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Cosey Mueller – Embodiment Of Denial: Una ribellione sintetica :: Le Recensioni di OndaRock

Con “Embodiment Of Denial”, Cosey Mueller trasforma il synth-punk minimale in qualcosa che suona come un diario neurologico registrato nel bel mezzo del collasso contemporaneo. Non è un album che cerca la provocazione facile, quella da primo colpo. È un’altra cosa: un sabotaggio sottile, che lavora piano, tra melodie che sembrano slogan corrosi, beat meccanici che oscillano tra ironia e paranoia e sintetizzatori analogici che emergono dalla nebbia come segnali radio captati nel cuore di una città post-industriale.

 

Fin dai primi minuti, si avverte la tensione. È continua: corpo contro controllo. Il titolo stesso funziona quasi come un manifesto, ovvero rifiutare tutto ciò che il mondo esterno prova a ficcarti addosso. Ma attenzione: non è il solito discorsetto naïf sull’autenticità. Mueller parla della fatica concreta di difendere la propria forma mentale in un’epoca in cui media, politica, lavoro e relazioni sembrano volerti appiattire. Cancellare qualsiasi deviazione. E in questo senso, “Embodiment Of Denial” è profondamente politico, senza mai diventare un pamphlet.

L’album si muove lungo un confine ambiguo fatto di electro-punk, minimal-wave e post-punk sintetico. Un discorso già affrontato in passato, anche se qui tutto è più compatto, più fisico e soprattutto, più ballabile. Le influenze si riconoscono subito: DAF, Malaria!, Liaisons Dangereuses e quella freddezza proto-industriale dei primi anni Ottanta tedeschi. Ma Cosey Mueller evita accuratamente il feticismo retrò che spesso soffoca la synth-wave contemporanea, perché le sue canzoni non sembrano ricostruzioni vintage.

 

“Contraddict” trasforma il groove minimale in una spirale ipnotica, dove la ripetizione diventa quasi dissociazione psicologica. Il basso sintetico pulsa come un riflesso automatico del sistema nervoso. E la voce dell’artista, distante, ma incredibilmente espressiva, galleggia sopra il beat con un tono che alterna sarcasmo, vulnerabilità e freddezza controllata. Poi c’è “Obey”, uno dei momenti più strani e affascinanti del disco, una traccia lo-fi che sembra semplice, quasi ingenua, sospesa tra ritmiche primitive e melodie minime capaci di evocare un senso di urgenza cinematografico. Come una colonna sonora per qualche distopia low-budget girata tra cemento, neon e alienazione urbana.

 

La dimensione politica emerge con più evidenza in “Der Politiker” e “Media Maniac”. Non è la rabbia frontale del punk classico. È un’altra forma di disillusione: ironica, nervosa, che danza sopra il disastro invece di limitarsi a denunciarlo. Eppure il disco non è mai completamente nichilista. Sotto quella superficie sintetica e tagliente, continua a pulsare un desiderio quasi romantico di autodeterminazione. Mueller sa benissimo quanto sia difficile costruire una vita autentica fuori dalle strutture convenzionali, ma invece di trasformare questa tensione in vittimismo, la converte in energia creativa. È musica che nasce dall’isolamento ma cerca ancora connessione. Musica che ride amaramente mentre tutto attorno perde consistenza.

23/06/2026


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