Emilia Romagna

dentro le linee guida del Viminale

“Fermare” una persona che urla, minaccia, aggredisce o rifiuta di obbedire non significa poter usare qualsiasi mezzo per immobilizzarla. Al contrario, l’intervento di un poliziotto dovrebbe seguire una sequenza precisa: valutare il pericolo, chiamare rinforzi, tentare di ridurre la tensione e ricorrere alla forza soltanto quando non esistono alternative. 

È quanto emerge dalle Linee guida per la gestione delle persone non collaborative, elaborate dalla Direzione centrale anticrimine insieme alla Direzione centrale di sanità e all’Ispettorato delle scuole della Polizia di Stato. La versione visionata da Dossier è la stessa trasmessa dal ministero dell’interno – a firma del viceprefetto Maria De Bartolomeis – ai sindacati l’11 maggio 2026 per una preventiva condivisione, con la possibilità di presentare osservazioni. Un tentativo di uniformare comportamenti che possono avere conseguenze fisiche, penali e disciplinari molto gravi.

Le linee guida non sono pertanto ancora delle vere e proprie indicazioni operative, ma consigli che il Viminale vorrebbe introdurre per la gestione delle persone non collaborative da parte delle forze di polizia: una categoria nella quale possono rientrare soggetti violenti, ma anche persone sotto l’effetto di alcol o droghe, individui in una fase di grave agitazione psicofisica, persone con fragilità psichiatriche o nel pieno di una crisi emotiva.

La distinzione è decisiva. Un comportamento apparentemente aggressivo può derivare da una volontà criminale, ma anche da paura, confusione, sofferenza o perdita di contatto con la realtà. 

Cambiano le cause e devono cambiare anche le modalità dell’intervento. Ma vediamo dunque quali sarebbero tutte le precauzioni a cui “un agente modello” dovrebbero attenersi.

La prima regola: mai soli

Quando viene segnalata una persona alterata o aggressiva, la pattuglia dovrebbe innanzitutto informare tempestivamente la sala operativa e chiedere l’intervento di altri equipaggi. Se necessario deve essere attivato immediatamente anche il 118. La presenza del personale medico è particolarmente importante perché chi osserva dall’esterno può cogliere segnali che sfuggono agli agenti impegnati nello sforzo fisico. Poliziotti e sanitari conservano ruoli diversi, ma devono coordinarsi: i primi garantiscono la sicurezza, i secondi valutano le condizioni cliniche e indicano le precauzioni necessarie.

L’operatore deve essere addestrato non soltanto a immobilizzare una persona, ma a capire quando non farlo, quando diminuire la forza, come riconoscere un’emergenza sanitaria e come reagire a una perdita improvvisa di coscienza.

Perché gli operatori sanitari non sono intervenuti durante l’arreso mortale di Abderrahim Fakir: “Hanno seguito il protocollo” 

La de-escalation

La de-escalation non è un gesto di debolezza, ma la prima tecnica operativa indicata nel documento del Viminale. L’agente dovrebbe mantenere una distanza di sicurezza, osservare il linguaggio del corpo e cercare di evitare movimenti improvvisi. 

A parlare dovrebbe essere, possibilmente, un solo interlocutore. Il tono deve restare semplice, pacato e comprensibile. Niente sfide, provocazioni, minacce inutili o discussioni polemiche. L’agente può presentarsi con il proprio nome, chiedere che cosa sia successo, domandare se la persona abbia bisogno di un medico e provare ad allontanarla dalla folla o da elementi che aumentano la sua agitazione.

Anche il linguaggio conta: il documento suggerisce di passare progressivamente dal “tu” al “noi” a una comunicazione più inclusiva, cercando di far percepire all’interessato che l’obiettivo è uscire insieme dalla situazione senza che nessuno si faccia male.

Quando è legittimo usare la forza

Se il dialogo fallisce, la forza non diventa automaticamente lecita. L’agente deve verificare contemporaneamente diverse condizioni: il pericolo deve essere attuale, l’intervento necessario e urgente, le alternative concretamente impraticabili. L’azione deve inoltre rispettare quattro principi: necessità, perché la coercizione non può essere impiegata se esiste una soluzione meno invasiva; proporzionalità, perché la reazione deve essere commisurata alla minaccia; gradualità, perché si deve scegliere il mezzo sufficiente ma meno lesivo; interruzione immediata, perché la forza deve cessare non appena viene meno il pericolo.

Quando la polizia può usare la forza

Le linee guida – riprendendo la sentenza della corte di Cassazione sul caso di Federico Aldrovandi – invita gli operatori di polizia all’uso “della minor violenza possibile” per immobilizzare i soggetti che oppongono resistenza al fermo, “evitando danni al soggetto violento in attesa del prodursi di condizioni ambientali più favorevoli”. Non basta quindi che una persona abbia insultato, disobbedito o mostrato agitazione. Per giustificare la coercizione deve esserci l’esigenza concreta di respingere una violenza, superare una resistenza o impedire un danno imminente.

Quali strumenti possono essere usati e quando

Le linee guida elencano gli strumenti disponibili: forza muscolare, manette, fasce in velcro, spray al peperoncino, sfollagente, taser e arma da fuoco. Non si tratta però di una scala automatica da percorrere gradino dopo gradino. La scelta dipende dalla minaccia, dall’ambiente, dalle condizioni della persona e dalla presenza di terzi.

