Il buco nero del Covid sull’istruzione: 7-8 anni per riprendersi. Ricci (Invalsi): “Nel 2025 non saremo ancora ai livelli pre-pandemia”

L’istruzione italiana paga ancora il conto della pandemia. A dirlo è Roberto Ricci, presidente dell’Invalsi, durante l’audizione davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria da Sars-CoV-2.
I numeri parlano chiaro: il crollo degli apprendimenti registrato nel 2021 mostra qualche timido miglioramento, ma il traguardo del 2019 resta lontano.
“Le rilevazioni Invalsi 2021 hanno dato prova di un calo considerevole degli apprendimenti rispetto al quale si sono registrate e si stanno registrando dei segnali di ripresa”, ha spiegato Ricci. “Dalle rilevazioni del 2025 notiamo questa ripresa, però non siamo ancora ai livelli del pre-Covid, cioè del 2019”. Il presidente dell’istituto ha poi citato le stime internazionali: “nella migliore delle ipotesi, non richiederà meno di 7-8 anni”.
Le difficoltà maggiori, ha raccontato Ricci, sono emerse già a partire da settembre 2020, quando sono state avviate le attività per le rilevazioni della primavera successiva. “Situazioni molto diverse tra una regione e l’altra – ha specificato – e anche derivanti da ragioni epidemiologiche o da soluzioni organizzative molto differenti tra le regioni”. Il punto critico è stato specialmente nei territori dove la presenza in classe dipendeva dalla scelta delle famiglie. “Questo ha reso molto difficile l’attività organizzativa all’interno delle scuole […] i dirigenti scolastici non avevano idea, se non giorno per giorno, del numero degli allievi che avrebbero avuto in presenza”.
Un capitolo a parte merita la cosiddetta dispersione implicita, ovvero la quota di studenti che terminano le superiori con competenze molto fragili. Secondo i dati forniti da Ricci, nel 2019 si attestava “intorno al 7,5% dei ragazzi”. Due anni dopo il valore “schizza al 9,7%”. Da allora la curva ha ripreso a scendere, fino a tornare “solo nel 2025 al dato prepandemico”.
Sul fronte degli investimenti pubblici, il presidente Invalsi ha offerto una lettura controcorrente rispetto a certi luoghi comuni. “Se noi guardiamo le evidenze internazionali, l’investimento della mano pubblica italiana in istruzione è assolutamente nella media Ocse, soprattutto se noi teniamo conto della composizione demografica”. L’Italia, ha precisato, risulterebbe svantaggiata solo ignorando questo fattore. “Se invece noi teniamo conto delle componenti della spesa, l’Italia come mano pubblica investe in termini di Pil più della Germania”. E la conclusione è netta: “I dati non ci dicono che stiamo investendo meno degli altri Paesi in proporzione al nostro Pil e in proporzione alla nostra composizione demografica”.
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