Ebola, sorveglianza per il personale che arriva in Italia da Congo e Uganda – CRONACA
Scatta l’attivazione della sorveglianza sanitaria al personale impiegato nelle zone del focolaio di virus Bundibugyo, variante di Ebola. Lo prevede una circolare del ministero della salute.
«In considerazione delle incertezze sulla grandezza e diffusione geografica di questo evento, della potenziale gravità dell’infezione e della mancanza di terapie o vaccini specifici approvati, nel principio di massima cautela, si ritiene necessario applicare le misure di vigilanza verso il personale di organizzazioni governative, non governative, e cooperanti, impiegati nel Paese interessato, provenienti da tutti i territori della Rdc e Uganda».
Bundibugyo è il ceppo Ebola senza vaccino e terapie, che ha già provocato due epidemie in Uganda e in Congo nel 2007 e nel 2012, e su cui si concentra l’attenzione delle autorità internazionali dopo la dichiarazione di emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale da parte dell’Oms.
Ma per il contagio è necessario il contatto con saliva o sangue. E il rischio è più elevato nei Paesi in cui ci sono pratiche di sepoltura non sicure. A rispondere alle domande più frequenti è un aggiornamento pubblicato sul sito dell’Istituto superiore di sanità.
La malattia da virus Bundibugyo è una forma grave e spesso fatale di Ebola, causata da una delle specie di Orthoebolavirus: è una zoonosi che avrebbe nei pipistrelli della frutta il serbatoio naturale del virus. L’infezione umana, spiega l’Iss, si verifica attraverso il contatto con il sangue o le secrezioni di animali selvatici infetti, tra cui pipistrelli o primati. Si diffonde poi da persona a persona tramite contatto diretto con il sangue, le secrezioni o altri fluidi corporei di individui infetti o con superfici contaminate.
«La trasmissione è amplificata – spiega l’Iss – dove ci sono pratiche di sepoltura che comportano il contatto diretto con il defunto».
Al momento, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono 30 i casi confermati, ma sono 500 quelli sospetti e 130 possibili morti.
A preoccupare, soprattutto, è il fatto che a differenza della malattia da virus Ebola, «non esiste un vaccino autorizzato e non sono disponibili terapie specifiche” ma “un intervento tempestivo di supporto è salvavita».
Il periodo di incubazione varia da 2 a 21 giorni e gli individui di solito non sono contagiosi fino alla comparsa dei sintomi.
Sintomi, che «almeno inizialmente sono generici, come febbre, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, cosa che ritarda la diagnosi e la segnalazione dei casi».
La malattia progredisce con disturbi gastrointestinali, disfunzioni d’organo e emorragie, con un tasso di mortalità tra il 30% al 50%.
Secondo l’Ecdc, «le probabilità di contagio per i residenti dell’Ue/See o per i viaggiatori diretti nella provincia dell’Ituri è considerata bassa».
L’Oms raccomanda agli Stati di fornire ai viaggiatori diretti nelle aree interessate informazioni su rischi, misure per minimizzarli e per gestire una potenziale esposizione. Ma non ritiene necessario sottoporre a controlli i passeggeri di ritorno da zone a rischio.
«Stiamo valutando quali vaccini o trattamenti potenziali siano disponibili e se qualcuno di questi possa essere utilizzato in questa epidemia. Il Gruppo consultivo tecnico dell’Oms si riunirà oggi per fornire ulteriori raccomandazioni su quali potenziali vaccini dovrebbero essere prioritari», dicer in un messaggio video Anne Ancia, rappresentante dell’Oms nella Repubblica Democratica del Congo.
Collegata dalla provincia di Ituri, che rappresenta l’epicentro dell’epidemia, Ancia ha confermato che “l’epidemia si sta verificando in un contesto epidemiologico, operativo e umanitario estremamente complesso, caratterizzato da insicurezza, sfollamento della popolazione e dalla presenza di aree sia densamente popolate sia difficili da raggiungere”. Incertezza sui numeri: “il ministero della Salute ha segnalato oltre 500 casi sospetti, tra cui 130 decessi sospetti”, ha detto. Anche la diffusione dei contagi non è al momento chiara, ma sembra si stia allargando: “ora interessa dieci zone sanitarie nella provincia di Ituri e ha raggiunto il Nord Kivu, con casi confermati a Butembo e Goma.
L’Uganda ha confermato due casi importati”. Intanto sono state inviate 12 tonnellate di rifornimenti, inclusi dispositivi di protezione individuale per gli operatori sanitari in prima linea. Si intensificano gli sforzi per la sorveglianza, il tracciamento dei contatti, l’esecuzione dei test e l’assistenza medica. Si sta inoltre lavorando all’allestimento di centri di trattamento nelle aree colpite in collaborazione anche con Ong come Alima e Medici senza Frontiere.
“Il coinvolgimento della comunità sarà fondamentale, poiché solo quando la comunità comprende i rischi e può collaborare con le misure di risposta, queste epidemie possono essere tenute sotto controllo”, ha aggiunto Ancia.
L’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo sta colpendo aree densamente popolate e altamente fragili, come le province di Ituri e Nord Kivu, già provate da anni di conflitto, sfollamenti e accesso limitato all’assistenza sanitaria, sottoliena l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, ricordando che più di 2 milioni di sfollati interni e rimpatriati vivono nelle province di Ituri e Nord Kivu, dove i bisogni umanitari sono già gravi e l’accesso ai servizi di base rimane fortemente limitato.
L’Unhcr, si legge in una nota, è particolarmente preoccupato dal fatto che la capacità di assistenza sanitaria in queste province sia stata significativamente indebolita, anche durante il conflitto dello scorso anno.
Ciò, avverte, “ha lasciato le comunità sfollate con un accesso fortemente ridotto alle cure mediche, alla sorveglianza delle malattie, alla capacità di isolamento e ai sistemi di riferimento in un momento in cui la diagnosi e la risposta rapide sono fondamentali”.
L’epidemia solleva inoltre gravi preoccupazioni per i rifugiati che vivono nelle province colpite. Nell’Ituri, circa 11.000 rifugiati sud-sudanesi necessitano di assistenza preventiva. A Goma, oltre 2.000 rifugiati ruandesi e burundesi che vivono in città necessitano di sostegno per le misure di prevenzione, tra cui sapone e disinfettante per le mani. Le attività di sensibilizzazione della comunità e le campagne di consapevolezza dei rischi vengono rafforzate per garantire che i rifugiati, gli sfollati interni, le persone tornate a casa e le comunità ospitanti abbiano accesso a informazioni accurate sulle misure di prevenzione e sulla diagnosi precoce.
“Stiamo valutando le implicazioni per i movimenti transfrontalieri, il rimpatrio volontario e l’accesso umanitario, rafforzando al contempo le misure di prevenzione presso il centro di transito di Goma”, conclude l’agenzia dell’Onu.




