“C’è un canale con Mosca”. Ma l’Ue si divide su Costa
Vuoi l’unità ritrovata del G7, vuoi la voglia di interventismo dell’Europa, vuoi per gli attacchi su Mosca che hanno ribaltato almeno in parte la narrazione del conflitto ma qualcosa, finalmente, si muove. La Russia avverte la pressione ed è sempre più isolata e così si cerca di arrivare a un dialogo reale per concludere il conflitto in Ucraina, tanto che l’Economist ipotizza il già avvenuto avvio di negoziati indiretti. Mentre a Bruxelles si discute su chi possa essere il mediatore designato dall’Ue ed emergono malumori tra i leader e il presidente dell’Europarlamento Antonio Costa.
Il piano di pace in Ucraina potrebbe svilupparsi sulla falsariga di quello appena redatto in Medioriente. Per l’Economist negoziati informali tra i rappresentanti di Kiev e della squadra di Trump sarebbero già cominciati e prevederebbero due fasi. Prima un cessate il fuoco totale lungo l’attuale linea del fronte, a 50-70 chilometri nell’entroterra su entrambi i lati e poi un accordo più ampio che porti alla cessazione totale delle ostilità. Ma lo scenario testa in salita perché, se fino a questo punto Putin non ha mai voluto concretamente sedersi a un tavolo di trattative, è difficile pensare che voglia farlo adesso, in un momento in cui le sorti del conflitto non sono a lui favorevoli. A spingere lo Zar a trattare potrebbe però pesare diversi fattori. Il pressing occidentale, ora almeno in apparenza unito contro Mosca, al punto che il ministro degli Esteri Lavrov esterna “la sensazione che possa esserci un nuovo cambio di approccio da parte degli Stati Uniti”. Per nulla secondari sono anche gli aspetti in terni, con la crisi economica che sta facendosi sentire non solo nelle zone rurali della Russia ma piano piano anche nelle grandi città, che nel contempo sono finite nel mirino degli attacchi a lungo raggio ucraini, portando la guerra a Mosca e San Pietroburgo che finora avevano vissuto tutto sommato serenamente un conflitto che non le riguardava.
Mentre Trump, piaccia o no, recita il ruolo del leone, l’Europa non vuole rimanere tagliata fuori. Bruxelles punta ad aprire un canale diretto con Mosca, specificando che comunicare con il Cremlino e negoziare per la pace “sono due fasi ben distinte” e che i tentativi del presidente del Consiglio Costa di comunicare con Mosca si muovono in questo senso. Ma quella di Costa viene vista come una fuga in avanti inopportuna da parte di molti leader europei, su tutti Macron e Merz. “Gli europei non sono mediatori. Noi siamo al fianco dell’Ucraina. Il giorno in cui si terranno i negoziati, gli europei devono essere al tavolo perché è nell’interesse dell’Europa”, sentenzia Macron, specificando che “Costa, se le sue competenze saranno definite, avrà un ruolo”. Tuttavia, anche gli Stati membri avranno il loro ruolo”. Nonostante lo stesso Macron abbia ribadito l’importanza del formato “E3” con Germania e Regno Unito, ha fatto sapere che la Coalizione dei volenterosi, si riunirà a Parigi il 13 luglio per poi partecipare alla parata del Giorno della Bastiglia il 14, “al fianco delle forze armate ucraine”. Anche Merz prende le distanze da Costa: “Chi rappresenta l’Unione europea non dobbiamo deciderlo oggi, lo decideremo quando si arriverà ai colloqui”.
Malumore e nervosismo filtra invece da Mosca. Il portavoce del Cremlino Peskov attacca: “I negoziati con l’Europa sono una necessità ma l’Europa si sbaglia nel pensare di poter negoziare con la Russia da una posizione di forza; questo non porterà da nessuna parte”, ha detto.
A questo si somma l’ennesima velata, ma nemmeno troppo, minaccia del solito Lavrov per cui “uno scontro diretto tra la Nato e la Russia potrebbe rapidamente trasformarsi in uno scambio di attacchi nucleari con conseguenze catastrofiche”, arrivando a evocare un conflitto (voluto dall’Europa, ovviamente) entro il 2030. Un nervosismo che conferma come qualcosa si stia davvero muovendo.
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