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“Disonesto, debole, incerto”. Il vizio di insultare tutti i leader

Battute, battutacce, insulti. Il campionario di Donald Trump per attaccare i suoi nemici politici interni, gli avversari esterni e perfino i suoi (fino a prova contraria) alleati internazionali è lungo. Dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente Usa sembra essere rimasto in modalità campagna elettorale, dove le bordate interne ed esterne erano quantomeno inquadrabili nel clima incandescente del momento. Chi si aspettava un Trump più istituzionale dopo il suo rientro alla Casa Bianca è rimasto deluso. In molto casi, per dirla con la premier Giorgia Meloni, “allibito”.

L’elenco non risparmia nessuno, o quasi. Che si tratti della guerra commerciale scatenata col Liberation Day e con i dazi (poi bocciati dalla Corte Suprema), delle mire sulle Groenlandia o delle critiche alla guerra con l’Iran il tycoon non si è fatto scrupoli nell’innescare una serie di inedite crisi diplomatiche tra le due sponde dell’Atlantico e oltre.

Vittima più illustre delle sparate del presidente americano, Papa Leone XIV, colpevole di avere predicato la “pace”, come è compito di ogni Pontefice. “Il Papa è debole, senza di me non sarebbe in Vaticano. Sta mettendo a rischio i cattolici”, le parole di Trump contro il primo Papa americano.

Uno degli scontri più clamorosi, poi rientrato in nome di una necessaria real politik’, quello con Volodymyr Zelensky. Era il febbraio dello scorso anno, quando in diretta mondiale andò in scena dallo Studio Ovale della Casa Bianca l’umiliazione del leader ucraino: “Non hai le carte, o fai un accordo o noi siamo fuori. Stai giocando con la Terza Guerra Mondiale”. Ne seguì l’allontamento di Zelensky e della sua delegazione dalla Casa Bianca. Che siano post sulla sua piattaforma personale Truth, dichiarazioni ai giornalisti o battute estemporanee, lunga è la lista degli strali trumpiani contro alcuni dei suoi principali alleati europei e della Nato. Bersaglio preferito, il presidente francese Emmanuel Macron, attaccato a più riprese. Tra i commenti che hanno fatto più scalpore, quello sul presunto schiaffo della premiere dame al presidente, immortalato dalle telecamere. “Brigitte lo tratta malissimo”, disse Trump parodiando l’accento francese di Macron. Il premier britannico Keir Starmer si è invece beccato l’etichetta di “debole e incerto” e “non è un Winston Churchill”, per il rifiuto di trascinare il suo Paese nell’avventura militare in Medio Oriente.

Poi, le minacce di “ritorsioni commerciali” alla Spagna di Pedro Sanchez, per non avere concesso le basi ai bombardieri Usa impegnati nel Golfo. A completare il (parziale) elenco gli attacchi al premier canadese Mark Carney, definito tra l’altro “governatore” del “51esimo Stato dell’Unione”. Al confine sud, ce n’è anche per la presidente messicana Claudia Sheinbaum: “Il Messico è governato dai cartelli della droga. Lei è una brava persona, ma è debole”. Se non sono insulti, sono gaffe. Come quella davanti al cancelliere tedesco Friedrich Merz:”l D-Day non è stato un bel giorno per il tuo Paese”. Un’altra, clamorosa, in presenza della premier giapponese Sanae Takaichi.

A un giornalista che gli chiedeva il perché del mancato preavviso agli alleati dell’attacco all’Iran, Trump rispose: “Chi ne sa più del Giappone in fatto di sorprese? Perché non ci avete avvertito di Pearl Harbor?”. A dire il vero, ci sono due leader verso i quali Trump ha sempre usato parole felpate: Vladimir Putin e Xi Jinping. Linguaggio morbido, da qualche giorno, anche per la “nuova” leadership iraniana: “Sono persone ragionevoli”.


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