Ecco un classico ragionamento per assurdo su Russia, censura e repressione
Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.
CORREZIONE. Venerdì scorso abbiamo sostenuto che escludere la Russia dalla Biennale è arbitrario, poiché molti altri Stati presenti alla Biennale sono autoritari, repressivi o coinvolti in guerre; e dunque, se si applicasse quel criterio, “resterebbe solo la Svizzera”. Questa conclusione, un classico ragionamento per assurdo, poggiava però su una serie di confusioni logiche e fattuali.
1) Nel dibattito sulla Biennale non si sostiene che la Russia debba essere esclusa perché autoritaria, ma perché è oggetto di procedimenti internazionali legati a crimini di guerra. Lo stesso vale per Israele. Ridurre tutto alla formula “anche altri Stati fanno cose orribili” equivale a cancellare ogni differenza di status giuridico e politico.
2) Poi abbiamo sostenuto che la critica al padiglione russo è sbagliata perché, se la Russia sceglie gli artisti allineati, andrebbe fatto il controllo ideologico di tutti gli artisti, ammettendo, per i governi illiberali, solo i dissidenti. Ma il punto discusso dalla giuria non era verificare le opinioni personali degli artisti, né istituire tribunali sulla loro coscienza politica. La questione riguardava il significato della rappresentazione statale in un sistema di padiglioni nazionali. Abbiamo cioè trasformato una discussione sulla legittimazione simbolica degli Stati in una caricatura: la “polizia del pensiero”.
3) Anche la nostra formula finale (“se trattiamo tutti come la Russia resta solo la Svizzera”) è sbagliata. Presuppone infatti che l’unica alternativa possibile sia o l’inclusione indiscriminata o l’esclusione totale. Ma la posizione della giuria era diversa: non chiedeva di espellere tutti gli Stati problematici, bensì di introdurre un criterio politico-giuridico in relazione a casi caratterizzati da procedimenti internazionali qualificati. Abbiamo di nuovo sostituito una discussione sui criteri con una reductio ad absurdum iperbolica.
4) Inoltre ci siamo pure contraddetti. Da un lato abbiamo denunciato l’ipocrisia occidentale verso Israele, Arabia Saudita, Egitto o Qatar; dall’altro abbiamo usato questa ipocrisia come argomento per lasciare le cose come stanno. Ma mostrare che esistono doppi standard non dimostra che ogni criterio sia illegittimo. Avremmo dovuto, al contrario, ricavarne la necessità di estendere i criteri di responsabilità simbolica anche ad altri Stati. Per criticare l’incoerenza abbiamo giustificato l’inerzia.
5) Abbiamo poi equivocato sul concetto di censura. La giuria non proponeva di vietare opere, arrestare artisti o impedirne la circolazione: proponeva di non attribuire premi ufficiali a rappresentanti statali di Paesi coinvolti in gravi accuse internazionali. Equiparare questo alla censura significa usare il termine in modo improprio. Un’istituzione culturale che decide quali soggetti premiare esercita un giudizio politico e simbolico: che i premi siano neutrali è una finzione.
6) Infine, l’abbaglio più grande: abbiamo accusato i critici del padiglione russo di confondere arte e politica, ma poi abbiamo riconosciuto che molti padiglioni sono gestiti direttamente dagli Stati. Se governi e ministeri decidono artisti, commissari e linee culturali, allora quei padiglioni non sono semplici spazi artistici neutrali: sono forme di rappresentazione politica. In altre parole, la politica è già presente nella struttura della Biennale. La vera domanda non è se arte e politica vadano separate, ma quali limiti debbano esserci quando uno Stato usa un evento culturale internazionale per rappresentarsi. Per difendere la neutralità dell’arte, insomma, abbiamo dovuto negare la natura politica delle istituzioni culturali internazionali. Ci scusiamo per ogni confusione causata dei nostri errori.
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