Corrosion of Conformity – Good God / Baad Man
È un ritorno importante quello dei Corrosion of Conformity che, a distanza di ben otto anni dal precedente “No Cross No Crown”, rompono finalmente il silenzio con un ambizioso doppio album intitolato “Good God / Baad Man”. La morte prematura di Reed Mullin prima e l’uscita di Mike Dean poi hanno lasciato un segno profondo sulla pellaccia della band statunitense anche se, ascoltando questa ora e passa di rocciosissimo southern metal “abbrustolito” dai fuochi dello stoner e dello sludge, si direbbe che i duri colpi subiti sono stati assorbiti nel migliore dei modi.

Oggi va tanto di moda una parola simpatica come l’orchite: resilienza, ovvero la capacità di reagire in maniera positiva e costruttiva ad avversità, traumi o stress. Tanti cultori della mindfulness se la fanno tatuare sul corpo; i Corrosion of Conformity, invece, preferiscono interpretarla nella sua accezione più corretta, ovvero quella che riguarda la scienza dei materiali. “Good God / Baad Man” è come un muro inscalfibile ma non impenetrabile: si deforma spesso, sotto il peso delle innumerevoli sfumature che caratterizzano il sound del gruppo di Pepper Keenan e Woody Weatherman, ma resiste indefesso alla rottura, proiettando sugli ascoltatori un’enorme quantità di energia che mai ti aspetteresti da musicisti sulle scene da ormai qualche decennio.
Un disco lungo ma ispiratissimo nel quale sono presenti tutte le qualità di una band che, negli anni ’90, fulminò persino un personaggio del calibro di James Hetfield, che coi suoi Metallica provò a fargli il verso con i controversi “Load” e “Reload”. Difficile, se non impossibile, riuscire a imitare il suono corposo e pesante dei Corrosion of Conformity, che con “Good God / Baad Man” si lanciano in una nuova eccitante avventura che parte alla grandissima con la zeppeliniana “Good God? / Final Dawn” e prosegue ancor meglio con le devastanti “You And Me” e “Gimme Some Moore”, dove troviamo Al Jourgensen e Monte Pittman dei Ministry ai cori.
La fitta oscurità sabbathiana che avvolge “The Handler” si dirada leggermente fra le note orientaleggianti della strumentale “Bedouin’s Hand” e i nove minuti all’insegna del blues rock di “Run For Your Life”; infine evapora via sotto i colpi del groove stranamente solare di “Baad Man”, un southern rock micidiale dal tiro simil-funk.
Il resto dell’opera è fedele al buon nome dei C.O.C.: heavy metal suonato in maniera sopraffina che scorre via tra riff e assoli scolpiti nella pietra, imbevuto di influenze classicissime ma mai ancorato agli stilemi del passato. Da brividi la prova del batterista Stanton Moore, un virtuoso di estrazione jazz che aveva già accompagnato la band ai tempi di “In The Arms Of God” nel 2005. Peccato abbia abbandonato la formazione prima della pubblicazione del disco! Consolatevi gustando la sua maestria in brani come “Asleep On The Killing Floor”, “Handcuff County”, “Swallowing The Anchor” e “Forever Amplified”.
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