La forza fisica deve essere misurata e finalizzata esclusivamente al controllo. Le manette possono essere impiegate quando esistono pericolosità, rischio di fuga o difficoltà concrete nella custodia e nel trasporto, ma non dovrebbero trasformarsi in una forma di punizione.

Gli allenamenti della polizia Foto Ipts-2

Anche le fasce possono servire a limitare i movimenti di braccia o gambe, ma non possono essere applicate secondo un automatismo. “Anche la contenzione ai piedi va valutata caso per caso”, spiega Cristiano Curti Giardina, direttore didattico dell’Associazione professionale Ipts, che forma operatori di polizia in Italia e all’estero ed è esperto di tecniche di contenimento. Qualunque strumento venga impiegato, l’agente deve verificare continuamente la respirazione, la coscienza, il colorito e le reazioni della persona. Lo stesso documento della Polizia stabilisce che, se il soggetto manifesta malessere, la presa deve essere allentata immediatamente, la persona deve essere sistemata su un fianco e deve essere richiesto l’intervento sanitario

Spray, manganello e taser sono strumenti coercitivi e devono essere utilizzati soltanto da personale formato, rispettando le procedure e valutando i rischi specifici. Lo spray, per esempio, può contaminare anche agenti e passanti, soprattutto in ambienti chiusi, che devono essere subito aerati. Quanto all’uso del taser deve essere limitato agli operatori appositamente abilitati e usato ad una distanza di almeno tre metri.

Quanto alla pistola in dotazione, rappresenta ovviamente l’extrema ratio: può essere utilizzata soltanto quando gli altri mezzi non sono praticabili o si sono rivelati inefficaci e vi è un rischio grave per la vita o l’incolumità di qualcuno. Anche in quel caso l’azione deve cessare nell’istante in cui la minaccia finisce e devono essere immediatamente chiamati i soccorsi.

Cosa dicono le regole sull’immobilizzazione

Poi si arriva alla parte più dibattuta dopo il caso di Abderrahim Fakir, ovvero le indicazioni che riguardano ciò che accade dopo l’immobilizzazione: una persona ammanettata e controllata non può più essere trattata come se continuasse a rappresentare lo stesso pericolo di pochi istanti prima.

Le linee guida avvertono espressamente che non deve essere prolungata la posizione prona, cioè con il volto e il torace rivolti verso terra. Deve essere evitata anche la compressione del torace, perché può compromettere la respirazione e il sistema cardiocircolatorio.

Le avvertenze operative per l'uso della forza da parte della polizia

Una volta messa in sicurezza, la persona dovrebbe essere girata su un fianco o sistemata in una posizione che le consenta di respirare. Gli agenti devono controllare eventuali segni di malessere. Se compaiono difficoltà respiratorie, perdita di coscienza o altre anomalie, la presa deve essere allentata e deve intervenire il personale sanitario.

Il contenimento fisico, precisa il documento, deve durare soltanto per il tempo necessario e comunque per il minor tempo possibile.

Crisi psichiatriche

In presenza di una grave alterazione psichiatrica, il compito della polizia è soprattutto mettere in sicurezza la scena e consentire ai sanitari di intervenire. Gli agenti non dovrebbero sostituirsi al personale medico né trasformare il ricovero in un’operazione esclusivamente di ordine pubblico.

Quando ne ricorrono le condizioni può essere valutato un trattamento sanitario obbligatorio, con il coinvolgimento dei servizi sanitari e del personale previsto dalle procedure locali. Anche in questi casi, però, la coercizione deve rimanere limitata, proporzionata e sottoposta a costante sorveglianza sanitaria.

Uno studio nazionale condotto in Svezia ha ricostruito 52 morti improvvise avvenute durante interventi di contenzione tra il 1992 e il 2024, una media di circa 1,6 decessi ogni anno. Nel 90 per cento dei casi era stata utilizzata la posizione prona e nel 69 per cento erano emersi elementi legati all’assunzione di sostanze stimolanti. I ricercatori hanno inoltre rilevato, nei casi in cui erano disponibili le analisi, gravi alterazioni metaboliche e respiratorie. Lo studio non dimostra che la posizione prona abbia causato da sola tutti i decessi, ma conferma quanto sia indispensabile ridurne durata e pressione e sorvegliare costantemente la persona.

Terminata la minaccia, stop alla forza

Il principio che attraversa l’intero documento è semplice: un poliziotto non deve “vincere” contro la persona che ha davanti. Deve interrompere una condotta pericolosa arrecando il minor danno possibile. La legittimità dell’intervento non dipende soltanto dal motivo per cui è iniziato, ma anche da come prosegue. 

Una forza inizialmente necessaria può diventare illegittima se viene mantenuta dopo l’immobilizzazione, se si trasforma in punizione o se mette inutilmente a rischio la vita del fermato.

È questa la differenza tra contenere una minaccia e infierire su una persona ormai sotto controllo. Ed è anche il punto dal quale dovrebbe partire ogni valutazione su ciò che accade durante un fermo di polizia.

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