Dieci ore al pronto soccorso di Jesi. Il problema? Sempre il solito. La lettera di una paziente ai sanitari

«Pazienti per i corridoi, sala d’aspetto piena, turni da 17 ore, medici alla conta di barelle sperando di trovarne una e infermieri alla ricerca di bendaggi». Inizia così la lettera di una jesina, dopo una giornata nella sale d’attesa dell’ospedale Carlo Urbani di Jesi.
«Siamo andati per un problema di un familiare – scrive la donna – abbiamo passato lì una decina di ore, ho avuto tempo per guardarmi attorno e vedere cosa succede in una giornata normale a gente normale».
«Nessuno di quelli che sono arrivati lì ha dovuto aspettare se non una decina di minuti prima che potessero essere presi in carico. Ogni tanto qualcuno se ne andava. Nessuno ha inveito, urlato, discusso. Certo non era un posto allegro, ma ci sono stati anche scambi amichevoli e qualche battuta spiritosa. Insomma una meraviglia? Ma no, assolutamente no».
La tranquillità che manca
«Dietro le porte c’erano le famose barelle in fila nel corridoio, al punto da lasciare giusto lo spazio per far scorrere magari un’altra barella e alcune persone. Oss, infermieri, medici che andavano e venivano svelti, cercando materiali, chiedendo notizie, rassicurando qualcuno, dando risposte. Mancava la tranquillità, il silenzio, la calma che ci si aspetterebbe in un ambiente sanitario. Mancava la riservatezza che sarebbe necessaria e che il personale cercava come poteva di creare con dei paraventi».
La conta
«Ho visto passare più di una volta una persona che contava e ricontava le barelle sperando, così sembrava, di trovarne qualcuna libera. E mi ricordo dell’infermiere che cercava un certo bendaggio e chiedeva in giro a chi poteva trovargliene uno.
Qualcuno non avendo dove sdraiarsi aspettava lo scorrere della sua lentissima flebo seduto su una sedia e ogni tanto un infermiere si fermava ad assicurare che stava cercando una sistemazione migliore (che poi ha trovato)».
Il rispetto
«Ho visto un operatore armarsi di cacciavite per cercare di sbloccare il movimento di una poltrona, altri offrire bottigliette di acqua, e soprattutto e prima di tutto sempre, sempre con calma e anche con un sorriso sulle labbra. Nessuno è stato trattato in modo sgarbato e nemmeno supponente. Rispetto da parte di tutti per tutti».
Il problema? Sempre il solito
«Il problema del nostro Pronto soccorso è che ci sono pochissimi operatori che devono fronteggiare una quantità di persone e di situazioni le più varie, dalla caviglia dolorante all’infarto. Sono pochi, con turni lunghi, turni senza momenti di tregua: dalle 7 alle 17, mentre eravamo lì la sala d’aspetto è sempre stata piena.
E le strutture che mostrano segni evidenti di carenza, spazi adattati alla necessità, a volte approssimativamente, materiali mancanti, lungaggini per trovare un letto in reparto per tanti che ne hanno necessità».
«Insomma è l’amministrazione che non fa il suo dovere, che non spende in modo corretto e necessario il nostro denaro, che non investe in strutture e materiali e personale. È un delitto che fa ricadere sulle persone che ci lavorano tutto il danno che ne deriva e pensare che la professionalità, la competenza e l’empatia degli operatori sono ben più preziose e difficili da costruire».




