Politica

Crisi di Ceuta, perché il Marocco sfida la Spagna ora

I 18 chilometri quadrati di Ceuta li percorri in poco più di 40 minuti. Un promontorio dove respiri precarietà, alla frontiera controlli serrati, recinti fortificati lungo ampi tratti di costa, in ormeggio al porto tante piccole imbarcazioni e una corvetta battente bandiera spagnola.

Che sia avamposto sospeso tra due mondi lontani che si guardano con sospetto lo avverti in ogni angolo di questa città vagamente decadente, dall’identità ibrida.
Ceuta si affaccia sullo stretto di Gibilterra, davanti all’Andalusia. Quando rientri in Marocco, via terra, ti aspettano gli stessi recinti, imponenti e minacciosi, una fila per controlli snervanti, desueti per noi europei. Nell’ultimo lembo di terra europea prima dell’alt della polizia di frontiera scorgi sulla collina verso est il barrio El Príncipe, un quartiere in stile magrebino fatto di casette colorate fatiscenti, è uno dei posti più pericolosi di Spagna dove regnano disoccupazione e gang violente che si battono per il controllo dello spaccio di stupefacenti.

Questo promontorio ha avuto un ruolo nella mitologia greca rappresentando la seconda colonna d’Ercole, il punto estremo della conoscenza. Politicamente il lembo fu portoghese, prim’ancora cartaginese, romano e arabo, dal 1668 fu ceduto dai lusitani e rimasto da allora sotto la Corona spagnola.

La città autonoma di Ceuta sarà il vero terreno di scontro nei prossimi mesi: ha rappresentanza, con Melilla, nel Parlamento di Madrid, ma Rabat considera entrambe residui coloniali e ne rivendica la restituzione. La politica spagnola fa orecchie da mercante di fronte alle pretese della Corona marocchina, ed anzi l’ultradestra di Vox mette al centro del suo programma politico la sovranità di Madrid su quegli antichi avamposti. La politica è però l’arte del possibile e, da qualche tempo, Muhammad VI ha due alleati potenti, gli Usa e Israele, ovvero i principali avversari di Pedro Sánchez. Trump e Natanyahu difficilmente dimenticheranno le posizioni assunte dal premier socialista sulle basi americane di Rota e Morón, negate all’uso per il conflitto contro l’Iran. Né lasceranno cadere nell’oblio le ripetute denunce con le quali Sánchez ha pubblicamente qualificato l’intervento a Gaza dell’IDF come genocidio.

Il Re del Marocco, da parte sua, è mosso dal cinismo, poco interessa il sacrificio di 70 giovani e più risucchiati dai flutti del Espigón. Quei disperati cercavano una speranza al di là del recinto, alcuni giunti sulla rocca scortati dalla Gendarmeria nazionale, convinti dai social che già nei primi metri oltre la frontiera avrebbero trovato ospitalità e accoglienza, lasciando alle spalle miserie e stenti. Accadimenti verificatisi poco prima che il monarca celebrasse la Festa del Trono, il 27° anniversario del suo regno, lì a pochi chilometri, nel palazzo di Tetuán un tempo occupato dall’Alto Commissario spagnolo all’epoca del Protettorato, senza che si sia fatta menzione alcuna dell’assalto che ha sollevato un polverone internazionale.

L’alleanza con Stati Uniti e Israele è il punto di forza del Marocco, divenuto membro del Board of peace per Gaza per volere di Trump e sottoscrittore degli storici Accordi di Abramo con lo Stato ebraico. Una fedeltà acritica che porterà i suoi frutti, un primo indizio si è registrato lo scorso aprile quando un report di una commissione del Congresso Usa ha ricordato come le enclavi di Ceuta e Melilla sono situate in territorio marocchino e rivendicate da Rabat. Analisti spagnoli in queste ore mettono in luce come il dossier è sul tavolo di Marco Rubio, lì dove autorevoli consiglieri del segretario di Stato spingerebbero per un sostegno deciso alle aspirazioni di Rabat.

Marocco e Spagna hanno vissuto tanti momenti di tensione politica e diplomatica, la questione del Sahara è carne viva, con la regione subsahariana, ex colonia spagnola, al centro di uno scontro che vede contrapposti sahariani indipendentisti del Polisario, sostenuti da Algeri, e Rabat che, di fatto, ha annesso i territori, ora con il pieno avallo di Trump e Netanyahu. Madrid ha giocato su più tavoli, dapprima sostenendo l’autonomia dell’ex colonia, poi abbandonando la questione del Sahara e rompendo relazioni con l’Algeria. Riprendere, dopo quattro anni, i rapporti con Algeri, l’arci-nemica di Rabat, ha dato la stura all’organizzazione dell’ondata migratoria dei 50mila disperati.

Dietro gli ultimi fatti si annida molta geopolitica, non è credibile pensare che l’assalto a Ceuta sia conseguenza della sentenza dell’8 luglio resa dal Tribunale Supremo di Madrid secondo cui sono illegittime le “devoluciones en caliente”, i rimpatri a caldo, se la frontiera è attraversata a nuoto. Né può immaginarsi che abbia avuto un ruolo la proposta di legge volta a concedere la nazionalità ai sahariani nati prima del 1976, quando la regione era una provincia iberica.

Alla crescente rete di contatti del Marocco fa da contraltare una Spagna fiacca con il dirimpettaio nord africano, è come se la politica spagnola fosse timorosa di disturbare la monarchia magrebina, sempre pronta ad usare come arma di ricatto il flusso irregolare di migranti. Non si sollevano proteste quanto il Regno del Marocco chiude unilateralmente le frontiere con Melilla, o quando cinge d’assedio le due enclavi impedendo ogni commercio nelle aree di confine. Né si protesta quando il Marocco autorizza la installazione di impianti di acquacoltura nelle acque contese prossime alle isole Chafarinas.

Una arrendevolezza che poteva avere giustificazione quando il Marocco guardava all’Africa, non ora che il regno di Muhammad VI volge lo sguardo verso Occidente e i potenti della Terra gli sono amici.


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