti, una quota in netta crescita rispetto al 49,1% del 2021/2022. Le liste d’attesa sono più frequenti nel settore pubblico (68,9%), ma interessano anche la maggioranza del privato (54%). Nel Mezzogiorno si segnalano liste d’attesa più lunghe: nel 28,9% dei servizi rimane inevaso oltre un quarto delle domande, contro il 19,9% del Centro e il 21,3% del Nord.

La spesa pubblica cresce ma resta diseguale

I Comuni svolgono un ruolo centrale: sono titolari del 33% dei servizi e convenzionano quasi la metà di quelli privati (46,3%). La spesa corrente complessiva dei Comuni per i servizi per la prima infanzia è passata da 1.037 milioni di euro nel 2003 a 1.751 milioni nel 2023, con un incremento del 68,9%. Tuttavia, la quota rimborsata dalle famiglie tramite rette è cresciuta ancora di più: dal 17% al 19% della spesa totale, con un aumento del 90,3% in termini di risorse impiegate dalle famiglie.

La spesa pro capite comunale per bambino residente sotto i tre anni è in media di 1.183 euro, ma con un divario enorme: 1.542 euro nel Centro-Nord contro 531 euro nel Mezzogiorno. La Calabria spende 234 euro, la Provincia autonoma di Trento 3.314 euro. A queste risorse si aggiunge il Bonus asilo nido erogato dall’INPS (662 milioni di euro nel 2023) e contributi regionali per 14 milioni. Sommando tutte le componenti, la spesa pro capite media nazionale sale a 1.773 euro, ma si passa da 520 euro in Calabria a 3.917 euro in Valle d’Aosta.

Il rapporto non lascia spazio a fraintendimenti: il contributo statale, pur sostenendo economicamente le famiglie, non riesce a compensare le disuguaglianze territoriali nella distribuzione dei posti.

Criteri di accesso: disabilità e lavoro al primo posto, povertà e immigrazione in fondo

Un altro capitolo importante riguarda i criteri con cui i Comuni formano le graduatorie per l’accesso al nido pubblico o convenzionato. La fotografia scattata dall’Istat mostra una forte eterogeneità, che produce disparità nel diritto alla cura educativa.

La condizione più tutelata è la disabilità del bambino, presente nell’89,5% dei regolamenti comunali: nel 57,6% dei casi con priorità assoluta, nel 18% con attribuzione del punteggio massimo. Al secondo posto, con l’88,2% dei Comuni, viene l’occupazione a tempo pieno di entrambi i genitori – segno che la conciliazione famiglia-lavoro resta un obiettivo centrale. Al terzo posto (75,9%) i nuclei familiari presi in carico dai servizi sociali per grave disagio.

Molto meno valorizzata è la funzione di contrasto alle disuguaglianze. Solo il 27,1% dei Comuni utilizza l’ISEE come criterio di priorità, e appena il 5,3% attribuisce il punteggio massimo alle famiglie economicamente svantaggiate. La disoccupazione o la condizione di studente non lavoratore danno diritto a una priorità in meno della metà dei Comuni, con punteggi generalmente bassi. Il background migratorio è considerato solo dall’1,8% dei Comuni. Le conseguenze sono misurabili: tra i bambini con almeno un genitore nato all’estero, il tasso di frequenza al nido è del 14,7%, contro il 33,1% dei coetanei italiani.

La carenza di personale educativo: un ostacolo concreto

Infine, un dato che riguarda direttamente il mondo del lavoro educativo. Secondo un’indagine campionaria condotta dall’Istat su circa 3.000 servizi, oltre l’80% dei nidi e delle sezioni primavera ha avuto necessità di assumere nuovo personale educativo nei due anni precedenti al 2023/2024. La maggior parte di questi ha incontrato difficoltà nel reperire le figure professionali richieste, e in oltre il 40% dei casi tali difficoltà sono state definite “gravi o gravissime”.

I problemi più frequenti segnalati sono la carenza di educatori con esperienza adeguata o in possesso di un titolo di studio idoneo, e la mancata accettazione delle condizioni contrattuali proposte. Ciò rappresenta un rischio non secondario per la piena realizzazione degli investimenti previsti dal PNRR, che mirano proprio ad ampliare l’offerta di posti.

L’Istat, dunque, delinea un sistema in crescita ma ancora strutturalmente iniquo, con un’offerta insufficiente rispetto alla domanda, divari territoriali che non accennano a ridursi, criteri di accesso che penalizzano le famiglie più fragili e una carenza di personale che rischia di frenare l’espansione. Per i giovani insegnanti ed educatori, questi dati offrono una mappa precisa dei nodi da sciogliere – a partire dalle condizioni contrattuali e dalla distribuzione delle risorse pubbliche.


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